Recensioni
Pierluigi Lucadei
Forever Ago. Un quarto di secolo in venticinque album
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Stefano Solventi
- 14 Agosto 2025

La formula è semplice: raccontare questo primo quarto di secolo – dal 2000 al 2024 – con venticinque album, uno per ogni anno solare, riservando un capitolo ad ognuno, ovvero un trattamento da recensione espansa, nella quale contesto storico/culturale e punto di vista biografico costituiscono la cornice per una ricognizione critica al tempo stesso analitica e sentimentale. Messa così può sembrare un’impostazione tutt’altro che originale e persino “comoda” per uno come Pierluigi Lucadei, nota penna del panorama giornalistico musicale (classe ‘76, già collaboratore del Mucchio Selvaggio, oggi firma di Minima & Moralia e Blow Up), che però in questo suo quarto libro non si limita a fare antologia di pezzi già pubblicati (ammetto di avere pensato che potesse trattarsi di questo), ma avvolge ogni disco in uno sguardo prospettico che va a definire un percorso. Di Lucadei, certo, ma anche (il) nostro.
Al di là dei titoli selezionati, di cui fra un po’ diremo, è il tono e la grana della scrittura a fare la differenza. Non ci sarebbe bisogno di chiarire, ma lo faccio ugualmente: non c’è alcuna pretesa di selezionare i migliori album anno dopo anno, ma casomai quelli che hanno significato di più e particolarmente per l’autore. Aggiungo qui ciò che ho tralasciato prima: c’è anche un “podio” dedicato ad altri due titoli che, diciamo così, se la sono giocata col prescelto, portando così a settantacinque i lavori citati. Ma, ecco, vorrei sgomberare il tavolo dal solito (peloso e palloso) carosello di rimostranze dovute alle esclusioni eccellenti: ne troverete eccome, potreste persino scandalizzarvi perché ad esempio per il 2006 siano stati scelti i Band Of Horses e non – chessò – Joanna Newsom, o perché ci troviamo il Beck tutto sommato interlocutorio di Morning Phase protagonista del 2016 quando si poteva scegliere tra le ottime prove di FKA Twigs, Sun Kill Moon, Mac DeMarco e via discorrendo. Ribadisco: il punto non è questo. E meno male perché di classifiche – riflesso funzionale della cultura della performance in cui siamo dopaminicamente immersi – ce ne vengono proposte fin troppe. Scrive Lucadei: “I dischi vivono nel mondo, nel tempo in cui vengono pubblicati, legandosi a uno specifico contesto, ma girando e rigirando finiscono spesso per trascenderlo. I dischi vivono soprattutto dentro chi li ascolta, relazionandosi con aspettative, sogni, frustrazioni, delusioni. Hanno senso se hanno senso per te, sono memorabili se tu non li dimentichi, sono essenziali se hanno la forza di cambiarti la vita”. Ecco.
In ragione di ciò, leggere queste pagine significa tuffarsi in quel fiume che non è mai lo stesso ma che pure un po’ lo è, ovvero sottoporsi alla duplice (come minimo) sovrapposizione tra presente e passato e tra intimo e collettivo, confrontarsi col senso di certi dischi per i tempi in cui hanno preso vita, con la loro persistenza o dissolvenza nel tempo, il tutto mentre si consumava il processo di vaporizzazione del disco in quanto supporto fisico e il suo traslare nella dimensione intangibile ma attingibile, atomizzata ma pervadente dello streaming.
Insomma, che altro dire se non che si tratta di una lettura piacevole e non priva di effetti collaterali, tra cui ovviamente il riascolto di album variamente amati con orecchie nuove (ovvero: invecchiate), da cui una inevitabile ristrutturazione della memoria che ne avevamo, del loro senso per ciò che siamo oggi ed eravamo ieri. La prosa di Lucadei scorre lieve, amichevole, poi d’un tratto affonda il colpo e azzecca la sintesi fulminante. Tipo quando, a proposito di Yankee Hotel Foxtrot dei Wilco, scrive che è come “una scenografia di piccoli rumori e rintocchi, fischi e interferenze varie, una musica che ricorda il suono di un foglio che si accartoccia controvoglia”. Oppure quando definisce la parte finale di Daily Routine – pezzo contenuto nello straordinario Merriweather Post Pavilion degli Animal Collective – come “Syd Barrett che viene invitato da Morricone a cantare sulle scene finali di C’era una volta il west”, per non dire di quando sintetizza la carriera di Anohni come “una lunga sequenza di momenti di transito, caratterizzata dal coraggio di scegliere sempre il percorso più tortuoso per arrivare dal punto A al punto B.”
Lascio a voi scoprire quanto siano intense le pagine dedicate a Carrie & Lowell di Sufjan Stevens, Piccoli fragilissimi film di Paolo Benvegnù (a cui il libro dedicato), Negative Capability di Marianne Faithfull, The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows di Damon Albarn e naturalmente For Emma, Forever Ago di Bon Iver, senza nulla togliere alla buona riuscita complessiva di un saggio che oltre ai meriti suddetti ha pure quello – al lettore piacendo – di invitare a una riflessione su valore e funzione delle recensioni oggi, cioè su dove possano e debbano spingersi, allargare o stringere l’otturatore, includere ed escludere nel loro tentativo di gettare un disco nel presente e nella vita dell’ascoltatore. In un’epoca che, ahinoi, sembra farsi bastare recensioni che sembrano proprio comunicati stampa riarrangiati dalla prima IA conversazionale disponibile, e forse spesso lo sono davvero.
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