Recensioni

Per chi segue la scena britannica con più attenzione e orecchie aperte, l’incontro tra i due Josh mancuniani e Rainy Miller ha tutto fuorché l’aria della sorpresa: i tre si ruotavano reciprocamente attorno e avevano incrociato le mani già in Honest Labour e Desquamation,gli ultimi rispettivi lavori. D’altronde il (qualcuno lo definirebbe cloud) rap di Miller ben si confà a un immaginario paddoso ed etereo come quello che gli Space Afrika hanno dimostrato di saper declinare in maniera decisamente personale e contemporanea: il suo Desquamation si muoveva appunto tra elettronica e rap, passando per vicoli parlati e un soul glitchato – con la benedizione di un tale Jack Latham.
Detto ciò, allora, i nostri hanno il dovere o comunque il compito di andare oltre al dimostrare cosa succede se si intersecano le loro dilatazioni ambientali e cittadine: e sembrerebbe, almeno nelle intenzioni degli autori, esserci riuscito visto che dall’iniziale idea di farne un EP sono passati al formato lungo, sfornando quasi cinquanta minuti e coinvolgendo un’altra mezza dozzina di nomi ad arricchire le produzioni. Il risultato che ne salta fuori è un compendio della scena sviluppatasi in questi ultimi dieci anni nel nord ovest inglese, tra Sheffield, Leeds, Manchester e Liverpool: terra che definire fertile sarebbe come minimo una banalità. Qui i tre, cresciuti nel pieno della fase più sporca dell’hardcore continuum (la rivoluzione del grime, in quelle lande lontane da Londra e con un internet ancora “lento” arrivato davvero soltanto intorno al 2006), hanno cominciato a fare musica: chi – Miller – orientato da subito alle barre, sputate su beat rippati da p2p, chi – i due Josh – invece attirati dall’atmosfera ovattata del fermento dei club percepito dalle strade nelle notti del Nord Ovest.
Questo A Grisaille Wedding, che esce sulla Fixed Abode di Miller, si pone insomma oltre le rigide definizioni di genere, mescolando grime, trip hop, dub, ma anche psichedelie di un substrato folk, orchestrazioni e sperimentalismo. Ne vien fuori, ciononostante, un disco con un’atmosfera ben definita – e il timbro degli Space Afrika si sente forte e chiaro – che si apre con frammenti vocali di Miller autotunati su un tappeto di loop in scala di grigi e si chiude con il lamento di bobbieorkid ancora ammaestrato da un vocoder. Nel mezzo ce n’è molto, di autotune, cifra stilistica prima di tutto: il rischio che diventi stucchevole, comunque, viene aggirato grazie alla varietà di voci e atmosfere.
Voice Actor, nella già citata traccia d’apertura Summon the Spirt – Demon, splama il proprio spoken word nella parte centrale del pezzo, offrendo qualche bagliore di luce – e pensiamo subito alle ultime incarnazioni di Will Bevan, prima del flow impalpabile – in senso buono, etereo – di Miller. C’è Mica Levi a legare il discorso con la Bristol anni ’90 in uno dei singoli, Maybe It’s Time To Lay Down The Arms, che giochicchia anche con le manipolazioni vocali del James Blake di una decina di anni fa. 00-Down / Murmansk, 12 funge da appendice all’ultimo disco di Miller o poco più, e lo stesso fanno alcuni intermezzi in cui gli SA mettono sul piatto la loro abilità descrittiva: Shelter con una voce robotica (o umana?) che si chiede “he gave everything and he got betrayed / love is not supposed to hurt” e poi si perde nell’oceano di suono e sembra arrendersi (o venire disattivata), 1-2-1 in cui il pathos cinematografico di progetti come Romance fa da contraltare a un monologo sull’importanza di sapersi mettere al primo posto, specialmente in rapporti o relazioni impari. Si sente qui forte e chiaro quell’immaginario che dalla rave culture è scolorito in passaggi illbient e più dilatati, vengono in mente allora Dj Spooky, o certe filiazioni dell’immenso Kevin Martin, talvolta anche gli Orb (specialmente nell’ultima citata).
Quando si diradano questi momenti di respiro – un respiro corto – lo fanno per lasciare spazio a una post-dubstep che si riversa sulla trap Sweet (I’m Free) con la partecipazione di Iceboy Violet e RenzNiro, altri due sodali mancuniani, oppure nella trance scolorita di I Believe in God, When Things Are Going My Way su cui Richie Culver sciorina i suoi proclami caustici e disillusi, e ancora nel cuore più completo del disco: una The Graves at Charleroi nei cui sei minuti confluiscono orchestrazioni, chitarre acustiche in loop, e un crescendo guidato da Coby Sey all’intersezione tra songwriting e hip hop.
Un disco che, ad ogni modo, segna un punto fermo se non tanto su quel che ne sarà di Manchester – uscita malridotta a livello sociale e economico prima dalla Brexit e poi dalle politiche anticovid, su quel che ne è stato fino adesso. Una scena che ha piantato molti frutti, che germinano anche altrove (si pensi alla recentissima uscita su PAN di Honour).
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