Recensioni

5.8

Per tutti quelli per cui i Pearl Jam degli anni ’90, da Ten fino a No Code, hanno avuto un qualche significato, gli ultimi dischi sono quasi una sofferenza. Fisica e morale. C’è da chiedersi se ha più senso tenere un’asticella comunque alta o ridimensionare qualunque pretesa, da capire se un gruppo che un tempo a modo suo faceva la differenza si sia accomodato in una posizione molto più tranquilla o, semplicemente, si tratta della naturale obsolescenza di qualunque rock band più o meno tradizionale – sono questioni quasi amletiche la cui discussione andrebbe per le lunghe, oltre la necessaria essenzialità di una recensione che deve mantenere a fuoco l’oggetto del suo scrivere e quindi il disco in oggetto.

E in ogni caso la coscienza critica impone una risposta meditata e non viscerale – che almeno per i primi due pezzi diffusi di questo Dark Matter, spiegherò poi il perché, è stata tragica. La riflessione dunque che impone Dark Matter, arrivato a quattro anni da quel Gigaton che avevamo valutato ancora positivamente rispetto a un Lightning Bolt che nel dubbio avevamo giudicato a malapena sufficiente ma con cui a posteriori saremmo molto meno indulgenti (momento più fiacco forse dell’intero percorso del gruppo di Seattle), è comunque anche storica.

Del “grunge” di Seattle che di suo per molti versi poteva essere etichettato come un revival impastato di modernità post-punk (attitudinale, quest’ultima, ancora più che tecnica e sonora), i Pearl Jam erano tra i più tradizionali anche nell’impianto concettuale – che fece storcere il naso in tanti, però fu lì che il gruppo con una maturità scelse ogni volta di deviare dal sentiero più scontato e proporre lavori di tempra più coriacea (Vs. e Vitalogy) o di prospettive più ariose ed eccentriche (No Code) che li hanno salvati dal diventare subito fin troppo e oleografici e allo stesso tempo di mantenere viva la loro immagine di resiliente e a suo modo ultima rock band come una volta.

Ci ricolleghiamo all’oggi da qui perché, nel frattempo, sono passati quei trent’anni e arriviamo a un punto in cui come dice Vedder «non siamo obbligati a fare niente» ma rimangono una band popolarissima (persino più di allora, pensando a chi li ha visti nei locali o nei palazzetti e oggi deve andare come minimo negli stadi anche da noi), gli album sono arrivati a dodici, i fan storici hanno i capelli bianchi (o non hanno più i capelli come chi scrive) e il nuovo produttore della band è un ragazzone americano nato un anno prima del loro esordio su LP. Andrew Watt poteva essere la variabile impazzita perché un mezzo enfant prodige passato da mago delle produzioni trap e pop per adolescenti a nuova leva al servizio dei grandi del passato.

Ma d’altro canto lui è anche un grandissimo fan dei Pearl Jam e così arrivato al servizio di Eddie Vedder sul suo album Earthling. Quindi si è messo al lavoro con le sue idee sulla band senza pensare di strafare ma partendo da alcuni punti fermi – anche condivisibili. Cercare di (ri)creare la magia del suo gruppo preferito attraverso la spontaneità e il contributo collettivo – per questo li ha spronati a modo suo a scrivere canzoni sul momento piuttosto che affidarsi a demo. Dare più risalto a Matt Cameron facendolo suonare non come uno che si adatta ma con gli stessi guizzi dei suoi lavori con i Soundgarden (che a scanso di equivoci, un loro sound lo avevano e non era lo stesso dei Pearl Jam) o dei Temple of the Dog. E poi «fare suonare il disco come un concerto dei Pearl Jam, ma in studio». È quel fare suonare i Pearl Jam come in concerto – però in studio – il filo del rasoio su cui in teoria dovrebbe camminare tutta la teoria alla base del disco. Una teoria – teoricamente appunto – ineccepibile, supportata dalla convinzione della band che è arrivata per bocca di Eddie Vedder a sostenere che questo sia il suo disco migliore in assoluto.

