John Hughes

Il maestro della commedia americana targata 80s con (spesso) i ragazzi come protagonisti

Il nome di John Hughes è indissolubilmente legato alle commedie adolescenziali in voga prevalentemente negli anni ’80, ma il compianto regista, sceneggiatore e produttore americano è andato oltre le etichette, facendosi ricordare come una delle menti cinematografiche più acute della sua generazione. Solo a titolo d’esempio, Mamma, ho perso l’aereo, il celebre film con Macaulay Culkin, nasce dalla sua penna. E The Breakfast Club, uno dei titoli più iconici di quel decennio, ha origine dalla sua penna ma anche dal suo ciak, avendolo pure diretto. Quella di Hughes è una comicità semplice e mai banale, a volte fa riflettere, altre commuovere, come nel caso dello stesso The Breakfast Club, che commedia in senso stretto non è.

Magari non tutti i suoi film saranno dei capolavori, ma nell’insieme offrono uno spaccato. Uno dei tratti distintivi della filmografia hughes-iana, soprattutto dietro la macchina da presa ma anche in qualità di solo sceneggiatore, è appunto l’affrontare principalmente temi relativi al mondo dei ragazzi, per questo il cineasta sarà riconosciuto come uno degli ispiratori del movimento brat-pack. Ma in carriera è andato oltre. E anche laddove ha parlato di ragazzi lo ha fatto in modo stratificato. Molte sue pellicole, infatti, hanno come protagonisti adolescenti alle prese con il disagio tipico della loro età. Spesso, però, questo disagio non afferisce solo alla sfera individuale ma anche a quella familiare e sociale.

Hughes nasce a Lansing, nel Michigan, il 18 febbraio 1950. A tredici anni si trasferisce con la famiglia a Chicago, dove frequenta la Glenbrook North High School, che gli darà l’ispirazione per molti dei suoi film e dove incontra la sua futura moglie, Nancy Ludwig. Si diploma nel 1968, inizia l’università ma l’abbandona prima di terminare gli studi, decidendo infine di tentare la carriera nel ramo pubblicitario come addetto alla redazione di testi.

La scrittura è il suo forte, e infatti trovandosi spesso a New York per lavoro, ha modo di entrare in contatto con la redazione della rivista umoristica National Lampoon – che produrrà, tra gli altri, l’iconico film Animal House di John Landis – per la quale presto diventa redattore. Una delle sue prime storie pubblicate per il magazine, ispirata da un viaggio fatto da bambino insieme alla sua famiglia, sarà alla base della sceneggiatura di National Lampoon’s Vacation, film di Harold Ramis del 1983, con Chevy Chase. Ma in verità sarà la precedente pellicola prodotta dalla rivista, National Lampoon’s Class Reunion (1982), a fruttargli la prima sceneggiatura ufficialmente accreditata a suo nome.

Nel 1984 Hughes debutta finalmente alla regia. A maggio esce infatti Sixteen Candles, con protagonista Molly Ringwald nei panni di Samantha Baker, terzo ruolo sul grande schermo per l’allora giovanissima attrice californiana, ma il primo veramente importante, quello che la farà diventare una delle teenager più desiderate dai maschietti di tutto il mondo. Una bellezza acqua e sapone come molte sue colleghe coetanee del periodo, la classica ragazza della porta accanto che nelle sue declinazioni appena meno imberbi (vedi eroine del decennio come Elisabeth Shue, Ally Sheedy e Lea Thompson) rappresenterà un modello se vogliamo anche sociale per la girl rampante, aspirante self-made woman, degli anni ’80 (e anche odierna).

