Recensioni

Sembrava dovessero passare chissà quanti anni prima di ascoltarlo nuovamente, e invece da Sullen Look sono arrivati ben due album senza dover attendere Godot. Una nuova prova sulla lunga distanza di Marco Passarani è sempre motivo di interesse per svariate ragioni, in primis una capacità narrativa impressa su quel long form che spesso ha tradito anche i più autorevoli protagonisti del mondo dance – lasciateci passare il termine – più a loro agio tra singoli e 12”. Un mondo non puoi chiuderlo in un recinto, scrive Andrea Benedetti riferendosi all’amico di vecchia data, e per l’appunto ogni full-length dell’artista romano ha la capacità di aprire nuovi squarci su paesaggi sì, già visti, ma ampliandone a dismisura raggio d’azione visiva con invidiabile capacità di modellamento su ampie tavolozze, ben saldo sugli inamovibili punti fermi ma con una visione futuribile e che lo accompagna praticamente da sempre. E non è un caso se Alan Oldham – del giro UR – nelle note di accompagnamento della tanto attesa versione digitale di Roma Meets Detroit (1993), esordio monstre del Nostro in tandem con Monteduro, racconta di come, nei folli laboratori della Motor City all’epoca non si fosse sentito nulla del genere.
Forse l’unico in Italia a mantenere uno standard qualitativo di una certa eccellenza pur verticalizzando su più piani, dal’IDM all’electro, passando per house, techno e ambient – e non serve neanche scomodare il riuscitissimo progetto post-(italo)disco Tiger & Woods, ormai in metamorfosi WBMX – accaparrandosi release di rilievo su Peacefrog, Numbers, Rephlex e Running Back, giusto per dirne un paio. In un percorso sempre in divenire, Passarani ha via via scalpellato sul marmo le fattezze di questa creatura mutante e tentacolare, imprigionando nell’ambra un suono liquido ma dalla struttura solidissima, sperimentale e visionario quando vuole e funzionale quando serve. A tal proposito Sullen Look (2005) è un capolavoro vero e proprio, senza discussioni.
Una traversata che al sorgere degli anni ’10 subisce un rallentamento con l’arrivo di quella tigre che avrebbe fagocitato qualsiasi cosa, facendo saltare il banco con un impressionante aumento di booking e impegni in studio con Valerio Delphi. Da qualche anno invece l’artista capitolino sembra aver trovato nuovo ordine ed equilibrio, tornando a concentrarsi sul proprio percorso in solo, senza esagerare sui numeri. Gli EP sono sempre roba da leccarsi i baffi, micidiali per maniera e intuizioni per il dancefloor, anche quelli pubblicati mentre mezzo mondo elettronico era (era?) barricato in cameretta ad esplorare lati più chill e meditativi. E di mezzo c’è anche una nuova label, Unrelatable.
Ma torniamo agli album. W.O.W. (2019), uscita firmata Offen Music frutto di esperimenti col cronometro sulla circuiteria durante alcuni lavori di gestazione nello studio condiviso con Delphi (andate a sentirvi anche i suoi lavori, con tanto di validissima deragliata hip hop), tornava sulla viscerale materia black riannodando i fili Roma-Detroit, e questo The Wildlife Of The Quieter Ones segue – più o meno – l’identico sentiero, sondando ancora un terreno che nella techno ha i suoi germogli più puri, ma stavolta è una vera faccenda di cuore. Chissà, forse per quel primo contadino su Marte la Terra non è mai lontana abbastaza, il rumore giunge anche da quelle parti e lo spazio per starsene per affari propri non basta mai, vivendo sulla propria pelle difficoltà e punti di domanda che perseguitano un po’ tutti da un paio di anni a questa parte. Qualcuno, purtroppo, ancora più di altri.
E allora ce lo immaginiamo bene il ragazzo a mettere ancora e ancora mano sull’armamentario, cercando una via di fuga e forse sé stesso nelle macchine, e dunque nell’eterno binomio carne-silicio (e se siete interessati al mondo AI, date un’ascolto a questo progetto con Marco protagonista), uno specchio abissale che fa da contraltare tra drexcyiane lotte subacquee (Storm90), un celestiale ondeggiare housey tra le nuvole del cielo (Serenity Alley), cupi intermezzi tra italo e house nello spazio profondo (Theme From FFOM) e chirurgiche staffilate acid col camice bianco (Equation), così come soluzioni al vetro di hip hop cubista e una rinnovata passione per il mondo della library music e le lezioni di casa Warp, di cui il Nostro è stato autorevole interprete.
Diciassette drammatici quadretti che incrociano il meglio della produzione dell’autore con la consueta classe, sfiorandone alcuni degli angoli più acuti e affascinanti in una trama sconosciuta e dagli infiniti risvolti, che trasuda dolore e speranza, occhi lucidi, cadute rovinose e spensierati salti nel vuoto. Zero tool, ma un disco che dai club fa riemergere poltergeist e spettrali visioni techno lavorate col bisturi dei migliori, pennellando un robusto affresco di innumerevoli presenti e futuri (perduti o meno chissà), eternamente aleggianti su questo sottile e onnipresente filo di tensione, che affoga lento in una malinconia che tutto rifugge ma senza rassegnazione, mantenendo sempre fisso lo sguardo sull’orizzonte.
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