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Unica data italiana dei Pixies per questo tour che cade a 30 anni dalla fondazione della band. Al basso c’è Paz Lenchantin, già turnista per A Perfect Circle, Queens of the Stone Age, Zwan, Josephine Foster e mille altri, in organico dal 2014 e adesso sostituta stabile – è annuncio recente questo – di Kim Deal.

Aprono i Ministri. Io praticamente li conosco solo di nome e, insomma, capisco subito che non sono roba mia. Non mi piacciono, ma sono stati bravi, poco da dire. Gasatissimi, sul palco hanno dato tutto, il pubblico conosceva tutti i pezzi, li ha cantati a squarciagola, e si è gasato a sua volta. Quest’ottimo riscaldamento viene raffreddato da un cambio strumentazione che dura una vita, con gli headliner che finiscono per salire sul palco con qualcosa come un’ora di ritardo. Frank, in elegante completo superBlack, con tanto di giacca (a un certo punto, per fortuna, se la toglierà), è sempre uguale. Santiago pare un po’ ammosciato. Lovering, anche se ha il barbone, no. Da lontanto Paz sembra PJ Harvey.

La scaletta è il solito jukebox a raffica senza la minima interazione col pubblico. Si va dai primordi con almeno metà di Come on Pilgrim, ai goielli del dittico classico Surfer Rosa/Doolittle (prima volta che li vedo dal vivo, ammetto che cose come Hey e Break My Body mi hanno fatto venire un po’ la pelle d’oca e le ho cantate senza dignità), fino a Snakes (da uno dei due EP pubblicati nel 2014), Indie City (dal disco omonimo, sempre 2014) e la Um Chagga Lagga che anticipa Head Carrier (l’album nuovo, che esce il 30 settembre prossimo). Passando per quel capolavoro surf in odore desert che è Velouria (da Bossanova, 1990). Where is My Mind? è intelligentemente piazzata in mezzo, “così ci togliamo il pensiero”: il pubblico si esalta sì, ma si esalta forse ancora di più per Bone Machine e Here Comes Your Man.

A metà concerto – prima aveva piovigginato solo un po’ – il cielo si apre, e diluvia. Dura non più di 15 minuti, un 3-4 pezzi diciamo, ma siamo tutti e subito completamente fradici. Con un certo divertimento. Il concerto procede con le solite routine dei Nostri, da Nimrod’s Son con la prima parte swing, agli strapazzamenti di chitarra di Santiago in Vamos. Senza dimenticare che Frank, anche non lambendo neppure gli estremi di un Dylan o un Reed, sposta le parole quel tanto che basta a ciancicarne la prosodia, mentre il pubblico resta fedele alle versioni su disco. Quando parte il bis, sarà un unico pezzo veloce veloce, ovvero Debaser: esaltazione, ma tempo tre secondi e Frank ferma tutto, Paz se la ride, lui e Joey smanettano con la chitarra e si ricomincia daccapo. Ma con Planet of Sound. A questa si aggiunge un’altra delusione per la mancanza di must assoluti come Caribou o Wave of Mutilation e, ovviamente, delle cose scritte dalla Deal come Gigantic e Silver (pare però che le due primedonne adesso si siano riappacificate, se è vero che il disco in arrivo contiene un brano che è dedicato a Kim, All I Think About Now).

Usciamo a caldo molto soddisfatti. Unico calmiere dell’entusiasmo, stante anche quanto si è appena detto, la consapevolezza che pure diluendolo a volontà con pezzi meno clamorosi si tratta comunque di un repertorio di qualità assoluta e che per sbagliare un concerto con questa roba per le mani, bisogna davvero avere la luna storta. Postilla puntigliosa: Santiago si conferma chitarrista non irresistibile. Da ultimo, nell’economia dei pezzi, sorprendentemente ma in fondo non troppo, la mancanza di Kim Deal non si avverte. La band tutta, stringendo stringendo – lo sapevamo, e anzi stra-sapevamo – si riduce fino a sovrapporsi del tutto con la figura in tutti i sensi titanica del suo frontman e autore principale.

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