Recensioni

Neanche il tempo di celebrare una carriera ormai quarantennale con un “greatest hits tour” (che lo scorso anno ha toccato anche il nostro Paese, in una memorabile performance all’Auditorium Parco della Musica di Roma) e con Smash, enciclopedica e quanto mai necessaria antologia che mette in fila tutti i loro singoli, che i Pet Shop Boys tornano a fare sul serio e in grande stile.
Il quindicesimo lavoro in studio Nonetheless, infatti, non solo prosegue con ferrea regola di titoli composti da un solo vocabolo, ma segna il ritorno del celebre duo nella casa Parlophone abbandonata nel 2012 dopo l’uscita dell’interlocutorio (ma, come ogni loro prova in studio, sempre con qualche episodio che lo rende meritevole di ascolto) Elysium. Da allora i nostri hanno dato alle stampe una trilogia di album con una propria etichetta discografica e la produzione di Stuart Price, che premevano il piede sull’acceleratore con brani squisitamente dance, pur non rinunciando a occasionali melodiche nostalgie – nel caso del penultimo Hotspot coinvolgendo da una parte Olly Alexander, dall’altra affidandosi alla chitarra dell’ex Suede Bernard Butler – e alle soluzioni più sofisticate che hanno reso il loro stile riconoscibilissimo.
Nonetheless, composto in gran parte da canzoni scritte durante la pandemia, non rinuncia a esporre l’anima più danzereccia dell’iconica ditta, che dagli anni Ottanta è miracolosamente riuscita a non cadere nell’irrilevanza e a non finire una gloriosa carriera con ospitate nelle trasmissioni revival in TV tutte playback e distintivo (e soprattutto con i soliti cavalli di battaglia della “fase imperiale”) ma al tempo stesso sfodera qualche colpo da maestro nella costruzione delle melodie, sfiorando Burt Bacharach pur integrando una rudimentale batteria elettronica in The Secret of Happiness (peccato per quel testo un tantino sciropposo) o viaggiando in territorio Billy Joel/Elton John in A New Bohemia (che menziona Les Petites Bon-Bons, gruppo di artisti e attivisti gay del Wisconsin che negli anni Settanta sono stati associati a Bowie, Lou Reed e la disco-star Sylvester).
Neil Tennant si conferma un efficace e coinvolgente storyteller e ricorda il suo arrivo da Newcastle a Londra nel 1973 in New London Boy. Se il titolo può riportare alla memoria New York City Boy del lontano 1999, è sicuramente David Bowie – esplicitamente nominato nel rap insieme ai Roxy Music – il nume tutelare, un po’ per la somiglianza del titolo con The London Boys del 1966, un po’ per quell’”are they girls or boys?” che non può che ricondurre ad Hallo Spaceboy, collaborazione tra l’ex Duca Bianco e i Pet Shop Boys di metà anni ’90 e soprattutto per il setting della storia, la scena glam, la libertà di poter essere finalmente se stessi pur con le cautele del caso (“skinheads will mock you / call you a fag / last laugh is yours / there’s a brick in your bag“). Da più parti considerata un sequel di West End Girls – ma non dimentichiamo Metamorphosis, dal sottovalutato Bilingual – è senza dubbio una delle perle del nuovo disco.
