Recensioni

8.5

Nel febbraio del 1992 le Hole firmarono un contratto per sette album con la DGC Records – sussidiaria della Geffen – ovvero la stessa casa discografica con cui i Nirvana avevano pubblicato Nevermind nel ’91. Non era un caso. Courtney Love, “dea” ex machina della band del “buco” – sul cui significato si è speculato molto e su cui torneremo più avanti – si era sempre posta in competizione col futuro marito fin dal loro primo incontro (sul quale si è speculato altrettanto, ma non ci torneremo).

In una vecchia intervista rilasciata a Spin nel 1995 aveva chiaramente espresso questa competitività: “Ero nel furgone fuori dallo show durante il soundcheck, avevamo con noi cinque canzoni di Nevermind, ne ero così gelosa che dovevo provare a superarle. Non riuscivo a credere che qualcuno che conoscessi, proveniente dal nostro stesso ambiente underground, avesse scritto una raccolta di canzoni così ferocemente grandiose“. In un certo senso l’idea di Live Through This, o meglio la sua spinta creatrice nasceva già qui.

In seguito la competizione si spostò anche a livello economico (I want to be the girl with the most cake è una delle frasi chiave del disco): “Ho fatto in modo che tirassero fuori il contratto dei Nirvana e, per tutto quello che c’era scritto, volevo di più” – ha dichiarato C. Love a proposito dell’accordo con la DGC – “Se quegli stronzi sessisti vogliono pensare che io e Kurt scriviamo canzoni insieme, beh possono offrire un po’ di più“. Che le canzoni del disco non siano state scritte da Cobain (il quale si è limitato a fare qualche armonizzazione) è ormai cosa appurata da più fonti, tuttavia questa voce è circolata a lungo negli anni e ancora oggi continua saltuariamente a riaffiorare tra le frange più estreme di Reddit e non solo.

In ogni caso, stando a quanto riporta il biografo Charles Cross, alla fine Courtney Love riuscì a ottenere quello che voleva: un anticipo di un milione di dollari e un tasso di royalty notevolmente superiore a quello ricevuto dai Nirvana.  La cosa la rese molto orgogliosa, tuttavia nutriva ancora forti dubbi sul modo in cui sarebbe stata percepita come artista dopo le nozze con Cobain, che si sarebbero celebrate il 24 febbraio di quello stesso anno. Il momento di crisi è documentato dalle pagine del suo diario: “La mia fama. Ah ah. È un’arma, baciami il culo, proprio come la nausea mattutina […] sto iniziando a pensare che non so cantare, non so scrivere, che la stima è ai minimi storici, e non è colpa sua. Dio, come potrebbe essere… Non osare liquidarmi solo perché ho sposato una ROCKSTAR”.  È in quest’ultima frase e in questa sua battaglia (personale e universale) che si annida il cuore pulsante di Live Through This, il cui titolo – rubato a Via Col Vento – stava a indicare proprio la sua pervicace resistenza e sopravvivenza a un ambiente ostile, che faticava ad accettarla in quanto donna, madre, musicista e autrice di talento.

Pubblicato il 12 aprile 1994, col cadavere di Cobain “ancora caldo” (il corpo era stato ritrovato soltanto quattro giorni prima), il disco è sostanzialmente un grosso vaffanculo da parte di C. Love a tutti quelli che negli anni l’hanno ostacolata, offesa e derubata dei suoi meriti autoriali, spesso sminuiti o del tutto negati. Il fantasma di Cobain aleggia inevitabilmente sul disco, anche e soprattutto per via della coincidenza temporale tra il suo suicidio e l’uscita dell’album, ma le canzoni, che erano state scritte e concepite molto tempo prima, parlano di tutt’altre ferite. La rabbia di C. Love (ri)gettata fuori con uno stile vocale, quello sì, a tratti assimilabile alle urla lancinanti del marito, si scagliava, in realtà, contro il sessismo e il maschilismo imperanti nella società e nell’ambiente musicale in particolare. Le tematiche dell’album, portatrici di un punto di vista che potremmo azzardarci a definire “femminista universale”, vanno dalla percezione del corpo femminile (Miss World, Plump, Doll Parts), allo stupro (Asking For It), alla violenza domestica (Violet), al femminicidio (Jennifer’s Body), fino alla maternità (I Think That I Would Die) e alla depressione post parto (Softer, Softest).

