Recensioni

5.5

Di casino ultimamente ne ha fatto eccome: a cominciare dal famigerato concerto a Olbia con successiva lite blockbuster con Fedez. La provocazione un po’ gratuita è da sempre nelle corde di Salmo, e così è stato anche per l’annuncio di questo nuovo album, autodefinito «il suo peggiore» e intitolato FLOP: puro e semplice baiting, benzina gettata sull’inestinguibile fuocherello dell’hype. 

Diciamolo subito – ma era preventivabile – che di peggior disco non trattasi, ed effettivamente fare peggio dell’imbarazzante Playlist sarebbe stata impresa veramente titanica. In Flop non mancano numeri interessanti, le collaborazioni sono poche e molto ben spese (Noyz Narcos, Marracash e Guè Pequeno) e le produzioni qualitativamente pregevoli. Anche quando si va di pilota automatico riciclando numeri già stravisati nella sua produzione – vedi il pop-punk di Criminale  la sufficienza è ampiamente raggiunta, per non dire di centri pieni e riusciti: ad esempio A Dio è un ottimo brano blues cucito alla perfezione sul timbro vocale di Salmo. Poi è chiaro che il meglio arriva quando la tamarraggine del protagonista è lasciata libera di sgorgare senza freni, come in Fuori di Testa, che sfoggia delle chitarre prese in prestito dai peggiori Avenged Sevenfold.

La palette è ampia e variegata, pure troppo: tra echi kanyani in YHWH e autoplagi dichiarati come HELLVISBACK 2, che a momenti uno si aspetta che parta il contagioso ritornello di Orietta Berti («Quando sei arrivato ti stavo aspettando…»), arriviamo a quello che è il limite principale del disco, ovvero che alla fine dei conti di disco non si tratta. Siamo ancora davanti a una pura e semplice playlist, che almeno se nel caso precedente l’escamotage era esplicitato sin dal titolo, a questo giro il concept sbandierato (fallimento, ecc.) non è mai condotto trasversalmente lungo la scaletta.

Così ci scorre tra le orecchie l’ennesimo caos sia stilistico che testuale, con canzoni che suonano un po’ di qui e un po’ di là, parlando di tutto e un po’ e lasciando la forte sensazione di non avere in realtà nulla da dire. C’è una parentesi intorno a metà album che sembra andare a sbattere su un frangente religioso, poi ci sono due o tre pezzi romanticoni che fanno il verso alla scorsa hit Il Cielo in una Stanza. In generale abbondano le solite sparate da ego-trip braggadocious, e il fritto misto disorganizzato e buttato in un olio riciclato.

Aggiungiamoci pure che la pastella non è sempre di grandissima qualità, e intendiamo a livello di scrittura. Non che Salmo sia mai stato una penna capitale, ma qui spesso si esagera: passino le solite citazioni a Neffa di In Linea (Antipatico), ma bestialità come «Sotto la maschera so’ Lillo» (Che ne so) o brutture che farebbero vergognare il peggior Fedez – da «sei la persona sbagliata nel momento perfetto» a pun orripilanti come «caffè politicamente corretto» – anche no.

Peccato perché di episodi buoni questa volta ce ne sono, ma sono puntualmente neutralizzati da scivoloni che non si possono salvare (Kumite vince la palma di peggiore cartuccia) e dispersi in una tracklist-macedonia. La strada intrapresa da Salmo sembra restare questa: piacere agli adolescenti continuando ad accontentare i fan di vecchia data con qualche saltuario episodio, aderendo a un ideale di artista (colui che «infrange le regole») che solitamente si supera finita la terza media. 

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