Recensioni

Il secondo attesissimo album dei Pearl Jam usciva ufficialmente il 19 ottobre 1993 quando il grunge si era ormai trasformato in un fenomeno culturale di massa e le camicie di flanella erano passate dai club sgarrupati alle passerelle di alta moda, fino ad arrivare dentro agli armadi di milioni di giovani fan. In questo contesto, visti anche gli ottimi risultati ottenuti dal disco d’esordio Ten, le aspettative per il nuovo album della band di Seattle erano altissime. Ma nemmeno nelle previsioni più rosee ci si sarebbe potuti aspettare un’accoglienza come quella ricevuta da Vs. nella sola prima settimana: quasi 1 milione di copie vendute in soli cinque giorni (!), cioè più di tutte le altre nove posizioni della top ten di Billboard messe assieme. Un successo ancora più straordinario se si pensa che la band aveva deciso di non pubblicare video ufficiali da mandare in onda su Mtv, proprio per frenare un’ascesa che sembrava inarrestabile e che insieme a un mucchio di soldi aveva portato anche un mucchio di problemi, a cui il gruppo non era ancora abituato. Per dirne uno: una fan ossessionata tentò di schiantarsi con l’auto contro il muro che Vedder aveva da poco eretto nella sua proprietà. La celebrità era arrivata tutta insieme e troppo in fretta. Come disse in seguito lo stesso Vedder “era come essere legati a un razzo. Ma alcuni di noi non erano fatti per la velocità”.
Sarà per questo che uno dei brani più travolgenti del disco parla di un’auto che sta per rompersi e finire fuori strada, metafora del pericolo rappresentato dal successo sfrenato del gruppo, lanciato a folle velocità verso un destino apparentemente segnato. Non per niente il brano in questione (Go) fu scelto come primo singolo e posto in apertura del disco a mo’ di avvertimento.
All’epoca la fama era sicuramente una delle principali preoccupazioni di Vedder e uno dei temi “contro” cui si schierava apertamente l’album – che è passato alla storia come il “disco contro” dei Pearl Jam, proprio per la sua “opposizione” su più livelli, ben rappresentata dal titolo “Vs.” e dall’immagine di copertina, raffigurante una pecora in gabbia che digrigna i denti.
In realtà, forse non tutti sanno che il titolo originale del disco avrebbe dovuto essere “five against one” e che la copertina del vinile – pubblicato una settimana prima come anticipazione – aveva una foto diversa. Secondo la tesi più diffusa il titolo originale – preso dall’incipit di Animal – era un’allusione alle tensioni interne tra il gruppo e il loro leader, che mal sopportava le nuove condizioni extralusso in cui si erano trovati a registrare il nuovo album: avere a disposizione una piscina, una sauna e uno chef privato non era esattamente come suonare in uno scantinato con le bottiglie del Gatorade al posto del cesso. E questo poteva dare in qualche modo la sensazione di “essersi venduti”, cosa di cui oggi non frega più niente a nessuno, ma che ai tempi veniva percepita come un peccato mortale. Ecco allora che Vedder ogni tanto prendeva il suo furgone e si levava di torno per scrivere le sue canzoni in santa pace. Ma al netto di questi episodi è molto più probabile che quel “five against one” simboleggiasse l’unione della band contro un nemico comune, rappresentato dal resto del mondo. In ogni caso per togliere il dubbio (o forse per alimentarlo) alla fine optarono per il titolo più sintetico.
Per quanto riguarda, invece, “l’altra copertina”, il vinile aveva sempre una foto della pecora in gabbia, ma questa volta in versione più pacificata (despite all my rage, I’m still just a rat in a cage canterà qualcuno qualche anno più tardi).

In un certo senso le due copertine rappresentano le due anime del disco: quella più rabbiosa e incazzata, che caratterizza i brani hard rock più trascinanti come Go, Animal, Rearviewmirror e Blood; e quella più riflessiva che contrassegna, invece, le ballate a metà strada tra folk (Elderly Woman) americana (Daughter) e slowcore (Indifference).
