Album
Dark Matter
-
Tommaso Iannini
- 18 Aprile 2024
Da quando è stato dato l’annuncio ufficiale dell’uscita di Dark Matter, i Pearl Jam – i cui lavori generano sempre grande attesa ma da molto tempo dividono parecchio, anche gli stessi fan – si sono spesi in dichiarazioni importanti a supporto del nuovo LP. «Siamo arrivati a un punto delle nostre vite in cui non siamo obbligati a fare niente, ma ci teniamo ancora a pubblicare qualcosa che abbia valore, e pensiamo che questo sia il nostro miglior lavoro»: più o meno questo il succo delle dichiarazione di Eddie Vedder, evidentemente convinto del risultato finale di questo dodicesimo album di studio della band.
La grande novità è la new entry alla consolle, Andrew Watt, classe 1990, produttore di grido che prima di collaborare con Vedder per Earthling era conosciuto più per il suo lavoro con popstar come Justin Bieber, Selena Gomez e i 5 Seconds of Summer – ma nel frattempo ha arricchito il suo curriculum vitae di producer con gli oldies but goodies del rock Ozzy Osbourne, Iggy Pop e addirittura Rolling Stones. A dispetto dell’età anagrafica Watt è un grandissimo fan dei Pearl Jam. In un’interessante intervista a Rolling Stone, racconta diversi aneddoti sulla amicizia con Eddie Vedder e su come è arrivato a coronare il sogno di collaborare con il suo gruppo preferito. Lui, che in studio si presentava regolarmente ogni giorno con una maglietta diversa dei Pearl Jam (ne ha una vasta collezione), tiene a dire di non aver spinto per nessun cambiamento “esterno”: «Volevo solo che fossero loro stessi». Non si può dire nemmeno però che abbia solo lasciato fare senza guidare un po’ i suoi idoli.
Suo obiettivo dichiarato era di dare risalto a tutti i musicisti, in particolare a Matt Cameron che a suo dire nei Pearl Jam finora era un po’ sacrificato: «Matt per quel gran musicista, batterista, produttore, multistrumentista che è, faceva il suo per adattarsi alle canzoni, nient’altro. Lo volevo vedere a briglia sciolta. Volevo e volevamo tutti che risaltasse con tutta la sua personalità, e che su un disco dei Pearl Jam ci fosse un drumming del livello dei suoi dischi con i Soundgarden e i Temple of the Dog». Altra idea di Watt era di esaltare i Pearl Jam come collettivo, invitandoli a scrivere tutti insieme partendo da nuove idee nonostante avessero già pronti i demo di canzoni complete. «[Ho detto loro:] “Non ascoltiamo i demo, tu che hai un’idea falla sentire agli altri, mettiamoci a scrivere tutti insieme”». Questo perché sapevo che così Stone avrebbe cominciato a suonare i suoi accordi strani, Jeff avrebbe iniziato a pensare a come creare un’armonia per Eddie, Mike ci avrebbe portato dalle parti di Reach Down [brano dei Temple of The Dog con lunghi assoli, NdSA], Matt ci avrebbe messo un groove e via, avrebbe portato il gruppo dove voleva. Ogni volta che qualcuno presentava una canzone poi c’era Ed al microfono che lavorava sulla melodia. Volevo iniziare così, e dare a tutti le stesse possibilità. Ed è così che è nata ogni singola canzone. Loro sono una band. Devono suonare insieme […]. Un altro dei miei obiettivi era di fare suonare il disco come un concerto dei Pearl Jam, ma in studio».
Il suono di una band ritrovata dopo gli ultimi alti e bassi creativi? Le tracce lasciano sensazioni miste. La prima anticipazione data con la title-track suscitava un po’ di perplessità: l’idea di fondo sembra la stessa di Hackney Diamonds dei Rolling Stones, stile classico della band con patina moderna – che però non convince né con il gran roboare di batteria e chitarra né con gli inserimenti elettronici (sembra a tratti di sentire una Dance of the Clairvoyants con le chitarre pesanti, e senza la stessa agilità).
Lo stesso dicasi per Running, punk and roll chiassoso che riporta più al medio periodo che agli esordi – ma c’è sempre qualcosa di artificioso nel sound che fa interrogare sulla produzione, se sia effettivamente dentro o fuori calibro. Delle tre anticipazioni quella che convince di più è Wreckage, una ballata con un sound più moderato e finalmente un po’ di emozione vera anche se popular. È sul versante melodico che probabilmente i Pearl Jam hanno dato il meglio in questo ultimo travagliato periodo, ed è su questo versante che bisogna aspettarsi le cose più pregevoli di Dark Matter.
Sarà Won’t Tell con i suoi accenti pop-soul (e un pizzico di U2 era The Joshua Tree nel finale) a fare ricredere i fan più scettici, o Upper Hand con i richiami impliciti alle vecchie Black o Yellow Ledbetter a far scendere la lacrimuccia ai nostalgici (dopo che magari si saranno chiesti il perché di quell’intro alla Where the Streets Have No Name)? Toccherà a Waiting for Stevie mettere d’accordo le varie fazioni? E i rocker apprezzeranno il binomio iniziale Scared of Fear–React, Respond (i brani forse meglio riusciti quando si tratta di alzare i volumi e pigiare sui distorsori)? Qualche altro pezzo solleverà delle perplessità (Something Special) ma è nel suo complesso che andrà giudicato un album che spazia tra momenti molto diversi.
Tracklist
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Discografia
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- 1 Scared of Fear
- 2 React, Respond
- 3 Wreckage
- 4 Dark Matter
- 5 Won't Tell
- 6 Upper Hand
- 7 Waiting for Stevie
- 8 Running
- 9 Something Special
- 10 Got to Give
- 11 Setting Sun
