Recensioni

La scozzese Numbers pubblica la raccolta Analog Fingerprints Vol. 0 di Passarani e la nota d’accompagnamento possiamo dire che vale (quasi) quanto il disco, ed è un tutto dire. Si narra delle connessioni decennali sulla bisettrice Glasgow-Roma, dei ragazzi della label (che all’epoca non era neanche un’idea) che giovanissimi scovavano i dischi di Marco per la Generator del giro Underground Resistance e Interr-Ference Communications nei cesti del mitico Rubadub, definendoli senza mezzi giri di parole dispacci di futuro; di Calum Spencer e il compianto Jackmaster che neanche maggiorenni volavano verso la Città Eterna per andare a sentire con le proprie orecchie Passa e quell’altra leggenda capitolina di nome Lory D.
Ma anche di FinaFrontier, la label/distribuzione di Marco (e in principio in tandem con Andrea Benedetti) che era diventata porto sicuro per quelle release elettroniche più affini a IDM, electro e ritmi spezzati, il racconto nostalgico dei fax che dal nulla giungevano da lontanissimo e che ti svoltavano la settimana: immaginatevi cosa volesse dire vedere uscire improvvisamente un foglio da quell’apparecchio, col team dell’eminenza Rephlex che dal nulla ti scrive per congratularsi delle tue uscite. E aggiungiamo le avventure su Nature Records, le bollette telefoniche salatissime, e Pigna.
Di quest’ultima abbiamo parlato abbondamente un paio d’anni fa, esperienza profondissima (2002-2009) di Passarani, Mario Pierro e Francesco De Bellis che sul sorgere di inizio millennio crearono la loro zona di decompressione dal mostro minimal, puntando sulla costruzione di un suono house ma che house non è, incrociando Derrick May, i mitologici passaggi di Hot Mix 5, l’italo e KMS. Proprio alcune di queste tracce, e altre che hanno visto la luce su Plasmek, compongono questa golosissima raccolta di pezzi passaraneschi con l’alias Analog Fingerprints in bilico tra due dei suoi mille mondi.
Quello sul versante più pratico e dancefloor-orientato, ma si fa per dire, come l’irrefrenabile e infernale macchina funk di Meta Tool o il Tribute a Mark Kinchen, pur senza citazionismo facile, con irresistibile marzialità groovesca, basso tanto ingombrante quanto inesorabile e le isteriche serpentine ai synth, ma anche il remix grasso e unto per Highway del sopracitato Pierro/Raiders Of The Lost Arp, altro occulto cavaliere techno capitolino. L’altro, sbilanciato sul lato intelligent ma ancora in potabilità, con pioggie di scintille dal cielo (Way Out), l’elettro puntuta e cibernetica di Deep Blue o le paranoie claustrofobiche di Battle 101. Scampoli elettrizzanti di un suono brillante, personale e peculiare di uno degli unsung hero del nostro paese, che per chi non lo sapesse può dire di essersi guadagnato nel silenzio un remix dei Gescom, per i meno attenti lor maestà Autechre. E quanto ne avremo ancora da goderne, possiamo scommetterci, nei prossimi, indicibili futuri.
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