Canto quasi sempre dallo stomaco. Da dove mi fa male”, diceva Kurt Cobain a Jon Savage in una famosa intervista. Ecco, possiamo dire che anche qui Courtney Love canta da dove le fa più male, come se ci fosse “un buco” dentro di lei da cui tirare fuori tutto il dolore accumulato negli anni. E così torniamo al nome della band: la maggior parte delle persone lo collega al buco della vagina, qualcun altro a quello dell’eroina (vista la sua arcinota dipendenza), ma la vedova Cobain ha più volte raccontato una storia diversa: “Non viene da una fonte ovvia”, ha detto durante una storica puntata del Later… With Jools Holland, dopodiché ha continuato a spiegare al conduttore televisivo britannico: «Nella Medea di Euripide, quando lei uccide la sposa e il proprio figlio, dice… ‘C’è un buco che mi trafigge l’anima’… Mia madre è una specie di psicologa new age, e io le ho detto ‘Sai, ho avuto un’infanzia terribile’ e lei mi ha risposto ‘Beh, non puoi avere un buco che ti attraversa tutto il tempo, Courtney’».

Non sappiamo se l’aneddoto sia vero o inventato sul momento, anche perché la citazione in questione, in realtà, non si trova in nessuna traduzione comune dell’opera, eppure ormai fa parte del suo mito. Come ha notato Sasha Geffen su Pitchfork è particolarmente significativo che una band che mette in primo piano la rabbia femminile prenda il nome dalla donna più arrabbiata della tradizione letteraria occidentale, una donna così arrabbiata per il tradimento del marito da uccidere i loro figli solo per fargli sentire il suo stesso dolore. Courtney lo ribadisce anche in uno dei versi più celebri dell’album tratto da Doll Parts:Someday you will ache like I ache” (“un giorno soffrirai come soffro io”).

Ma in un altro verso chiave – che non a caso è anche quello che dà il titolo al disco – C. Love dice “If you live through this with me, I swear that I will die for you” (“se vivrai tutto questo con me, giuro che morirò per te”), perché in fondo la Medea di Euripide non era che la rappresentazione maschile di una vendetta femminile, mentre la Medea di C. Love ha una visione più ampia delle cose: è feroce e allo stesso tempo leale. Un mix quasi inconcepibile ai tempi, realizzato attraverso la traduzione in un suono che si reggeva su un altrettanto fragile equilibrio tra le melodie accattivanti del pop da una parte e la brutalità del punk e del noise dall’altra.

Il trucco era simile a quello che aveva fatto il successo dei Nirvana – e di quasi tutto l’alternative rock anni ’90 – ovvero l’alternanza tra la strofa più “lenta” e il ritornello più veloce, che esplode in un mare di chitarre distorte, spesso accompagnate da un cantato viscerale al limite della lacerazione delle corde vocali. Solo che le Hole hanno reso il giochino un po’ più complesso, invertendo anche le parti (strofa veloce e ritornello lento) o smontandole e rimontandole a loro piacimento. In ogni caso, anche cambiando l’ordine dei fattori la potenza di fuoco del risultato non cambia. In questo senso non è un’eresia dire che Live Through This è forse il disco più rappresentativo di tutta l’epopea grunge degli anni ’90.

Volando un po’ più basso per non peccare di hybris, possiamo affermare che, all’interno della discografia delle Hole, il disco di mezzo (il quarto non lo consideriamo neanche) è quello meglio riuscito, perché è quello che è stato capace di mettere d’accordo la fetta più ampia della popolazione alternativa, coniugando alla perfezione le asperità più grezze dell’esordio – Pretty On The Inside del 1991 – con le melodie più catchy e mainstream del seguito – Celebrity Skin del 1998. Ciò è stato possibile anche grazie a un’alchimia interna alla band più unica che rara e ahimè irripetibile, dato che la bassista Kristen Pfaff morirà di overdose nella sua vasca da bagno due mesi dopo l’uscita del disco e la batterista Patty Schemel verrà successivamente messa alla porta dal nuovo produttore della band Michael Beinhorn.

Considerata la scia di morti che la scena grunge si è lasciata alle spalle (la lista è tristemente lunga e se siete arrivati fin qui probabilmente la conoscete già tutti), C. Love è stata profetica nell’accostare il concetto di “sopravvivenza” al suo album e a sé stessa, poiché ad oggi può essere considerata letteralmente una sopravvissuta.

