Recensioni

Chitarrista e cantante di quella sbilenca ciurma che erano i Pixies, ne rappresentava indubbiamente il deus ex machina.
Emblematica di ciò è la lunga e prolifica carriera solista che il
Nostro iniziò nel 1993, dopo lo scioglimento del gruppo madre, sotto lo
pseudonimo Frank Black.
Ma perché dopo dodici album in solitaria, il più recente dei quali, il doppio Fast Man Raider Man,
risale addirittura al 2006, e dopo l’annunciato tentativo (mancato?) di
riunire la sua vecchia band in studio dopo un tour che ha fatto
sobbalzare i cuori dei fans più nostalgici, Charles Thompson IV si presenta oggi sempre come solista ma con il suo primo nome d’arte Black Francis, proprio quello usato con i Pixies? Che sia già un primo passo di avvicinamento alla reuniontanto attesa, oppure, al contrario, un segnale per annunciare la totale
rinuncia a tale progetto? Mistero. Ci basti sapere però, che Bluefinger(dedicato al pittore e musicista olandese Herman Brood), rispetto alle
derive country, blues e soul degli ultimi album, sancisce un
semi-ritorno a certe sonorità graffianti e visionarie che fecero la
fortuna della prima band. Le prime due canzoni dell’album rappresentano
un vero pugno nello stomaco: i volumi sono altissimi, la chitarra
tagliente e la voce si perde in deliri fuori squadra degni dei migliori
tempi andati. Threshold Apprehension ne rappresenta
l’episodio più riuscito facendo quasi gridare al miracolo: rende
palpabile l’illusione di un viaggio nel passato sul finire degli
Ottanta, quando imprevedibilità schizofrenica e urgenza sonica
dettavano criteri stilistico-estetici.
Illusione che però
pian piano perde di efficacia. Già alla terza traccia Francis aggiusta
il tiro tornando a sonorità recentemente a lui più care, anche se
cariche e vitali come da tanto non avveniva. Così ci troviamo dinnanzi
ancora a un miscuglio di pop, rock, blues, country e soul ma stavolta
condito da una fresca tensione punk, che non viene rilasciata neanche
nei momenti più intimi dell’album. Questa è la vera novità di Bluefinger,
quella che sicuramente si cela anche dietro la scelta di chiamarsi
ancora una volta Black Francis. Per poter ancor delirare urlando in
piena libertà su zigzaganti traiettorie rumoristiche, tra controcanti
femminili e linee di basso pulsanti, ma con una maturità raggiunta che
gli evita di scimmiottare l’omonimo se stesso di vent’anni fa. Vi
sembra poco? Il Grande Folletto è ancora in ottima forma:
inconfondibilmente ironico e freneticamente pungente oltremodo.
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