Recensioni

A un anno dal disco che l’ha consacrata popstar globale, Short n’ Sweet, Sabrina Carpenter pubblica Man’s Best Friend, un lavoro che già dalle premesse consolida una carriera sdoganatissima a livello mondiale.
Tra i due album, duetti di lusso, comparse televisive, rotocalchi d’ordinanza, e una copertina provocatoria – che l’ha mostrata a gattoni mentre un uomo fuori inquadratura la teneva per i capelli – che le ha garantito una promozione che nessuna campagna di viral marketing avrebbe saputo assicurare.
Le coordinate restano immutate: un pop ironico e auto-consapevole, con una maggiore propensione al country-pop — una tendenza rilanciata in questo periodo anche da artiste come Lana Del Rey, e suggellata simbolicamente dalla presenza di Dolly Parton nel remix di Please, Please, Please, contenuto nella deluxe di Short n’ Sweet, in un ideale passaggio di testimone generazionale —, mentre il richiamo alla disco anni ’70/’80 si colloca nel solco di Dua Lipa e Kylie Minogue.
Jack Antonoff torna a bordo come produttore principale, portando synth nostalgici e rimandi cinematografici alla John Hughes, mentre Carpenter si cimenta anche come co-produttrice, confermando un controllo creativo più maturo su immagine e sound. Il disco non ripeterà i numeri di Espresso o Please Please Please, soprattutto quelli di vendita complessiva del precedente album, ma mostra un’artista scafata, pienamente calata nella parte di popstar sensuale con uno storytelling arguto e brillante.
Beninteso, si parla comunque di cifre importanti: Manchild è entrato nella Spotify Global al primo posto con 8,05 milioni di stream, rendendolo il miglior debutto di un’artista femminile del 2025. E il brano scelto come lead single ne fa da manifesto: synth zuccherino anni ’80, melodia country che esplode nel ritornello, banjo e sitar a colorare la produzione, ironia sulle dinamiche sentimentali e doppi sensi da manuale del pop intelligente, tutto supportato da un videoclip cinematografico fatto di inseguimenti, outfit improbabili e gag visive.
La varietà dei brani e la loro cortezza – molti sotto i 4 minuti, perfetti per l’era TikTok – contribuiscono alla tenuta (e alle aspirazioni) dell’album, lungo 38 agili minuti: Tears è una disco song anni ’70, con vocalizzi giocosi e humour femminista; We Almost Broke Up Again Last Night è una folk ballad in puro stile Taylor Swift, romantica e cinematografica, con chitarra acustica e archi da commedia romantica anni ’80; My Man on His Willpower alterna pop teatrale e country leggero; Never Getting Laid sfiora jazz e atmosfere smooth; When Did You Get Hot? richiama l’R&B dei primi anni 2000, alla Christina Aguilera; Go Go Juice è country-pop ironico con tanto di violini; Nobody’s Son e House Tour oscillano tra synth anni ’80 e new jack swing, rinverdendo il lato più nostalgico dell’album.
Carpenter conferma la capacità di trasformare la propria eredità Disney in un’identità pop adulta, capace di muoversi tra dancefloor, ballad intime e country-pop senza mai perdere il sorriso ironico e il registro post-femminista che la caratterizzano. D’altro canto, un dittico di album come questo è più che sufficiente per mantenere fresca una formula fieramente mainstream, ultimo tassello di una tradizione che, negli ultimi vent’anni, ha visto alternarsi ai vertici delle classifiche Katy Perry, Ariana Grande, Taylor Swift e i revival disco con relative dive.
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