Pigna Records. Storia di un’altra house
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Daniele Rigoli
- 8 Febbraio 2024
Anno 2002. Jolly Music, il duo composto da Francesco De Bellis e Mario Pierro che con l’album Jolly Bar di un paio d’anni prima si piazza come minimo sul podio delle migliori uscite elettroniche nostrane di sempre col suo scintillante gioco di luci e specchi tra elettronica, pop e colonna sonora, esala gli ultimi respiri. Pubblicato in origine per la Nature Records (parabola che merita spazio a parte) di Marco Passarani e poi girato in licenza al braccio dance di Sony, Illostrous, che aveva fiutato una buona gallina dalle uova d’oro (era il periodo di Groove Armada e Röyksopp che andavano forti davvero), il disco resta purtroppo l’opera unica del sodalizio capitolino, che ha la sfortuna gigantesca di trovarsi nel mezzo proprio quando l’industria discografica inizia a collassare. Insomma, d’un tratto ai due la terra sta per crollare sotto i piedi, ma lo studio preso al Pigneto, oggi una delle zone più cool di Roma ed esempio perfetto di gentrification, all’epoca uno dei tanti quartieri anonimi della città, diventa nel frattempo epicentro di una nuova avventura.
Giusto per inquadrare velocemente il campo da gioco dance, quelli sono gli anni di due grandi poli: da una parte l’electro-clash da tempo entrata nella sua seconda fase e che da lì a breve avrebbe cominciato a dare gli ultimi colpi coda, prestando il fianco a materiale molto più sguaiato e commerciale; sul versante opposto, gli algidi e compassati pattern della minimal, nella gran parte dei casi nient’altro che il lato plasticoso, spendibile e rassicurante della techno (?) filtrata per pool party e megaclub, a tutti gli effetti la bestia ingombrante che oscura quasi interamente il circuito perlomeno fino al sorgere degli anni ’10. Per aiutare a perimetrare le dimensioni di quel fenomeno gigantesco, basti ricordare che anche mammasantissima dell’house italiana come Coccoluto, Ralf e Alex Neri presero posto sul carrozzone.
Nel mezzo, va da sé, una schiera di DJ e producer che non si riconoscono per nulla in quelle tendenze, inclusi gli stessi Jolly Music – e Passarani, a tutti gli effetti la terza testa della creatura ma più in veste da burocrate, e che nel frattempo aveva consolidato la sua legacy con brillanti escursioni tra ambient, electro e IDM – che in quei giorni in cui la sigla tirava abbastanza, piazzavano sulla puntina soprattutto disco, electro e anche quell’italo disco ben prima che divenisse prezioso oggetto di riscoperta tra Olanda e Mitteleuropa, dunque trovandosi spesso fuori contesto rispetto ai gusti delle piste. «La necessità – spiega Passarani – era quella di comunicare col mondo. Da dj facevamo fatica a sentirci rappresentati da qualcosa, quindi non potevamo fare altro che creare con le nostre mani».
L’idea, quindi, è di chiudersi in studio e comporre nuove equazioni per il dancefloor ritagliate su misura su tre identità complementari ma ben distinte, e quel che ne verrà fuori sarà una formula piuttosto originale. Laconicamente e con ironia, Pierro parla di musica “massimale”, e in effetti l’aggettivo casca a pennello: «Volevamo lavorare su pezzi più complicati, arrangiati con più attenzione, pieni di cambi e con influenze disparate. Il concept di base era produrre musica pensata e destinata al dancefloor, quindi con una struttura di un certo modo, ragionando su cambi, il modo in cui potesse essere mixata, il tipo di suono».