Il fatto è che lo era già anche nel ’94 e questo disco lo testimonia. È sopravvissuta a una violenza subita dal suo stesso pubblico mentre faceva stage diving a un concerto nel ’91 (di questo parla Asking For It); è sopravvissuta agli sguardi degli uomini arrapati quando faceva la spogliarellista per campare, da lì deriva l’accostamento del suo corpo ai pezzi di bambola di Doll Parts o l’ossessione per la bellezza di Miss World, ripresa anche dall’immagine di copertina, opera della fotografa di moda Ellen von Unwerth. È sopravvissuta anche all’accanimento della stampa – She Walks Over Me è probabilmente dedicata alla giornalista di Vanity Fair che aveva scritto quel famoso profilo contro di lei – e dell’opinione pubblica, che non ha mai perso occasione per giudicarla, considerandola di volta in volta, un’arrivista priva di talento, una drogata senza speranza, una pazza furiosa e una madre degenere. La questione della maternità è centrale nel disco e quasi onnipresente attraverso la metafora del latte (materno) che non c’è più, o è “cattivo”, le fa male, è diventato acido, ecc.

Insomma, a differenza di quanto molti avevano inizialmente pensato, Live Through This non è un disco che parla della sopravvivenza alla morte di un uomo, ma è un disco che parla della sopravvivenza di una donna alla vita. Onde evitare equivoci, l’unica canzone contenente un riferimento esplicito al cantante dei Nirvana venne eliminata in extremis. Il disco infatti avrebbe dovuto concludersi con Rockstar (tanto che questo è il titolo errato stampato sulla copertina), ma il brano conteneva un verso problematico – “A barrel of laughs to be Nirvana, would rather die” (“un mucchio di risate essere i Nirvana, meglio morire”) – che poteva essere associato alle tendenze suicide di Cobain, su cui si era speculato tanto, anche prima che queste diventassero realtà.

Al suo posto venne allora inserita all’ultimo Olympia: praticamente lo scheletro di una canzone scarnificata che prendeva in giro platealmente il movimento delle riot grrrl, da cui C. Love preferiva mantenere le distanze per via delle sue contraddizioni interne (oltre che per ragioni più personali). Il riferimento era esplicito fin dal titolo, dato che Olympia fu il centro nevralgico di tutto il movimento guidato dalle Bikini Kill. Il testo poi era disseminato di indizi: c’era la presa per il culo dello slogan “Revolution girl style now”, con lo spernacchiamento della loro presunta rivoluzione; la denuncia dell’anticonformismo di facciata, dietro cui – secondo C. Love – si nascondeva semplicemente “un conformismo diverso” (And everyone’s the same / We look the same, we talk the same / We even fuck the same); e infine c’era anche una frecciatina a un certo intellettualismo snob, essendo il movimento composto principalmente da ragazze universitarie che, stando al pensiero di C. Love, si sentivano superiori alle altre proprio per questo: “Beh sai, sono andata a scuola, oh”, viene ripetuto più volte nell’incipit del brano con un tono caricaturale. Proprio quella ripetizione dell’incipit, cantato volutamente tre volte di fila per “errore”, era stata inserita apposta per deridere il modo approssimativo di suonare dei vari gruppi punk aderenti al movimento. Senza entrare nel ginepraio delle varie posizioni e delle differenze tra le varie correnti e ondate del femminismo, Il fatto che le Hole fossero in qualche modo più ironiche e meno radicali rispetto alle riot grrrl ha fatto sì che moltissime ragazzine si avvicinassero a quei temi, dando voce e speranza a milioni di giovani incazzate nel mondo.

Sul finire del disco, giusto un attimo prima della chiusura dell’ultimo brano, la canzone rallenta, la musica sfuma e se prestiamo bene attenzione possiamo sentire una frase pronunciata sottovoce che dice “No, non abbiamo finito”. Si tratta di una battuta con cui C. Love finge di avvisare il resto della band che la canzone non è finita e bisogna continuare a suonare. Ma in un certo senso è la frase che racchiude in sé tutto il senso del disco: “No, il nostro lavoro non è ancora finito” sembra dire C. Love, viviamo ancora in una società misogina e sessista, dobbiamo continuare a urlare e a pestare forte sulle chitarre per provare a cambiare le cose.

A trent’anni di distanza purtroppo sembra essere ancora così: Courtney Love ha finito con le Hole, ma il suo disco non ha ancora finito con noi.

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