In questa pellicola romantico/adolescenziale, Samantha compie gli anni proprio alla vigilia del matrimonio di sua sorella maggiore, il che la relega inevitabilmente in secondo piano nelle attenzioni della sua famiglia. Anzi, del genetliaco i genitori si dimenticano proprio. In più lei è innamorata di Jake, un ragazzo più grande e già impegnato, ed è a sua volta oggetto delle mire amorose della matricola Ted, suo coetaneo interpretato da Anthony Michael Hall. Un film leggero, eppure Un compleanno da ricordare (questo il titolo italiano) si fa guardare con piacere anche dopo quarant’anni.

Molly Ringwald in una scena del film “Sixteen candles”

Pure La donna esplosiva (Weird Science il titolo originale), uscito il 2 agosto 1985, segue la scia comico/fanciullesca del predecessore, ma con alcune differenze: in primis l’aggiunta dell’elemento sci-fi declinato in salsa nerd/informatica in stile Wargames – Giochi di guerra (1983); e poi il fatto che i protagonisti stavolta sono due ragazzi, il medesimo Hall nei panni di Gary Wallace e Ilan Mitchell-Smith in quelli di Wyatt Donnelly. La principale attrazione, però, è l’esplosiva Kelly LeBrock/Lisa, procace donna artificialmente generata al computer dai due giovanotti che travalicherà i confini del pc. Anche qui i contenuti non è che siano profondissimi, però bisogna fare un piccolo passo indietro.

A febbraio dello stesso anno era arrivato in sala un altro film di Hughes in cui il regista si è cimentato nuovamente col suo topos giovanile, però da un’ottica diversa, misurandosi cioè con il malessere adolescenziale in modo più drammatico e se vogliamo politico. Il succitato The Breakfast Club (che alla Ringwald, di nuovo protagonista, oggi sembra non piacere più) è una delle più luminose manifestazioni del summenzionato brat pack, ma soprattutto è una denuncia sociale, segnatamente del sistema educativo/scolastico, se vogliamo in linea con gli strali wescraveniani – quelli inquadrati in un contesto horror/slasher ma fa poca differenza – di Nightmare – Dal profondo della notte, uscito qualche mese prima.

In entrambe le pellicole i giovani sono descritti come vittime di una società che ne frustra sogni e aspirazioni, che li scoraggia e disillude vincolandoli a un’esistenza che qualcuno ha già scritto per loro. Gli adulti, di converso, sono spesso distratti, quando non violenti e alcolizzati, lontani dai problemi dei figli e in tutt’altre faccende affaccendati. Una situazione derivante in qualche modo dallo zeitgeist dell’epoca, dall’America reaganiana, dall’ideologia neoliberista spinta all’estremo. Quel che più conta in tale società patinata è l’apparenza, il benessere economico, l’avere una bella casa, una macchina grande, il potersi permettere vacanze in posti costosi. Chi non ci riesce è un fallito (o un “rosicone”, come si dice oggi), chi non emerge è giusto che soccomba. Questo in sostanza l’imperativo di un sistema escludente e colpevolizzante oggi in qualche modo ripreso e amplificato dalla retorica della visibilità tipica dei social media e degli influencer.

Breakfast Club – Still dal film

Nel giugno 1986 esce un’altra pellicola sulla medesima falsariga, anche se l’elemento commedia qui è più spiccato. Una pazza giornata di vacanza, è solo apparentemente un film su uno studente che più che per i voti alti si distingue per essere un mago del “fare sega” a scuola. Ferris Bueller, interpretato da un Matthew Broderick (Wargames, Ladyhawke) forse alla sua prova migliore, è considerato da tutti un maestro nell’arte non solo di marinare le lezioni in classe, inventando sempre nuovi modi geniali di farla franca, ma anche del godersi la vita. Un “vincente”, che però come compagno di scorribande si è scelto il “perdente” Cameron, un suo coetaneo con problemi familiari dovuti principalmente a un padre egoista e assente. Cameron ha un rapporto da subalterno con Ferris, è una specie di scudiero del suo più sveglio e intraprendente amico che apparentemente lo sfrutta ma in realtà gli vuole bene e cerca di spronarlo.

