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7.5

Alla fine ce l’ha fatta, il buon Murubutu: in questo nuovo Storie d’Amore con Pioggia, finalmente, non muore nessuno. Anzi, in realtà muore o si ferisce un sacco di gente perché Legio XII fulminata parla di un massacro bellico, Diluvio Universale dell’annientamento della razza umana, e abbondano i pezzi distopici. Eppure stavolta tutte le storie d’amore del titolo sono a lieto fine: nessuno che muore bruciato vivo di notte, nessun amato che si scopre inesistente, nessun marito aspettato per dieci anni, nessuna sposa-bambina che si butta di sotto. Certo, c’è comunque una buona dose di sofferenza tra chi resta diviso dal muro di Berlino (Marcus ed Ewa), chi ha «tare nella psiche» (Une Chrononaute à Paris) o lutti da superare (Temporale, una sorta di nuova I Marinai Tornano Tardi), eppure manca quella svolta conclusiva che spesso costringeva a rileggere tragicamente i racconti passati. Stavolta sono centrali i viaggi nel tempo, le realtà alternative e il multiverso: espedienti narrativi che spesso sembrano quasi certificare l’ineluttabilità del lieto fine e che sono simbolicamente rappresentati proprio dalle infinite gocce di pioggia del concept, ognuna riflettente un mondo possibile, una strada diversa intrapresa, un differente crocevia temporale.

Tra i cambiamenti rispetto ai lavori precedenti si nota anche un generale minor ricorso allo storytelling in senso stretto: prevalgono piuttosto testi che sembrano voler affrescare prima ancora che raccontare, suggerendo immagini e atmosfere: dai mondi distopici delle due Black Rain (il riferimento più immediato è ovviamente alle «lacrime nella pioggia» di Blade Runner) alle suggestioni bradburiane di Pioggia Infinita, le tinte sci-fi si alternano a piccoli componimenti poetici (Nuvole) che procedono per lo più tramite evocazioni per immagini. In questo senso l’arte figurativa è l’altra grande protagonista di questo nuovo album, a partire dalla copertina che omaggia Strada di Parigi in un giorno di pioggia di Caillebotte; anche i vari testi sono disseminati di citazioni della storia dell’arte, da Mantegna al Tiepolo, passando per Kandisnky, alcune un po’ risapute e altre più intriganti, utilizzate sia per chiudere alcune rime che per richiamare in modo tanto elegante quanto immediato un preciso immaginario. Anche le cover realizzate per i vari singoli seguono questa stessa strada, coinvolgendo artisti come Momusso (per Temporale) o richiamando esplicitamente le grafiche di alcune case editrici (Urania per le due Black Rain, Feltrinelli per Nuvole).

Le altre novità importanti si trovano sul versante musicale: in questo senso Storie d’Amore con Pioggia è un altro chiaro passo avanti nel percorso intrapreso da Murubutu nel recente periodo. Da una parte si registra la definitiva assimilazione di un’ormai compiuta cantabilità, cammino iniziato con L’Uomo che Viaggiava nel Vento e che a questo giro regala ritornelli come Il Migliore dei Mondi e la conclusiva, bellissima ballata Ode alla Pioggia. Sono melodie pop ben costruite, intuitive ma mai banali. La buttiamo lì: se quest’anno a Sanremo ci va Dargen, perché un domani non potrebbe andarci il professore? Inoltre, sempre da questo lato più melodico, i Caraibi: Nuvole è un pezzo reggae, con ritornello di Dia e feat. di Lion D (il primo dal respiro “internazionale”), mentre Multiverso, sicuramente l’episodio più inaspettato, è la prima vera e propria hit estiva di Murubutu; fa un po’ strano, perché pare di sentire i Boomdabash che provano a suonare una cover di Sean Paul citando Proust, il gatto di Schroedinger e la Teoria M: detto così è un intingolo talmente improbabile che potrebbe aprire un wormhole spazio-temporale (appunto), eppure la cosa funziona – pure molto bene – ed è impossibile non canticchiarla dopo un paio di ascolti.

Non che per tutto il disco ci si limiti a questa elegante accessibilità: in scaletta non mancano le banger dove si pesta a dovere, con Mariani che ribadisce una volta di più – casomai ce ne fosse ancora bisogno – di restare una macchina d’incastri con pochi eguali, tra extrabeat e trovate geniali (una rima con «panopticon» non è che sia proprio da tutti). Ecco quindi l’iniziale Intro, le già citate Black Rain, la consueta lezione di storia di Legio XII fulminata (forse il pezzo più esaltante di tutti con il suo beat sinfonico) e l’apocalittica Diluvio Universale (con un ottimo En?gma).

In tutto questo caleidoscopio di stili e riferimenti, non era facile risultare coerenti, schivare l’effetto macedonia e ben amalgamare le due anime del disco (quella più melodica e quella più “Kattiveria”) in scaletta. Eppure mai si ha la sensazione che sussistano fratture, che i salti di atmosfera siano traumatici o forzati, in generale che qualcosa non sia frutto naturale di un consapevole percorso di ricerca e approfondimento. Anche sul versante produzioni tra James Logan, Gian Flores e Red Synapsy questo è senza dubbio il disco meglio prodotto della carriera di Murubutu, con beat freschi e iper-stratificati che si concedono pure il lusso modaiolo di qualche serpentina trap di sfondo. Abbiamo tra le orecchie il suo disco più completo finora, dove convivono un Murubutu spensierato e canterino, voglioso (e capace) di giocare con stili e trend non per forza suoi, e quello storico, per chi ha nostalgia di vecchi amici come il buon Diogene di Sinope. Difficile immaginare ora quale passo in più si possa ancora fare, ma saremo pronti a stupirci un’altra volta.

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