Recensioni

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Il terzo album dei Pearl Jam, pubblicato dopo i successi di Ten (1991) e Vs. (1993), è probabilmente il disco più eclettico, dibattuto e sofferto della band di Seattle. Fin dal titolo (Life o Vitalogy?) e dalla data di pubblicazione (il 22 novembre o il 6 dicembre?), passando per i testi delle canzoni (incompresi, mancanti o integrati da altri versi mai cantati), l’album è come se fosse sempre stato in lotta con sé stesso: al suo interno sembra non esserci quasi nulla di certo, o definitivo, e forse è proprio questa la sua forza. Un disco che anche a molti anni di distanza è ancora “vivo” e (in) lotta insieme a noi.

Pubblicato nell’autunno del 1994, l’anniversario convenzionale dell’album dovrebbe ricadere il 22 novembre, giorno in cui, però, uscì la sola versione in vinile – così come fortemente voluto dalla band. La vera e propria pubblicazione su larga scala, concordata con la casa discografica in cd e audiocassetta, arriverà soltanto due settimane più tardi: il 6 dicembre 1994. Non si trattava di un mero vezzo commerciale, ma di una delle tante “battaglie di principio” condotte dalla band in quel periodo. Nel caso specifico in favore del vinile, che in quegli anni era stato surclassato dal cd, ma per la maggior parte dei membri del gruppo rappresentava ancora il modo migliore per godere a pieno – e in maniera quasi religiosa – della musica. Era questa l’unica vera droga consentita per sopravvivere a sé stessi, in una scena come quella grunge, ahinoi tristemente lastricata di morti e overdose (il chitarrista Mike McCready andrà in riabilitazione proprio in quel periodo per uscire dalla sua dipendenza da cocaina).

Il legame ormai stereotipato tra musica rock e droga viene in un certo senso ribaltato nel primo singolo dell’album – Spin The Black Circle (Fai girare il cerchio nero) – che possiamo considerare un vero e proprio inno al vinile. A differenza di molti musicisti del passato, che avevano “usato” la musica per parlare di droga, i Pearl Jam qui fanno l’operazione inversa e utilizzano la droga per parlare di musica attraverso una serie di metafore volutamente ambigue: basti pensare all’ambivalenza della parola “needle” che in inglese può indicare sia la puntina del giradischi che l’ago della siringa (See this needle and see my hand), oppure al “rituale del braccio ricurvo” (Oh, the ritual / When I lay down your crooked arm), che può riferirsi sia all’atto di ascoltare un vinile, che all’iniezione di eroina. Ai tempi Jon Pareles, oggi principale critico musicale del New York Times, sancì il suo verdetto su Rolling Stone scrivendo che il brano era “l’unico inno all’ago proveniente da Seattle che non avesse a che fare con l’eroina”. A suffragare questa tesi, sul libretto, accanto al testo c’è uno slogan che contiene un’altra “metafora inversa” tra musica e droga: “Il Cd è come un acido cattivo”.

Il brano era rappresentativo di una nuova vena punk della band (ripresa anche in altre canzoni del disco), ma è curioso notare come il gruppo sia approdato a queste sonorità per puro caso. Il sound più punk e selvaggio del primo singolo è infatti frutto di un errore, in quanto Eddie Vedder ascoltò il demo del pezzo, consegnatogli da Stone Gossard, riproducendolo al doppio della velocità e innamorandosi così della “versione sbagliata”. Ne scaturirà uno scontro – uno dei tanti di quel periodo – tra il cantante e il resto della band –  in questo caso, vinto dal frontman che finirà per convincere la ciurma a registrare il singolo nella sua “nuova” versione, più vicina ai Dead Kennedys che all’epicità rock a cui ci avevano abituato i PJ nei dischi precedenti. In pratica, con questo disco Eddie Vedder comincia a mettere bocca (e mani) anche nella scrittura della musica e non solo dei testi, con il produttore Brendan O’Brien a fare da mediatore tra le diverse anime della band e da paciere tra i suoi vari membri. Non sempre funzionerà e a farne le spese sarà il batterista Dave Abbruzzese, sostituito a fine corsa da Jack Irons (ex Red Hot Chili Peppers).

Il risultato finale è un disco dal suono sfaccettato molto più vario ed eclettico rispetto ai suoi predecessori: oltre alle sfumature più punk, presenti anche in Last Exit e Whipping (una vera e propria “frustata” contro i movimenti antiabortisti), ci sono almeno un paio di ballate minimaliste che fanno male al cuore (Nothingman e Immortality), mischiate a brani epic-rock più crudi e incazzati del solito, su tutti Not For You e Corduroy; Il tutto – e qui sta forse la novità più grossa – intervallato da una serie di sperimentazioni bizzarre come Bugs, Aya Davanita, Pry To e Stupidmop, ai tempi non particolarmente apprezzate o comprese dai fan. Difficile dar loro torto perché prese singolarmente possono suonare piuttosto spiazzanti, se non addirittura inquietanti: l’ultimo brano, ad esempio, Stupidmop (conosciuto anche come Hey Foxymophandlemama, That’s Me) non è altro che un’improvvisazione strumentale sulla quale sono state sovrapposte le registrazioni di alcune voci provenienti dai pazienti di un ospedale psichiatrico. A controbilanciare queste stranezze ci sono naturalmente anche cose più canoniche: la ciliegina più dolce sulla torta è un brano nettamente più orecchiabile e personale – e in precedenza snobbato proprio per questo – risalente addirittura alla scrittura adolescenziale di Eddie Vedder e quindi già da tempo destinato a diventare un classico involontario del gruppo: Better Man (per capirci, sarà questa la canzone che suoneranno i PJ quando nel 2017 verranno introdotti nella Rock Rock & Roll Hall of Fame.