Lavorando sempre su un’idea funk colorata e verace, bassi grassi e unti dal richiamo electro-boogie, atmosfere riconoscenti alle utopie di Detroit con attitudine windy city, nelle 14 release (2002-2009) Pigna Records impone un personalissimo suono house ma che house non è, figlio di ascolti a nastro coi santini in salotto di Kevin Saunderson e la sua KMS da una parte e le mitiche selezioni di Hot Mix 5 dall’altra, il Mark Kinchen prima della svolta mainstream e la Transmat di Derrick May, ma è doveroso citare Sasse e Bangkok Impact che a loro modo avevano intercettato porzioni di quel mood con un filo di anticipo e, per i più attenti, anche la prima Madonna. Consapevolmente o meno, affioravano anche ricordi della grande tradizione 80s di casa: «Riguardando indietro a quei dischi, le cose italo le mettevamo in mezzo anche inconsapevolmente, era una sorta di silenziosa forma mentis. C’è del materiale inedito su cui lavoravamo all’epoca super orientato a Chicago, non dico sulla falsariga Dance Mania, ma quasi… E anche il quel caso, la scheggia italo era presente. Peccato non poterlo ritrovare…» (Passarani).
I numeri non sono imponenti, ma perlomeno fino alla decima uscita, tra prime stampe e repress si viaggia tra le 1200 e le 1900 copie vendute, cifre che permettono di arrivare nei negozi e nelle mani dei DJ giusti. I mercati più reattivi sono Inghilterra, Francia, Germania e Spagna, senza bisogno di citare l’adagio del profeta in patria, seppur alcuni pezzi diventano colonna sonora dei weekend della Capitale (AKAB di Testaccio in primis). Il circuito più sensibile è soprattutto quello electro-house, ma la differenza dei tre sta tutta in un brodo primordiale di rimandi e citazioni spesso del tutto differente da quello dei colleghi, legato non tanto all’house di metà anni ’90 ormai bella che istituzionalizzata, quanto a gusti più vicini all’elettronica nelle varianti sperimentali di allora, lato UK in primis, contornando il progetto con un certo appeal. «Essendo un’etichetta con tre teste, ognuno aveva il suo stile: Marco aveva il suo mood più acid e ancor prima techno, Mario un funk sempre dal taglio acid ma con venature fusion, io invece la parte più ’80 che strizzava l’occhio alla disco» (De Bellis).
Girando a turno, i tre si passano la staffetta del catalogo, ognuno piazzando il capolavoro che cristallizza la proposta dell’etichetta: Tribute (Analog Fingerprints/Passarani, 2002), Fregna (Francisco/ De Bellis, 2003) e Funk 005 (Drive) (Raiders Of The Lost Arp/Pierro, 2004). Il primo, e il titolo parla chiaro, paga pegno alla fantasmagorica 1st Bass di Separate Minds (la title track), con ribollori acid e synth urticanti (Accent) e oscurità da Motor City (Blue Screen). Sul secondo, De Bellis scopre un terno di imprendibili numeri housey tagliati electro (Fregna The Age, Salvation 2nd, Heartbeat).
Dovessimo scegliere l’opera che più rappresenta il cuore dell’etichetta, ecco il vincitore. Sul titolo, piuttosto fuori le righe, chi meglio dell’autore può dirci come stanno le cose: «All’epoca mi faceva sorridere andare nei negozi e vedere che le cose vecchie e nuove di Chicago e dell’electro-clash avessero titoli come “Pussy”, “Lick My Ass”, “I Have a Big Dick”, che non c’è bisogno ve li traduca. Quindi ti gustavi i rivenditori italiani chiedere telefonicamente ai distributori “dammi due copie di I Have a Big Dick” e così via. Così, per gioco, ho deciso anche io di dare un titolo italiano di quel tipo – da qui Fregna e Culo [quest’ultimo pubblicato come Mr. Cisco, ndSA] – anche per vedere la reazione degli addetti ai lavori. Tanti, ovviamente, non la presero con il giusto spirito: “Ma guarda te questo che titolo dà, ma si può dare un titolo così ai dischi, ma che modi sono”. Chiaro, immagino che ad oggi questa “strategia” potrebbe anche essere vista come sessista, ma allora l’indignazione era frutto esclusivamente di ignoranza. Mi ricorda un po’ la barzelletta della signora al ristorante che sfoglia il menù e leggendo schifata la lingua bollita perché se la immagina nella bocca dell’animale, chiama il cameriere e chiede un uovo… Insomma, si scandalizzavano per Fregna e poi compravano cose americane che avevano titoli molto ma molto peggio del mio».