A queste se ne potrebbe aggiungere anche una terza che rimescola il tutto con un tocco più funk, aprendo strade più “sperimentali” (Rats, W.M.A.) che si svilupperanno soprattutto nei due dischi successivi (Vitalogy e No Code).
Un grosso contributo nella definizione del “nuovo” sound dei Pearl Jam – che non fu certamente stravolto, ma divenne più vario e stratificato rispetto all’esordio – lo diede il nuovo produttore Brendan O’Brein (già con Black Crowes e Red Hot), anch’egli musicista eclettico e quindi in grado di comprendere e stimolare al meglio la creatività dei vari membri della band. La sua intuizione di registrare e mixare ogni canzone fino al suo completamento definitivo, prima di passare alla successiva, ha permesso ai Pearl Jam di catturare e trasmettere quell’autenticità che da sempre li contraddistingue. Il suono dei PJ non sembrerebbe così genuino senza la sua capacità di catalizzare e catturare la loro immediatezza multistrato. Non per niente il suo operato fu ritenuto così soddisfacente dalla band da decidere di arruolarlo per produrre anche gli album successivi. Non è azzardato, pertanto, considerarlo in qualche modo l’equivalente del quinto Beatles. E quindi, in questo caso, il sesto Pearl Jam.
L’altro valore aggiunto di Vs. era rappresentato dal nuovo batterista Dave Abbruzzese (subentrato a Dave Krusen) in grado di creare la giusta tensione e di scatenare poi la tempesta perfetta per dare sfogo a tutta la rabbia del gruppo. Memorabile il suo lavoro sul finale di Rearviewmirror al tempo stesso snervante per lui e strepitoso per noi – se fate bene attenzione potete sentire il rumore delle bacchette lanciate contro il muro alla fine dell’esecuzione, come gesto al tempo stesso di stizza e di sfogo dell’adrenalina. Non esiste un brano in tutta la discografia dei PJ che raggiunga la stessa intensità. Forse anche perché dal punto di vista delle tematiche è ancora legato al passato e ai tormenti interiori di Vedder, qui alle prese con una fuga dai ricordi dolorosi (probabilmente le violenze subite dal patrigno, la cui esistenza ci era già stata rivelata in Alive). Ma si tratta comunque di un unicum del disco. Infatti, rispetto ai brani di Ten – in cui Vedder aveva mostrato il suo dolore interiore senza remore (“protetto dal presupposto che nessun altro avrebbe mai sentito quella merda”) – in Vs. i testi si aprono al mondo esteriore. E vi si schierano contro. Durante la registrazione di Vs. i Pearl Jam avevano abbracciato l’idea che le canzoni potessero essere contemporaneamente soddisfacenti dal punto di vista artistico e portatrici di un peso morale. In molti dei nuovi brani i testi parlavano direttamente dei difetti dell’uomo, spesso messi a confronto con il comportamento degli animali: vedi il parallelismo coi topi di Rats, il guinzaglio di Leash o la dichiarazione d’inferiorità urlata esplicitamente nel ritornello di Animal (I’d rather be with an animal). In un perfetto mix di sdegno, eccitazione e paura Vedder attacca prima di tutto ciò che percepisce come una minaccia personale, vedi la fama in Go o la sua naturale conseguenza rappresentata dagli abusi della stampa nella lacerante e lacerata Blood. Non siamo i primi a notare come l’incipit di quest’ultima fosse una frecciata alle riviste musicali: “Spin me round” a Spin, “Roll me over” a Rolling Stone e “Fuckin’ circus” ovviamente a Circus. L’insofferenza di Vedder venne fuori platealmente durante un’intervista di Spin quando si allontanò dall’intervistatore per accettare il premio di un disco di platino e poi tornò usando il disco come vassoio per servire birra e patatine, dicendo “Il primo l’ho distrutto in un impeto di rabbia, questa è la fonte di tutti i miei problemi”.