A farne la sua fortuna sarà l’idea di togliere il suono della band per tutta la prima parte della canzone, lasciando isolata la voce di Vedder, accompagnata solo da un arpeggio e da qualche accordo di chitarra jangle in modo da aumentare l’intimità del tema centrale, ovvero le difficoltà della madre di Vedder nel trovare un uomo migliore del suo patrigno. C’è dunque un filo rosso invisibile che collega questo brano a Alive, uno dei pezzi storici più famosi dei PJ, tratto dal loro disco d’esordio, in cui Vedder raccontava come aveva scoperto che il compagno di sua madre, in realtà, non era il suo vero padre.

Ci sono sicuramente anche altri legami più o meno visibili con i due album precedenti (il narratore spezzato di Nothingman ad esempio ha dei punti di contatto con quello di Black), ma nel complesso il disco suona nettamente più crudo e tagliente rispetto al passato e il fatto che sia stato scritto in larga misura durante il tour di Vs. ha sicuramente contribuito a far emergere un lato più urgente e schizofrenico della band.

Se da un lato la varietà stilistica del disco ha fatto storcere il naso ad alcuni fan, che lo ritengono ancora oggi troppo disomogeneo, dall’altro lato ha contribuito a porre l’accento sul principale nucleo tematico che tiene unite tutte queste tracce così diverse fra loro: non si tratta di un vero e proprio concept album, ma un concetto di fondo c’è ed è quello contenuto nel titolo. Originariamente doveva essere semplicemente “Life” (Vita), come riportato anche sulla copertina del primo singolo, ma poi Eddie Vedder fu fulminato sulla via di un mercatino dell’usato, dove trovò la riedizione di uno strano libro di fine 800 intitolato appunto “Vitalogy”. Si tratta di una vecchia enciclopedia medica contenente credenze e consigli pseudoscientifici sulla vita e la morte. Questi, semplificando all’osso, sono in un certo senso anche i due temi principali del disco, che a suo modo è una raccolta di idee su come vivere e morire all’interno dell’industria musicale mainstream, in cui i Pearl Jam erano stati catapultati alla velocità della luce e di cui oramai, volenti o nolenti, facevano parte a pieno titolo. Nonostante il loro rigetto promozionale (nessun video e nessun tour) il disco diventerà il secondo album venduto più velocemente dell’epoca, con 877 mila copie polverizzate nella sola prima settimana d’uscita.

Il legame pericoloso con la fama e il successo era già stato toccato in Vs., ma qui viene ripreso, ampliato e sviscerato sotto diversi punti di vista. Nell’irruenza di Not For You la band sfoga tutta la sua frustrazione nei confronti dei discografici e più in generale dell’industria musicale – non a caso, a questo periodo risale anche la famosa battaglia legale intrapresa dalla band contro il colosso dei concerti Ticketmaster. L’idea di essere in qualche modo “invasi”, sopraffatti, abusati è metaforizzata dagli insetti di Bugs che danzano su di “noi” al ritmo carnevalesco di una fisarmonica dissonante o dal bozzetto di Pry, To, quasi un jingle deviato di una finta pubblicità progresso in cui Vedder si limita a cantare lo spelling della parola P-r-i-v-a-c-y fino alla fine della traccia.

Ancora più emblematica è la storia della famosa giacca di velluto di Eddie Vedder che ha dato origine a Corduroy, altro pezzo cardine dell’album ed ennesimo sfogo contro un sistema fagocitante: in pratica Vedder un giorno vide che una riproduzione della sua giacca, comprata all’usato per pochi dollari, veniva venduta nei negozi di moda a prezzi esorbitanti e dopo la doverosa incazzatura decise di trasformare l’episodio in una canzone contro la “moda grunge” e la mercificazione dell’arte. Per questo il brano contiene frasi di sfogo in cui il cantante dice cose come “possono comprare i miei vestiti, ma non possono indossare i miei panni”. E poi rivolgendosi direttamente ai suoi fan nel momento di massimo pathos urla una frase sulla cui interpretazione si dibatte da anni nei forum dei fan: ascoltando attentamente sembra che dica Take my hand not my picture / Spilled my tincture – e molti siti online riportano questa versione, ma sul sito ufficiale la frase è omessa e sul libretto al posto del testo Vedder ha pubblicato in maniera provocatoria una radiografia dei suoi denti. Un’altra ipotesi meno popolare, ma più affascinante e in linea col testo è che la seconda parte del distico dica in realtà “Steal My T-Shirt”, cioè “ruba la mia maglietta”: insomma, fotti il sistema prima che sia lui a fottere te.