Pierro, invece, si muove con incanto nelle zone d’ombra con quei bassi ficcanti marchio di fabbrica di una house che ha ancora la faccia tosta di pensarsi futuro, sempre con gran senso per la melodia e i fraseggi del jazz. «Raiders Of The Lost Arp era per me il ritorno, o forse la scoperta, verso la tradizione detroit techno, della fusione con il jazz e il jazz funk che è una delle mie più grandi influenze. Io sono sempre stato tastierista dunque non vengo dal mondo dei djing, ho suonato in diversi gruppi, ho studiato pianoforte, e quindi ho un background da musicista, per cui il jazz e le armonie hanno un ruolo fondamentale nella mia concezione di musica. Se mischiamo queste cose – dance e jazz – nel mio caso non può che venire fuori la detroit techno, per l’appunto» (Pierro).

Le altre release restano una caleidoscopica girandola di eccellenza dance in cui il trio sciorina alcune delle migliori prove soliste della carriera. Passarani – che tra l’altro farà praticamente one man show nella gestione burocratica e amministrativa – torna a sognare Detroit con la mano del fuoriclasse vero scalpellando le creature techno mutanti Roofs, Dirty Sidewalk e Stato Stasi.
Quest’ultimo è per chi scrive uno degli Everest del producer, che pur proponendo un suono più classico rispetto alla calligrafia pignesca, pennella un imperdibile e drammatico affresco craighiano in bianco e nero. Al riguardo gli dico «fosse uscito su Planet E avrebbe fatto il botto», giustamente mi risponde «questo discorso però è applicabile a un miliardo di altri pezzi. È chiaro se certe cose fossero state pubblicate su etichette ben più consolidate e prestigiose probabilmente avrebbero avuto altra fortuna, ma questa è più o meno la base quando il tuo sistema è do it yourself, c’è poco da fare».
De Bellis, dal canto suo, costruisce le trame pungenti dell’italo con voce loopata (Salvation) e prende il controllo di sbandati robot house con un certo senso dell’ironia (I Like To Smile), mentre Pierro prosegue nella costruzione di quelle sfavillanti architetture tra jazz e fantascienza (Funk Series Pt.2) poi elaborate sulla lunga distanza con il gioiellino Tema5 (uscita firmata però Nature Records) ma anche sfogliando di gusto le basi della materia Traxx (All Depends On You a nome Starship 727, un po’ a sorpresa il disco della label che ha venduto più velocemente).
Menzione a parte merita invece la breve parabola Pigna People, ovvero i tre che lasciano per un secondo i percorsi in solo per ragionare in studio a quattro o sei mani, con in più diverse esibizioni in giro per l’Europa (con tanto di presenza al Sónar di Barcellona). La pubblicazione della prima e unica opera del gruppo, Let ‘Em Talk (2005), ulteriore sunto del suono Pigna, album desiderato a tutti i costi dal distributore già a un passo dal precipizio, sarà al contrario la pietra tombale, con un crollo verticale delle vendite, un po’ per il formato troppo impegnativo e poco appetibile (il doppio CD), un po’ metti l’hype dell’etichetta giunto alla naturale conclusione.
Tolto il successivo Stato Stasi che timidamente rialzava la testa a livello di vendite, il piano è inclinato e non ci si riprenderà più, giusto il tempo di tirare a bordo Carola Pisaturo con il suo spinoff chicagoano Passione Extra (2008) e un esordiente Valerio Delphi che si presenta al mondo su altezze acid house con The River/Suzuka (2009) che è di fatto l’ultimo battito registrato da Pigna. Solo qualche tempo dopo, per lui e Passarani prenderà forma nell’anonimato il fortunato, fortunatissimo capitolo tra house, disco e boogie Tiger & Woods, che a modo suo porta avanti il testimone della defunta etichetta: «Sì, diverse cose di Pigna le sento nel mio progetto con Valerio. Non mi avrebbe affatto stupito arrivare alla 25esima pubblicazione Pigna proprio con un disco di T&W, che presenta tutta una serie di influenze funk ed electro-boogie, ’85-’86, condivise con la label» (Passarani).
