Recensioni

Eravamo rimasti a Notti Bianche, l’ultima collaborazione in ordine di tempo tra Murubutu e Claver Gold, contenuta in Tenebra È la Notte; una rivisitazione del classico di Dostoevskij che ancora una volta sanciva l’assoluto status di grazia che i due raggiungono insieme, inserendosi in un solco di collaborazioni iniziato con l’esopica La Rana e lo Scorpione passando per il racconto di una vedovanza mai assimilata in Le Sirene. Quando i due si uniscono sulla medesima traccia il risultato è sempre una garanzia, in scia alle eccellenze dei loro rispettivi album solisti. E tra fan e addetti ai lavori già da un bel po’ di tempo serpeggiava anelante la speranza di un intero album collaborativo tra le due eccellenze del rap letterario italiano. E per esaurire questi desideri, quale base migliore del testo fondativo per antonomasia della nostra lingua e letteratura?
INFERNUM prende la prima cantica di Dante e la porta per mano nell’universo narrativo dei due. E se da un lato vediamo la loro scrittura ulteriormente (definitivamente?) sublimata proprio nell’accostamento alla Fonte letteraria per eccellenza, dall’altro è affascinante vedere la Commedia (ri)attualizzata e traghettata (magari da Caronte) ai giorni nostri. Perché le spinte che muovono l’album sono due: c’è la full immersion nelle atmosfere e nei personaggi danteschi, tra demoni e pene, giudici e alcuni tra i più illustri peccatori; ma c’è anche una potente sincresia tra i motivi dell’Alighieri e la loro fertilità come spunti di riflessione sul presente. Spesso i peccati e i dannati fungono da spunto per parlare di problematiche contemporanee, di scorci di vita e di storie dei giorni nostri. Così Caronte diventa una metafora dell’eroina, Pier delle Vigne un ragazzino solo e bullizzato, l’adulatrice Taide una donna alla disperata ricerca d’amore. Altre volte ancora la digressione si spinge a contemplare valori ancora più alti e trasversali: così le fiamme di Ulisse sono il punto di partenza per parlare della curiosità e della volontà di sapere dell’Uomo, forse peccati, più probabilmente ciò che rendono una vita degna di essere vissuta; allo stesso modo il vento eterno di Paolo e Francesca dà il via a una riflessione sulla forza dell’amore.
In tutto questo, la bontà tecnica dei due lascia ancora una volta stupefatti. Lungo tutto il disco sono disseminati preziosismi che aspettano solo di essere raccolti: dall’incredibile incastro metrico di Claver in Paolo e Francesca («Amor, ch’a nullo amato amar perdona / E ti amo come allora») ai vertiginosi extrabeat di Murubutu in Malebranche, giusto per citare al volo due esempi. Anche a livello strettamente musicale il disco rappresenta un punto d’arrivo per il percorso di entrambi: forse mai come ora i beat acquistano profondità e spessore, e i ritornelli sono veramente incisivi: quello di Malebranche può ricordare un perfezionamento di Wordsworth dello stesso Murubutu, e particolarmente riusciti sono anche i due affidati agli ospiti Davide Shorty (Antinferno, legittimo pretendente al titolo di miglior brano del viaggio) e Giuliano Palma (Paolo e Francesca). L’unico “difetto” (virgolette grosse come Lucifero) è l’inevitabile parzialità dell’opera: in soli 11 pezzi – tra cui un’introduzione e un epilogo – risultano sacrificati molti personaggi danteschi che avrebbero sicuramente meritato un pezzo tutto per sé (da Farinata degli Uberti al Conte Ugolino).
Ad ogni modo era difficile pretendere un lavoro migliore dai due; abbiamo tra le mani un album che riesce ad essere allo stesso tempo un’affascinante parafrasi di tanti celebri passaggi del testo originale, una sua elegante attualizzazione, e un saggio su quello che il rap può e deve essere: veicolo di contenuti, vittoria sulle pose, padronanza formale e capolavoro di scrittura. Ancora una volta, bravi.
Amazon
