Recensioni

Con la pubblicazione del mixtape hybtwib? (2020) il duo di Manchester Space Afrika, composto da Joshua Inyang e Josh Reidy, si lasciava alle spalle l’associazione diretta con la dub techno per abbracciare un’elettronica dalle forme astratte più nettamente improntata all’atmosferico e al politico. Se già i loro primi lavori (Above The Concrete/Below The Concrete, del 2014 e Somewhere Decent To Live, del 2018) si annunciavano come percorsi psicogeografici in una Manchester sempre più grigia, gentrificata e impoverita dalla mancanza di spazi di aggregazione e prospettive di riscatto sociale, hybtwib? si proponeva di catturare lo spaesamento e lo spirito di rivolta dei partecipanti alle proteste contro razzismo e police brutality dello scorso anno. Pur definendosi ancora oggi «Manchester ambassadors, a Manchester band» nelle interviste, complice la risonanza transnazionale di hybtwib? e il trasferimento di Reidy a Berlino, il progetto Space Afrika sembra votato a trascendere il “localismo” dei primi lavori per catturare una dimensione urbana e umana più allargata.
Il nuovo album Honest Labour, il primo per Dais Records, conferma questa sensazione. Il titolo non allude, come forse avrebbe potuto, a politiche nazionali o presunti vuoti partitici, ma, ci spiegano, è sia un tributo a un membro della famiglia nigeriana di Inyang, così chiamato per la sua «lealtà e resilienza», sia un cenno all’ethos creativo del duo, definito «a labour of love». Unendo una concezione del sampling come atto di (ri)significazione a un’elettronica frammentaria, espressionista, che s’ispira tanto all’ambient quanto all’industrial e al trip-hop, gli Space Afrika di Honest Labour raggiungono nuovi livelli di sofisticazione, barattando l’approccio antropologico del passato con uno sguardo più introspettivo. Pur presentandosi come un coerente saggio dell’evoluzione artistica del duo ed essendo guidato da una visionaria estetica collagista, Honest Labour brilla per la sua varietà interna, per le sensibilità e riferimenti diversi che attraversano i diciannove brani, ampliandone continuamente la portata emotiva.
Abbondano gli interludi e i brani strumentali (spesso sotto i due minuti) in cui il duo gioca a mascherare i propri sample e riferimenti all’hardcore continuum, inabissandoli in fumose atmosfere votate a cullare e straniare l’ascoltatore, spesso in un colpo solo. Se in Ny Interlude un sample vocale e un ossuto beat vengono ripetuti per un minuto intero senza colpo ferire, in <> elastici vocals di matrice soul vengono travolti da singhiozzanti breakbeat e droning alla maniera delle composizioni destrutturate di Klein, creando un accattivante contrasto con la teatralità degli archi, una delle presenze più ricorrenti e inaspettate in Honest Labour. Archi e chitarra elettrica si intrecciano in LV, un mesto brano di circa tre minuti che recupera i sintetizzatori e lo spirito hauntologico del precedente Solemn per qualche secondo, per poi abbandonarsi a sontuose strumentazioni psych-rock che finiscono per ricordarmi il sound “amniotico” di un Ilyas Ahmed o di una Tara Jane O’Neil. Il penultimo brano Strength si propone come una sorta di summa di tutte le idee esplorate in questi rapidi sketch, lasciando ai felpati vocals del musicista di origini nigeriane LA Timpa il compito di trasportare l’amorfo mix di chitarre, archi e sample del brano in territorio R&B.
Se quello di Strength si propone come un R&B schizoide e travagliato, altrove Honest Labour ripercorre le tracce del trip-hop alla ricerca di soluzioni vagamente più accessibili. L’ottimo brano Girl Scout Cookies è attraversato dagli ansimanti vocals della cantante bianca scout, divisa tra sensuali scenari R&B e increspature indie-rock, una giustapposizione volta a simboleggiare i saliscendi di una relazione (un battibecco telefonico tra due amanti si consuma in sottofondo). I morbidi vocals dell’interprete guest compaiono nel brano Rings, resi ancora più ammalianti grazie al contrasto con rumorose scariche di percussioni e, verso la fine del brano, l’esplodere di vorticose sonorità 8-bit. guest ammalia per poco più di un minuto anche nel vaporoso Indigo Grit, prima che il campionamento di una conversazione tra un uomo e una donna sul tema “amore” finisca per rimpiazzare la sua suadente proposta con un saggio di scetticismo: «So explain to me, how do you know when you are in love with a person?», chiede lui. Lei si prende del tempo con un «Uhmm…», ma il brano di colpo s’interrompe, lasciandoci senza risposte.
È proprio in questi momenti di scambio e comunicazione diretta, più che nei suoi momenti più incorporei, che Honest Labour lascia il segno, recuperando un approccio documentaristico che racconta la dimensione urbana attraverso un collage di suoni, conversazioni spezzate e diaristica che a tratti ricorda le polifonie contenute nelle zine londinesi di Laura Oldfield Ford intitolate Savage Messiah, un lavoro che Mark Fisher paragonò al formato mixtape e definì «a depersonalised journey out to the erotic city that exists along the business city». «I realise that I am not the nicest person in the world, you know what I am saying, I have a good heart, but…», dice una ragazza in Preparing The Perfect Response~ avviandosi a riflettere sui momenti di delusione che hanno mutato il suo carattere. «I love me, I love me for who I am», conclude battendosi il petto, inseguita da trascinate note di violoncello. Dub, hip-hop e la loro inaspettata metamorfosi in un pop orchestrale accompagnano il monologo del rapper Blackhaine nell’eccellente B£E («Block dreams in the crack / Man are trynna get rich at the top of the map»), mentre la sequenza Like Orchids/Meet At the Sachas/Us, il cuore pulsante del disco, cattura momenti di alienazione urbana e rivolta di strada, tra sirene, annebbiamenti industrial e i rumori di una città che assieme inghiotte e diventa teatro di nuove coalizioni. «I feel the devil is in the detail», recita kinseyLloyd nella Saul Williams-iana U: la capacità d’osservazione degli Space Afrika di Honest Labour sembra confermarlo.
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