Ma la pratica? Un concerto in studio che significa? L’idea che è assennata – i Pearl Jam si esaltano come live band ed è sui concerti che hanno costruito un pezzo importante di quello che sono – anche se non certo nuova, e non è che non fosse stata presa in considerazione dai precedenti produttori (Brendan O’Brien, che più di tutti ha contribuito a costruire il sound in studio dei PJ anni ’90). I suoni devono essere coerenti. Ed è qui che ritorniamo all’impatto tragico della title-track di cui parlavamo all’inizio. Il riff è fin troppo pacchiano e fa molto I Love Rock and Roll – in senso letterale, cioè il pezzo di Joan Jett – ma facciamo che vada bene così, il rock vive (?) anche di queste citazioni.

È un pezzo iper-prodotto che gli innesti di synth appesantiscono senza farlo decollare. Paradossalmente proprio il suono della batteria, lo strumento che in teoria Watt avrebbe voluto esaltare, a diventare un punto problematico e non tanto per capricci di fan oltranzisti: potente sì ma con un che di artificiale, stabilire tecnicamente se si tratti di compressione, di digitalizzazione… l’idea di fondo sembra molto simile a quello che ha fatto Watt con Hackney Diamonds dei Rolling Stones, stile classico della band con patina moderna – che però non convince né con il gran roboare di batteria e chitarra né con i trick contemporanei (ci mancava solo Vedder con l’autotune a questo punto).

È tutto il versante più rock di Dark Matter a mancare di vero mordente, cosa che gli effetti speciali non mascherano e a cui tantomeno sono in grado di rimediare. Anche Running, un pezzo di ispirazione punk, ricorda più i giri a vuoto recenti che non i brani più energici dei tempi migliori. Come canzone si salverebbe l’iniziale Scared of Fear che nel dittico con React, Respond potrebbe ricordare l’uno-due che apriva l’album omonimo del 2006; anche qui però le scelte sonore non aiutano, l’effetto – paradossale – è da rock da classifica anni ’80 se non evoca addirittura (esageriamo) quell’hard rock superlaccato che i nostri contribuirono deo gratia a spazzare via – e questo è davvero inquietante perché equivale quasi a dire non tanto che i Pearl jam sono cambiati ma che erano diversi da quello che pensavamo che fossero… (non vogliamo nemmeno pensarlo).

Bisogna rivolgersi al lato melodico per trovare qualcosa che rincuori un po’. Wreckage del trittico di anticipazioni è l’unico pezzo che almeno tira fuori qualche momento di emozione un po’ più genuina. La palma di pezzo migliore spetterebbe da questo punto di vista a Won’t Tell, ballad elettrica che oltre a un ritornello molto pop e a una melodia ben sostenuta infila una chitarra in crescendo dagli echi new wave (U2 e Cure) invece dell’ennesimo assolo che a volte sembra scappare di mano o riavvolgersi sulle stesso nastro della vecchia Alive. Una citazione anche per Upper Hand, anche se va detto che, parte quanto strano faccia all’intro stile U2 di Where the Streets Have No Name (ma con una primissima parte che fa eco a Baba O’Riley degli Who, vecchio pallino dei PJ), sembra un rimescolamento di echi di Black e Yellow Ledbetter, che per inciso rimane una tra le migliori b-side degli anni ’90 ma non è purtroppo un passepartout per ogni stagione.

Se a Waiting for Stevie e Got to Give spetta il compito di fare discretamente da anello di congiunzione tra le due anime del disco Something Special è lo scivolone che purtroppo Vedder e i suoi dispensano da almeno tre dischi in qua (il brano che ti chiedi perché abbiano inciso, un po’ come Pendulum o Buckle Up). Troppo poco in generale non solo per concordare con quanto detto dalla band in sede di presentazione, ma anche per considerare colta l’occasione di rilancio artistico – cui rimane ormai solo la comfort zone dei concerti – che questo lavoro poteva rappresentare.

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