E a ben vedere è proprio attraverso il personaggio di Cameron che Hughes tocca le corde più profonde descrivendo una situazione familiare paradigmatica degli USA (e non solo) degli anni ’80. Magistrale la scena in cui il ragazzo, in un impeto di ribellione, distrugge la Ferrari del padre, che a quel cimelio intoccabile tiene più della sua stessa famiglia. Ferris Bueller’s Day Off è anche una sorta di elegia alla città di Chicago teatro della vicenda, e – zitto zitto – si guadagnerà pure la palma dell’ingresso nel National Film Registry, l’archivio del Congresso americano dove sono preservati i film considerati culturalmente, storicamente o esteticamente significativi. Un onore che naturalmente – non l’avevamo ancora detto – è già toccato a The Breakfast Club, così da far salire a due le pellicole girate dal nostro (più Mamma, ho perso l’aereo, da lui solo sceneggiata) insignite al livello istituzionale più alto.

Matthew Broderick in “Una pazza giornata di vacanza”.

Dal 1987 Hughes inizia a uscire dallo stereotipo giovanile e lo fa con uno spassosissimo film interpretato da due attori adulti. Benché non riceverà alcun premio ufficiale, Un biglietto in due diventerà una delle commedie cult degli 80s. Il film esce il 25 novembre, per ironia della sorte un mese e qualche giorno dopo lo shock del lunedì nero di quella Wall Street nei cui pressi è ambientata la scena iniziale (quel crollo finanziario sarà descritto dagli storici come la fine, peraltro solo apparente, del reaganismo). I mattatori della pellicola sono Steve Martin e il compianto John Candy, nei panni rispettivamente di Neal Page e Del Griffith, due caratteri agli antipodi che si ritrovano a condividere involontariamente il viaggio verso casa in occasione del Giorno del ringraziamento.

Già, il Thanksgiving. Se Una poltrona per due qui da noi è un appuntamento fisso nel prime time di Italia 1 la sera della vigilia di Natale, Planes, Trains and Automobiles è forse la commedia americana per eccellenza della festività novembrina statunitense. La scelta vincente è quella di affidarsi a due giganti della comicità stellestrisce del periodo, in due ruoli che sembrano fatti apposta per loro: Steve Martin/Neal è un pubblicitario algido e dal piglio british che deve sorbirsi per tutto il viaggio l’invadenza del piazzista John Candy/Del, caciarone e importuno. Una convivenza forzata che però alla fine si rivelerà benefica per entrambi i personaggi: tutti e due finiranno per accettarsi vicendevolmente, ma anche per scoprire qualcosa in più di loro stessi.

Un biglietto in due è un road movie lungo il Midwest, da New York a Chicago via Kansas, Missouri e il resto dell’Illinois. La meta del loro viaggio – come detto – è la solita capitale dell’Illinois, e qui va fatto un inciso. Pur trattandosi di produzioni dal respiro globale, i film di Hughes hanno un’identità local. Come accennato, quasi tutti sono ambientati a Chicago o comunque la vedono come approdo finale (e a volte sospirato) dei protagonisti. Un cinema glocal, dunque, che testimonia un amore sconfinato per la metropoli affacciata sul secondo più grande tra i Grandi Laghi.

Ma Hughes ama pure la grande musica. Se The Breakfast Club è il film per cui è stata scritta la canzone Don’t You (Forget About Me) dei Simple Minds, anche la colonna sonora di Un biglietto in due è da ricordare. E se la versione fatta dai Blue Room di Everytime You Go Away, brano portato al successo da Paul Young nel 1985, è il passaggio più noto del lotto, nella soundtrack trovano posto – tra le altre – un’irresistibile cover synth/pop del brano Red River Rock ad opera dei Silicon Teens, una della country song Back in Baby’s Arms (resa celebre da Patsy Cline) ad opera di Emmylou Harris e Mess Around di Ray Charles, la cui esecuzione viene mimata nel film da un Candy strepitoso.

