Recensioni

Ma questo Dargen D’Amico è lo stesso di Lunedì mestieri? E come era quel Dargen lì? Malato, visionario? Sì, boh, certo. Ma non è così importante, no non ora non qui. Importa comprendere se questo Dargen non è per forza lo stesso ma se è sempre se stesso. Oltre la superficie. Se è ancora e di nuovo capace di raccontarci raccontandosi. Se è cambiato – perché è cambiato – senza essere cambiato (perché: è cambiato?). E diciamo Sì, boh anche rispetto al Dargen de La cassa spinge come spinge tuo marito (l’originale con Dumbblonde, non quella rifatta da poco da Fedez). Noi che su Dargen ci siamo sopra da quando mandava gli sms alla Vergine Maria e aveva fatto capire di amare i neomelodici più dell’anticon, siamo solo felici di vedere tutto questo casino attorno a lui, vederlo da Fazio con la Littizzetto, sentire che in radio appena dicono “ballare” – o “fottersene” – salta fuori il suo nome. Noi che speriamo sempre che i dischi che i musicisti che ci piacciono fanno da vecchi spacchino più del primo demo.
Dargen è cambiato perché ora è nelle condizioni di parlare a tutti oltre le cerchie oggettivamente asfittiche, ideologiche del rap e del cantautorato, è diventato cultura pop(olare; ripensiamo al senso dell’etichetta “hip pop” del nostro Luca Roncoroni), trasfigurandosi da segreto meglio custodito eccetera quale era, gelosamente tirato per la giacchetta da tutti e nessuno, a versione meme della sua natura profonda. È successo, finalmente, che si sia trovato a gestire il suo, meritato, successo. Ha avuto l’occasione da missione impossibile di uscire dalla famosa comfort zone di tamarro amato dagli intellettuali e di intellettuale amato dai tamarri. Conta, canta, in fondo, soltanto questo: se quello che sta facendo ha senso. Ce l’ha. Qui Dargen è semplicemente un altro se stesso.
Questo disco postsanremese è il più cantato, pop e danzereccio della discografia. Anche quello più omogenamente filigranato anni Ottanta (ma il filtro telefono all’inizio di Katì fa subito skit anni Novanta). Anche il suo disco più demilanesizzato, se la città per lui ombelico del mondo viene citata se va bene una o due volte e basta. Funziona praticamente quasi tutto alla grande in questo disco (praticamente quasi tutto tranne: La benzina sapeva di tappo, penultimo brano, brutto). Tutto il disco te lo ascolti, sono 36 minuti appena, e ti sembra di esserti bevuto due veloci gin tonic su dei Navigli tutti sabbia strobo e luci scure. Un disco slanciato, lanciato verso l’estate, tra battuta e Battiato (visto che ce lo hanno chiesto: “degli incubi mediterranei”), tra bacioperugina ed ermetismo, rovine e pista da ballo, gioco di parole e rime spez(z)(i)ate.
Dargen mago da aperitivo. Come quel personaggio – Alfie (come quello del film con Michael Caine, con la canzone di Bacharach) – che un po’ lo ami, un po’ lo accopperesti, di Mrs. Maisel, che sembra che ti stia annoiando col solito gioco delle tre carte e invece poi riesce sul serio a stupirti catapultandoti in mezzo alla giungla. Tormentone forma più alta di cultura bassa. Cultura base. Dove si balla grande tormentone. La bambola, ritormentone. Il raddoppio del beat su Gaza gasa. Katì, softreggaeton, storia d’amore sottotono (lui sottomesso), se scivola mamma mia, con tutto quel ben di dio da asciugare. Patatine, Ma noi, Ustica, Sangue amaro, gran pezzi, uno via dietro l’altro. La conclusiva eponima è una co(r)sa a rotta di collo, e in questo ricorda l’introduttiva VV di Vivere aiuta a non morire, verso un sicuro volume due.
D, ti abbiamo preso per mano 12 anni fa, abbiamo sempre cercato la scusa per staccarci, e invece nisba. Sei cannibale, ma non sei cattivo.
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