Conoscendo molto bene la capacità di Neil nel creare narrazioni avvincenti, anche stavolta non ci stupiscono gli spunti non banali offerti. Il singolo di lancio Loneliness pecca giusto un po’ di ripetitività, ma riporta immediatamente ai fasti del bestseller Very (ma guardando il videoclip del fotografo e filmmaker Alasdair Mclellan, già attivo con i Saint Etienne e gli XX, è inevitabile pensare al triangolo lui-lui-lei in Domino Dancing anche se il tutto oggi è più sfacciato e senza freni, tra corpi muscolosi, scene in doccia e persino un glory hole). Feel è un brano inizialmente offerto a Brandon Flowers dei Killers per un suo disco solista, ed è forte di un sottile ma affettuoso e azzeccato omaggio ai Kraftwerk (la base ritmica richiama Tour de France) mentre il secondo singolo Dancing Star, sorta di Bignami poetico in musica sull’ascesa e sulla parabola del divino Rudolf Nureyev, approdato a Parigi nel 1961 infrangendo le regole del regime sovietico, si inserisce in un filone retromaniaco tra Holiday di Madonna e il synth-pop giocoso di un discepolo primo della classe come The Weeknd. Il celebre ballerino russo non è l’unico personaggio oggetto delle attenzioni di Tennant (il cui canzoniere è già ricco di riferimenti a Giacomo Casanova, un misterioso Don Juan degli anni Trenta che potrebbe essere Hitler o Stalin, gli Zazou degli anni ’40 che frequentavano il Select e Le Colisée, avevano i capelli lunghi e ascoltavano jazz americano illegale durante il nazismo): se in The Night I Fell In Love Neil e Chris spernacchiavano l’omofobia di Eminem, stavolta in Bullet for Narcissus (musicalmente in territorio New Order, periodo Technique) al centro c’è il dilemma esistenziale di una guardia del corpo di Donald Trump, che deve accettare l’idea di poter morire per proteggere un uomo che detesta.
Un’altra highlight da antologia è la conclusiva Love is the Law, riflessione esistenziale, cruda e intrisa di lirismo di Oscar Wilde dopo la prigione francese mentre osserva in un’area il cruising clandestino tra uomini (termini come trick e trade non sono usati a caso, nello slang americano indicano il “rimorchiare”). Non convince appieno, al contrario, Why Am I Dancing che torna in un territorio già battuto con più efficacia insieme ai Soft Cell in Purple Zone – volendo essere perfidi, se Taylor Swift non ha una Billie Jean nel suo repertorio, anche qui la melodia non viaggia di certo a quelle altezze – e non si capisce in The Schlager Hit Parade l’urgenza dello sdoganamento (intellettuale alla Baustelle? O con ironia anglosassone?) della musica di facile ascolto, kitsch o pericolosamente vicina al cattivo gusto, che è da sempre il pilastro dell’Eurovision (attenzione, non parliamo solo dei primi ABBA o della Agnetha Fältskog solista, ma anche di quello che viene definito “Italian schlager” in certe playlist di Spotify, tra Al Bano e Romina Power e Pupo, tra Cutugno e i Ricchi e Poveri) tra mise discutibili, fiumi di birra, salsicce e crauti.
Prescindibile per i più, a meno che non siate fan feticisti di lunghissimo corso, l’EP Furthermore allegato nell’edizione limitata che contiene quattro remake di successi storici che perdono la brillantezza e le nuance che li hanno resi dei classici – ed è un colpo al cuore, per chi scrive, la nuova versione maranza di Being Boring pronta per le feste in spiaggia a Lignano Sabbiadoro con tanto di “su le mani”. Se l’intento era darle una rinfrescata, il risultato ottenuto è all’opposto dello spettro.
Tolti questi perdonabili punti deboli, purtroppo sempre in agguato nei loro dischi recenti (ricordate Wedding in Berlin in Hotspot?), Nonetheless è un lavoro ben scritto e con almeno cinque canzoni davvero buone, cosa da non dare mai per scontata quando si parla di vintage act (Neil Tennant si appresta pur sempre a spegnere settanta candeline il prossimo 10 luglio). La produzione di James Ford (che ricordiamo con i Depeche Mode in Memento Mori, ma anche con i Blur e gli Arctic Monkeys) è pulita, pur talvolta con una levigatezza eccessiva che semplifica e impoverisce alcuni arrangiamenti. Peccato solo che sia terminata l’era dei 12″, delle cas-singles e dei cd singoli con decine di brani scartati che, nel caso dei Pet Shop Boys, si sono spesso rivelati all’altezza – quando non addirittura superiori – ai rispettivi lati A.
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