Recensioni

5.5

Non diciamo certamente nulla di nuovo affermando che, probabilmente, il peso del successo di Taxi Driver abbia in parte deragliato la carriera di Rkomi. Dopo l’uscita del disco, il più venduto del 2021, l’artista ha compiuto molteplici mezzi passi falsi: a cominciare dal brano, sbagliato, presentato a Sanremo 2022, Insuperabile, la cui forza non raggiungeva lo status da “Re dell’urban” presente invece sia in Cenere di Lazza (2023) sia in I p’ me, tu p’ te di Geolier (2024), passando per una scialba partecipazione a X Factor 2023 e per un joint album con Irama (No Stress) tutt’altro che entusiasmante.

In un mondo discografico in cui tutto corre a velocità forsennata — perché guai a uscire dal circuito e dall’algoritmo — il nativo di Calvairate ha perso treni e smalto, accontentandosi di vivacchiare in un sistema già pronto a dargli il benservito. E come insegna la storia, quando un rappresentante della Generazione dei “Bimbi” va in crisi, non gli resta che tornare indietro. Lo hanno fatto Sfera con X2VR, lo ha fatto Ghali (Pizza Kebab Vol.1), e ora lo fa anche Rkomi che, con il suo quarto album in studio, decrescendo., confeziona un progetto tra sincerità e artificio, anticipato da Il ritmo delle cose, brano ascoltato a Sanremo 2025.

L’operazione, a primo impatto, funziona; complice soprattutto un’intro d’impatto (L’ultima infedeltà), in cui il nostro mette sul piatto un flusso di coscienza estremamente personale, creando una tensione emotiva (ben orchestrata anche da tutti gli archi tipici del caso) che però resta abbastanza un unicum. Per sommi capi, infatti, l’album ricorda un po’ La Divina Commedia di Tedua, anche se più compatto e coerente a livello di sound.

Pur non utilizzando la metafora dentesca, Rkomi riavvolge il nastro della sua vita e apre la scatola dei ricordi in nome di un’aritmetica nostalgia, fulcro del posizionamento editoriale, la quale si riflette anche nella tracklist (occhio ai titoli evocativi), arricchita dagli amici di sempre e perlopiù spalmata su un tapis-roulant elettropop, lontano dalle leggere ruvidezze dell’opera precedente. Peccato però che la maggior parte degli episodi sparino a salve.

Tra gli esempi più chiari troviamo Vorrei con Ernia (presente anche in Veleno) — passaggio che si presenta con una chiara marcatura hip-hop salvo poi lasciare spazio a un (brutto) ritornello aperto che vanifica quanto costruito in precedenza — oltre a Orfani con Izi, dove si riscoprono invece le solide sonorità con cui l’artista è diventato grande. Brutti Ricordi con Bresh ha invece il sapore del classico tormentone e fa cadere l’effetto camouflage di tutto il disco.

Sì, perché malgrado alcuni tentativi riusciti (il minimalismo pianistico di 10 secondi con Nayt, l’aforisma sintetico di Interludio e l’opening citato poc’anzi), anche gli aspetti più interessanti di una scrittura diretta e personale si disperdono in un atroce compromesso che, alla fine dei giochi, non aiuta né lo spettro più intimista né quello più incline alla ricerca (forzatissima) della hit.

decrescendo. ha un vestito tirato a lucido. Ha senso logico e narrativo, ha anche due o tre pezzi particolarmente giusti per la causa. Ma a mancare, come spesso capita in prodotti del genere, è la sostanza, o forse meglio dire la credibilità di scavare veramente a fondo, in barba a tutto il resto.

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