Recensioni

Abituato com’è ad accavallare progetti, inventarsi vite artistiche parallele e proporsi in più versioni come se fossero in pratica altrettanti spin-off di se stesso, Beck, per Morning Phase, ha seguito quasi alla lettera un disegno a cui aderisce per tutto il disco senza una deroga che sia una: scrivere il successore di Sea Change. Si capisce al volo anche senza aver letto alcuna anticipazione, bastano il giro di chitarra acustica che apre Morning e l’arpeggio iniziale di Heart Is a Drum per richiamare immediatamente alla memoria le atmosfere di Golden Age e Lost Cause. A occhi chiusi si sarebbe scommesso che gli eleganti arrangiamenti d’archi portino la firma di papà David Campbell e non sorprende affatto leggere che il più abile trasformista della canzone popolare americana a cavallo tra due millenni abbia riformato la stessa band del disco del 2002 con i fedelissimi di un tempo Smokey Hormel, Justin Meldal-Johnsen, Roger Joseph Manning jr. e Joey Waronker. Si potrebbero sentire i due dischi quasi senza soluzione di continuità.
Ma è tutto così programmatico e arido allora? Verrebbe da chiederselo. No, non è così. Prima di tutto c’è un altro piccolo antefatto, ovvero l’album registrato parzialmente a Nashville nel 2005; a quelle sessions risalgono tre pezzi, Waking Light, Blackbird Chain e la conclusiva Country Down. Poi, per quanto le soluzioni sonore siano speculari, in Morning Phase si respira un’atmosfera diversa, più leggera, senza – verosimilmente – il portato emotivo che Sea Change si trascinava dietro, e con in nuce una promessa di nuovo inizio come leitmotiv. Infine, il qui presente è un disco che cresce di ascolto in ascolto, lasciando affiorare lentamente le forme di un songwriting stiloso che piacerà meno ai cultori di certe bizzarrie beckiane; eppure non si può definire meno che classico e, per più di un verso, impeccabile.
La confezione sonora è sempre puntigliosa e perfetta. Però non ci si ferma lì. Le pennellate di suono vintage di Morning e Country Down e gli echi di Byrds e Nick Drake di Heart Is a Drum o la finale, beatlesiana Waking Light tra i tanti orpelli mettono in mostra anche melodie convincenti e arrangiate in modo superbo. E fra gli omaggi al sound californiano classico da Crosby Stills and Nash a Gram Parsons – Turn Away, con le armonie vocali che più West Coast di così non si può – e le sfumature di americana moderna che fanno pensare ai Wilco e al neo folk rock dei Fleet Foxes, il country rock tinto di blues di Say Goodbye, l’esotismo psichedelico di Blue Moon, i toni avvolgenti delle ballate Unforgiven e Don’t Let It Go, i drappeggi d’archi teatrali di Wave emergono con più chiarezza a un ascolto più approfondito. Con quel pizzico di imprevedibilità in più, che è forse l’unica vera pecca di un disco in cui la sensazione di deja vu è abbastanza marcata, rappresentato dai cambi di tempo di Blackbird Chain, evidenti invece sin dal primo incontro con un LP che senza gridare al capolavoro merita l’attenzione che riceverà.
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