Pet Shop Boys, still dal video “Go West”

Pet Shop Boys. Verso ovest, dove tramontano le utopie: Go West

Che i Pet Shop Boys fossero più arguti del resto del mondo pop si capiva anche ad un ascolto distratto: erano quelli che parlavano in discoteca di divisioni di classe (West End Girls) e dei meccanismi del successo (Opportunities, con l’eloquente sottotitolo Let’s Make A Lot Of Money), nonché quelli che avevano mixato l’inno alla Città di Dio scritto dagli U2 con una canzoncina nota per una cover disco anni ’70 (Where The Streets Have No Name/Can’t Take My Eyes Off You).

Perciò, quando nel 1993 apparve il video di Go West, con quell’immaginario da arte sovietica esagerato e rivisto in stile videogame con i colori sparati degli anni ’80 (compresi i due membri del gruppo con le tutine gialle e blu, ossia gli altri due colori fondamentali oltre al rosso), sembrava un commento beffardo e sagace a quanto accadeva nel mondo e in particolare in Europa, ovvero il movimento – fisico e concettuale – di gente dall’Est dei regimi comunisti appena caduti all’Occidente delle opportunità del capitalismo maturo e trionfante – perfino la statua di Lenin, nel video, indica quella direzione – e per di più su una melodia che sembrava costruita sulle note dell’inno sovietico, solo cambiate di durata (lo pensa anche un personaggio del romanzo Babylon di Viktor Pelevin, che in un passo la nomina proprio come «la canzone che i Pet Shop Boys hanno fatto con le note del nostro inno», ma realtà si tratta, in entrambi i casi, di brani costruiti sul Canone di Pachebel, una sorta di hit della musica classica che è stata ampiamente usata anche nel pop e nel rock: Basket Case dei Green Day ne è un esempio con variazioni, ma il nostro rifacimento preferito è questa autoproduzione dei tempi del lockdown).

Un’irriverenza intelligente, insomma, che però non sembrava derisione di quell’utopia caduta alla quale, pur negli eccessi visivi del clip, sembrava in qualche modo riconoscere comunque una grandezza.

Pet Shop Boys, still dal video “Go West”

Ma, come sapeva chi aveva un po’ di memoria del pop, si trattava in realtà della cover di un vecchio singolo dei Village People cui i Nostri si erano avvicinati perché nel 1992 il tastierista Chris Lowe l’aveva scelto come brano da suonare a un benefit a tema AIDS organizzato all’Hacienda dal regista Derek Jarman, decidendo poi di inciderlo. L’arguzia allora sembrava quella di aver capito che quella vecchia canzone potesse funzionare per raccontare la contemporaneità, adattando al presente il testo che sembrava riproporre un’altra antica utopia: quella fondativa degli USA, ovvero la Frontiera e il movimento (anche qui fisico e concettuale) dei primi coloni americani verso l’ovest del Nuovo Mondo, un mondo di opportunities (anche qui) nel quale lasciarsi dietro la vecchia, corrotta e immobilmente stratificata Europa per ripartire e costruire la propria vita e la propria fortuna solo sulla base delle capacità individuali e del proprio spirito di iniziativa, in una terra nuova da colonizzare. «Go West, young man!» era stato infatti un rinnovato invito, formulato da un giornalista nell’800, a fare quello che gli americani avevano sempre fatto, solo scritto poco prima che la Frontiera, con l’arrivo dei coloni sulle coste del Pacifico, si chiudesse (spostandosi a quel punto sul piano concettuale dei traguardi economici e tecnologici, ma è un’altra storia): appunto, un’altra utopia tramontata (non prima che la presenza dei Pellerossa, evidentemente un dettaglio nel quadro del “Destino manifesto” della nazione, fosse ridotta a poco più che il ballerino nel gruppo dei nostri).

Però non era di quella che parlavano i Village People: se ci si limitava ad ascoltare la canzone per radio si poteva anche pensare alla Frontiera o a un generico inno al futuro, ma conoscendo anche l’immagine e il contesto del gruppo, o guardandoli presentare il singolo in tv, emergevano altri significati. In primo luogo, infatti, «village people» non significa “gli abitanti del villaggio”, bensì “gente del [Greenwich] Village”, la zona di Manhattan (a ovest, guarda un po’) nota come quartiere di artisti di vario tipo (e ormai brutalmente gentrificata, manco a dirlo) nonché zona gay-friendly ma non abbastanza da impedire di desiderare altro: ovvero «sognare la California» (appunto l’Ovest) ma non come gli hippie, piuttosto la San Francisco, città gay friendly in generale dove tra le altre cose l’attivista Harvey Milk era appena stato eletto consigliere comunale. Insomma, un’altra utopia di una vita secondo i propri dettami, ma anche un’altra utopia finita: intanto perché quando esce il singolo Harvey Milk è appena stato assassinato da un consigliere omofobo, e poi perché di lì a poco arriverà l’AIDS, col primo paziente USA proprio in città.

Pet Shop Boys, still dal video “Go West”

Perciò, se nei Village People ancora risuonava l’ottimismo, nei Pet Shop Boys l’utopia viene rimpianta come una cosa dei tempi andati, resa impossibile dal massacro perpetrato dal virus che inizialmente colpiva soprattutto nel mondo omosessuale (al riguardo c’era stata anche quella sorta di bollettino di guerra che era Halloween Parade di Lou Reed, solo dal fronte New York): quello del duo inglese è un rievocare malinconico i tempi in cui era possibile sognare – Lowe disse che era sicuro che la voce di Tennant avrebbe fatto suonare disperata e irrecuperabile quell’utopia, ed è così, con quel distacco tipico dello stile del cantante messo a contrasto con la magniloquenza visiva dei monumenti raffigurati nel clip.

Ed è ancora più vero perché, in un testo così stratificato, le utopie tramontate che vanno a sommarsi sono tante, e di lì a poco si aggiungerà al mix anche quella evocata dal primo livello di lettura del video, cioè quella dei cittadini dell’Est che si scontrano con la realtà della vita Occidentale.

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