Recensioni

A quattro anni da Musica per Bambini (tra i dischi rap – e non solo – più belli e importanti degli ultimi anni) torna Rancore con Xenoverso. Come sempre quando si tratta del rapper romano, la mole di spunti a disposizione è vastissima. Ancora una volta siamo davanti a un disco forse sin troppo denso: sia a livello di produzioni (affidate a Meiden, Jano, Dade e Dardust), spesso piene, sinfoniche, orchestrali con grande sfarzo di archi come nell’iniziale OMBRA, che di rap. Al solito la scrittura di Rancore risulta quasi soverchiante per virtuosismi, rimandi, citazioni colte e letterarie, incastri e quantità di temi e contenuti portati. C’è talmente tanto di tutto, e ogni cosa va talmente in profondità, che il facile rischio è di trovarsi disorientati.
Il cuore del disco è sicuramente il trittico centrale formato da LONTANO, X AGOSTO e ARAKNO, introdotto da uno skit dialogato che ben illustra un concept che da solo avrebbe potuto coprire un disco intero. Qui, invece, è solo una delle tante anime a disposizione. Tre brani ambientati in altrettanti momenti storici futuri, narrati da un cronosurfista – lo stesso Rancore – che vive il tutto da una prospettiva apparentemente immanente. Anche qui, i natali sono letterariamente nobili e l’attualizzazione degli spunti sempre intellettualmente cesellata: LONTANO è una storia di amopre a distanza e accettazione della morte che si interroga su temi filosoficamente molto impegnati; X AGOSTO è una rilettura pascoliana dell’elaborazione del lutto familiare aggiornata in un racconto di fanta-ecologismo; la technoide e inclazante ARAKNO è invece una ripresa del mito greco di Aracne calato in un racconto di distopia cyber-punk.
Se il tema portante di tutto il disco, sintetizzato nel titolo, sembra essere l’alienazione (dal mondo, da sé stessi, da qualsiasi cosa possibile), esso è declinato in così tante sfaccettature diverse che l’esito finale può facilmente risultare dispersivo, se al disco e ai rimandi di cui i testi sono disseminati non viene prestata la dovuta attenzione. Perché si spazia da divertissement filo-accademici come il compendio filosofico di FEDERICO – un’ammucchiata orgiastica che slalomeggia tra i capisaldi del pensiero occidentale, muovendo da una metaforica apocalisse zombie – alle bestemmie sincretiche di IGNORANZE FUNEBRI. Eppure anche nei singoli più apparentemente “facili”, quasi radiofonici, come il giro del mondo «in 80 parole» di EQUATORE con Margherita Vicario (che sfoggia un ritornello bello pop) i piani di lettura sono sempre e comunque molteplici e iper-stratificati. Ogni barra sembra frutto di uno studio approfondito di tutto lo scibile umano; anche le auto citazioni di CRONOSURFISTI (SKIT) rimandano anzitutto alla sua strofa in Black Rain (dall’ultimo album di Murubutu) ma soprattutto a concetti di fisica quantistica: «Il flusso elettrico che posso lanciare può prendere anche direzioni diverse contemporaneamente» (e la cit. è a «Io contemplo veramente solo questi elettroni che contemporaneamente sono in due posizioni»).
Insomma, il rap più colto può essere declinato nello story-telling letterario di Murubutu, nelle rielaborazioni conscious di Claver Gold o nell’esistenzialismo ironico di Dargen D’Amico (giusto per citare qualcuno degli esempi più validi); l’ermetismo di Rancore è un’ulteriore via altra che continua a esplorare nuove possibilità del testo, qualcosa che getta il proprio amo così in profondità da impossibilitare una comprensione esaustiva dopo una manciata di ascolti. Ognuno decida se, come e quanto abboccare.
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