In un clima di profonda riscoperta di quegli anni, negli ultimi tempi parte dell’archivio di Pigna è stato ristampato in sequenza da Loud Enough, sub label della crew di Ultrasuoni, storico negozio di dischi romano di “Marcolino Ultrasuoni” Valvona. «L’idea delle ristampe – ci spiega – è arrivata dopo che la mia collega Enrica [raffinata DJ e selezionatrice di oscurità psichedeliche, wave, ambient e sperimentali a nome Sandra Mason, ndSA] mi fa ascoltare questo CD di Pigna People. Alcune loro tracce già le conoscevo e le suonavo, ma la versione che mi portò lei conteneva un pezzo di Mario assente nel disco in mio possesso. Mi piacque così tanto che volevo ristamparlo, così abbiamo chiesto ai ragazzi se fosse possibile. Furono tanto disponibili che decidemmo di rilanciare, proponendo un repress di tre dischi, ognuno contenente due tracce già uscite e due inediti».
Tolti i brani ripescati dal cassetto che a distanza di un ventennio mantengono il fascino del tutto inalterato (Hall, Roofs, Funk 006, Funk 007, Fregna The Age, Miss Cha Cha Cha), anche gli inediti sono prelibatezza da leccarsi i baffi. Nell’Analog Fingerprints Continuum Passarani lascia una tarantola technoide – al sottoscritto ricorda alla lontana il mood G-Force di X-101 – a muoversi nervosa su un Elektron Syntakt (Rotten Kingdom), mentre Skizzo è ancora e ancora lo splendido diagramma techno-house da studiare a campanella; De Bellis (House Bootleg Mix, in uscita nelle prossime settimane) srotola caracollante materia looposa (Move) e cinematica (House); Pierro (Funk Series Vol. 3) ha in tasca, come da titolo, funk sci-fi robustissimo che cola dagli hardware (Funk 009) ma anche stop&go stilosissimi tra tool e richiami celesti (Funk 010). Su Funk 009 c’è anche un gustoso aneddoto figlio di altri tempi: «il pezzo è ispirato alla mitica TR 808 comprata da me e Francesco, che era sporchissima, con tutti i knob e i fader che grattavano all’inverosimile. Il basso di quel pezzo lo definirei un “happy accident”: è il tom della 808 suonato girando la manopola del pitch, e siccome dicevo era molto sporco, quella specie di urlo distorto che ogni tanto si sente sopra è frutto di quel difetto della macchina. Questa è la bellezza e l’imprevedibilità delle macchine analogiche che un plugin non potrà mai darti» (Pierro).
«Posso dirti che Pigna è materiale che andava forte all’epoca – dichiara Valvona interpellato sul silenzioso lascito della label –, va forte ora, e lo farà anche in futuro. Certo, se sei un DJ che sta dietro alle mode, magari non avverti quel fascino. Per quanto mi riguarda ti assicuro che a livello europeo – dunque non solo romano – tantissimi DJ hanno ricominciato a scavare nel catalogo Pigna, anche grazie a questa ventata di digger che vanno a cercare nei magazzini, Discogs ecc., confermando l’ascendente di certe produzioni».
A salvarci dalla sempre ostica chiusura d’articolo ci pensa Pierro, e non c’è bisogno di dilungarsi oltre. «Non so dirti se abbiamo lasciato o meno un segno, i dischi vendevano ma non abbiamo avuto hit o cose del genere. Di sicuro non abbiamo seguito il trend dell’epoca, ricercando invece un sound il più possibile personale. La mia esperienza mi insegna che quando fai scelte del genere, non raccogli nell’immediato ma il tuo lavoro resta, e dopo vent’anni magari vedi gente che ti riscopre perché capisce che quello che avevi da dire ha un valore non scalfibile dal tempo. Ammetto che sono soddisfazioni importanti, e questo è il musicista 50enne in me che parla [ride, ndSA]. A suo modo c’è un anche un velo di tristezza nel guardarsi indietro, ma è bello vedere la tua musica avere del valore nonostante siano passate parecchie primavere. Anche se spesso, purtroppo, sono necessari, i soldi non sono il motore della musica. Io non mai stato bravo a gestire la mia musica lato business, ma sul fronte artistico sono sempre stato soddisfatto di ciò che ho e abbiamo fatto uscire».