Una scena dal film “Un biglietto in due”.

L’attore canadese e il regista del Michigan torneranno a lavorare insieme sul set di Io e zio Buck, film del 1989 in cui figurerà in uno dei suoi primi ruoli importanti il già citato Macaulay Culkin, che l’anno successivo sarà il pestifero protagonista proprio di Mamma, ho perso l’aereo e poi anche del sequel, Mamma, ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York (anche questo scritto da Hughes).

Prima però c’è tempo per Un amore rinnovato (1988), con Kevin Bacon ed Elizabeth McGovern. Si tratta della pellicola più autobiografica del Nostro, con la storia incentrata su una giovane coppia sposata che va a vivere nella periferia – indovinate un po’ – di Chicago e che, finita la luna di miele, inizia ad affrontare i problemi legati alla quotidianità e soprattutto a una paternità che il protagonista uomo non è pronto ad affrontare. Anche Hughes incontrò giovanissimo la sua futura moglie, così come al pari della stessa futura signora Hughes (citata nei titoli di coda come ispiratrice della storia) aveva iniziato la sua carriera come pubblicitario (si spiega così anche la professione esercitata da Steve Martin/Neal in Un biglietto in due).

Il film è zeppo di cameo di attori e personaggi famosi, dagli stessi John Candy e Matthew Broderick a Dan Aykroid, Kirstie Alley e l’ex batterista dei Police, Stewart Copeland, autore delle musiche originali in una colonna sonora che include anche brani di Kate Bush, Everything but the Girl, XTC e Bryan Ferry.

L’ottavo e ultimo film diretto da Hughes prima di dedicarsi unicamente alla scrittura, è La tenera canaglia, del 1991, con Jim Belushi nei panni di Bill, stravagante vagabondo che insieme all’orfanella Curly Sue (la quale dà il titolo originale al film) vive di ingegnosi espedienti. Dopo essersi fatto investire apposta dall’automobile di Grey Allison, una ricca avvocatessa, Bill e la bambina vengono ospitati a casa della donna. Ciò suscita le ire di Walker, il fidanzato di Grey, il quale tenta, inutilmente, di convincerla ad allontanare i due intrusi. Ma alla fine, per una serie di circostanze e, soprattutto, per la vivacità di Curly, la donna si affeziona ai due “ospiti” e Bill cercherà addirittura di trovarsi un lavoro onesto.

Per il resto degli anni Novanta Hughes si dedica unicamente agli script, e specialmente dopo la morte del suo grande amico Candy, avvenuta nel 1994, si allontana sempre più dai riflettori, concedendosi solo rarissimamente alle interviste. Nel decennio firma comunque alcune sceneggiature di successo come quelle di Beethoven, Dennis la minaccia, il remake di Miracolo nella 34ma strada e la versione live-action de La carica dei 101, anche se la sua ispirazione va progressivamente declinando, fino a fargli decidere, nel 2003, di prendersi una pausa, che durerà cinque anni.

Stranamente Hughes, oltre a non esserci nato, nella sua amata Chicago, non vi muore neanche. Nel 2009, un anno dopo aver ripreso l’attività, all’ormai ex regista risulta fatale un attacco cardiaco (similmente a quanto accaduto proprio a Candy) che lo colpisce a New York mentre è in visita ad amici e parenti. Resta però la sua eredità artistica e il posto di rilievo che si è guadagnato nella cultura popolare. Anche in anni recenti Hughes è stato spesso omaggiato. Si pensi, per esempio, al telefilm per ragazzi A tutto ritmo (Shake it up), ambientato appunto alla John Hughes High School di Chicago. Oppure alla commedia adolescenziale Easy A, con Emma Stone, che lo cita apertamente nel finale. O ancora, alla web series canadese Teenagers. Un lascito importante per un personaggio importante.

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