Ma addentrandosi nei testi si capisce che il gruppo era interessato anche ad altri temi molto più ampi delle loro dinamiche professionali o delle loro lotte individuali. In un certo senso potremmo dire che i PJ erano “woke” prima che questa diventasse una parola di moda controversa. Alcuni brani toccano da vicino temi sociali e politici su cui all’epoca non c’era la stessa sensibilità di oggi, come la violenza sui minori di Daughter, lo stupro in Dissident, il razzismo sistemico in W.M.A. e la diffusione delle armi da fuoco nella società americana in Glorified G. Quest’ultime due sono probabilmente le tematiche che vengono affrontate in maniera più esplicita.
W.M.A. è uno dei brani più spiazzanti del disco: tra ritmi tribali e canti incomprensibili cerca di creare subito un’atmosfera da rituale in crescendo, per avvicinarsi in qualche modo alla cultura dei cittadini afroamericani. Il brano denuncia la violenza perpetrata nei loro confronti dalla polizia americana, vista attraverso gli occhi di un bianco privilegiato. W.M.A. era infatti l’acronimo di White Male American (Maschio bianco americano) e il brano era stato ispirato da un episodio di violenza di cui Vedder era stato testimone. Nelle note di copertina compare anche la foto di Malice Green, un ragazzo nero picchiato a morte dalla polizia nel ’92, insieme a un estratto dell’articolo di giornale che raccontava la brutalità del pestaggio. Era soltanto uno dei tanti George Floyd di cui a noi non arrivava che un’eco lontana. Come se non fosse abbastanza chiaro il messaggio, durante il tour di Vs. venivano vendute anche delle magliette del gruppo con su scritto WMA davanti e POLICE di dietro, raffiguranti un poliziotto stilizzato che teneva per la collottola un ragazzo accasciato.
L’altro tema sociale scottante contro cui si schierano i PJ in Vs. è quello delle armi. Glorified G – che sta per Glorified Gun – parte da una frase pronunciata da Dave Abbruzzese per arrivare a deridere il classico stereotipo dell’americano armato: “Got a gun / fact I got two / That’s ok man / cuz I love god” – ho comprato una pistola, in realtà ne ho prese due, ma è tutto ok, amico perché io amo il Signore”. Il tono irrisorio è chiaro e prosegue per tutto il resto del brano seguendo le sue vie oblique, slegate da qualsiasi logica strofa/ritornello (Si sente così virile quando è armato).
Glorified G può essere considerata, insieme a W.M.A., come la prima chiara presa di posizione dei Pearl Jam su questioni “politiche”. Un atteggiamento che verrà mantenuto per tutto il proseguimento della loro carriera (vedi il sostegno ai senzatetto di Seattle, la battaglia legale contro Ticketmaster o le prese di posizione contro Bush e Trump). Col tempo alcune frange di ascoltatori cominceranno a storcere il naso di fronte a questa condotta e a chiedere loro di stare zitti e tornare a fare soltanto musica “come una volta”. Quello che stupisce non è tanto il tipo di affermazioni – piuttosto comuni in realtà – quanto il fatto che questi fan non si siano mai resi conto che i Pearl Jam si sono sempre occupati di questioni sociali e politiche.
Anzi, un’altra cosa “contro” cui si sono schierati chiaramente è proprio l’indifferenza, come dimostra in maniera più che esplicita l’ultimo brano del disco – Indifference – attraverso un invito a lottare contro le ingiustizie a prescindere da tutto e tutti (stringerò la candela fino a bruciarmi il braccio / continuerò a prendere pugni fino a farli stancare / fisserò il sole fino ad accecarmi / Non cambierò direzione e non cambierò idea).
Non c’è da stupirsi, quindi, se sulla copertina del loro ultimo album (Gigaton del 2020) hanno messo in evidenza il problema del cambiamento climatico, mostrando lo scioglimento di un ghiacciaio. La differenza con i dischi del passato non è certo da ricercare nelle tematiche sociali, ma nel suono di un gruppo che è sopravvissuto nel bene e nel male ai suoi anni migliori. Come “una vecchia signora dietro uno scaffale in una piccola città”.
Hearts and thoughts they fade, fade away.
Oggi la band ha perso centralità e la stampa non è più interessata a loro come un tempo. Non si può essere il centro del mondo in eterno.
Ma a volte esserlo stati, anche soltanto per un po’, può fare la differenza.
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