L’insistenza di Vedder su questi temi è sicuramente legata al fatto che il 1994 è stato anche l’anno del suicidio di Kurt Cobain e la cosa aveva lasciato un segno profondissimo su tutta la comunità di Seattle. Queste tematiche sono sempre stati importanti per Vedder, ma quell’anno capì che potevano davvero fare la differenza tra la vita e la morte. Per questo sotto tutta la coltre d’incazzatura c’è un atmosfera funerea che pervade tutto il disco: il fantasma di Kurt Cobain aleggia dalla prima all’ultima traccia, sebbene Eddie Vedder si fosse premurato ai tempi di specificare che l’album non parlava “direttamente” di Cobain. Eppure i collegamenti ci sono eccome. E non è improbabile pensare che Vedder avesse sviato anche solo per evitare che la questione Cobain catalizzasse l’attenzione e in qualche modo finisse per divorare tutto il disco (come era già successo con Live Through This delle Hole pubblicato pochi mesi prima). All’epoca il suicidio di Cobain era stato un evento mediatico enorme che poteva davvero rischiare di inghiottire tutto il resto. L’album contiene indubbiamente vari riferimenti alla morte, in qualche modo connessa ai pericoli della fama, ad esempio in Nothingman, che pure parla di tutt’altro, viene ripresa dalla mitologia greca l’idea che se ti avvicini troppo al sole rischi di bruciarti e cadere come Icaro. Tra le varie figure mitologiche e religiose che affollano l’album (da Satana a Gesù), questa è quella che più ricorda Cobain.

In particolare sono due i brani che lo evocano in maniera più “evidente” e non a caso sono posti in apertura e (quasi) in chiusura del disco. Last Exit è la sfuriata punk che apre le danze dell’album con un incipit folgorante – “Vite sventrate e distrutte / Guardami, mamma, mentre mi schianto” – che rimanda direttamente al singolo di apertura del disco precedente, contenente la narrazione metaforica di un’auto che perde il controllo e finisce fuori strada (Go). La differenza qui è che la persona si schianta di proposito perché non ce la fa più, in un certo è un modo per riprendere il controllo, seppur estremo: “Questa è la mia ultima uscita”. Tuttavia, non sono questi i versi più amari e inquietanti della canzone, ma quelli che non vengono mai cantati e rimangono scritti solo sulla carta. Li si può leggere sulla trascrizione del testo presente nel libretto. Lì c’è soprattutto una frase che sembra rievocare a gran voce il suicidio di Cobain: “Se uno non può controllare la propria vita, sarà forse spinto a controllare la propria morte?”.

L’altro brano, se possibile ancora più vicino a Cobain, è la ballata funebre Immortality, dove c’è un dettaglio lirico che non può lasciare indifferenti (giusto per citare un’altra canzone dei PJ): ad un certo punto, infatti, tra le varie immagini salta fuori “una scatola di sigari sul pavimento” (a cigarbox on the floor) – che è proprio uno degli oggetti più importanti ritrovati accanto al corpo senza vita di Cobain, perché era quello che conteneva tutto l’occorrente per farsi di eroina. Al netto delle smentite di Vedder, è un easter egg così grosso che chiunque abbia seguito un minimo la scena non può non notare. Anche perché non si tratta di un verso isolato buttato lì a caso, ma è perfettamente innestato in un brano che parla di “vittime dello spettacolo pubblico” e dei diversi modi di affrontare un dolore esistenziale insopportabile. “L’ultima uscita” in questo caso è rappresentata da una “botola nel sole”, Icaro-Kurt sta volta non cade, passa attraverso, arriva dall’altra parte e raggiunge l’immortalità: I vagabondi vanno avanti, non possono restare a lungo / Qualcuno muore solo per vivere.

Come ha sapientemente notato Simone Dotto, nel suo libro Still Alive, ci sono “due immagini che tornano più spesso lungo le strofe: la tentazione di ascendere verso il sole e la lunga strada per un vagabondo che desidera resistere […] il protagonista cerca una luce per farsi strada nel buio finché si trova davanti a un bivio: può lasciarsi andare e volare verso l’immortalità oppure continuare a viaggiare senza ancora conoscere la meta”.

C’era una vecchia intervista a Courtney Love, pubblicata su Select subito dopo l’overdose del marito avvenuta a Roma nel marzo del ’94, che titolava: “Why couldn’t it have been Eddie Vedder?” (Perché non poteva toccare a Eddie Vedder?). In Immortality, dice ancora Dotto, Vedder sembra porsi quella stessa domanda e la risposta che si dà è la seguente: dei due vagabondi più famosi del grunge evidentemente Kurt era quello che doveva volare in alto fino a diventare un mito immortale, mentre a lui era toccata la strada via terra più lunga del vagabondo che resiste.

 Se Cobain è morto per vivere in eterno – “Some die just to live” – con questo disco i Pearl Jam sono sopravvissuti e andati avanti, portandosi dietro un po’ di morte nel cuore.

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