Terra, futuri e utopie. Intervista a Francesco De Bellis
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Daniele Rigoli
- 27 Luglio 2022
Questa intervista volevo farla da diverso tempo. Chi mastica house e nu-disco a certe altezze non può non conoscere Francesco De Bellis. Da MAT101 ai mitici Jolly Music, quelli che Christian Zingales definiva autori del miglior album d’elettronica italiano di sempre, passando per l’irresistibile miscela tra italo, house e nu-disco di Francisco, il producer capitolino è da sempre instancabile colonna del giro elettronico. Recente è la pubblicazione del secondo album a firma L.U.C.A., il suo progetto più intimo, legato alla smodata passione per lo sterminato mondo di colonne sonore e library music. Intitolato Terra, il disco indaga il rapporto compromesso tra uomo e Gaia in un breve e intenso racconto dalle tinte misticheggianti. Non potevo non approfittarne per scambiare due chiacchiere – in realtà una conversazione fiume a tutto tondo. E c’è anche una bella sorpresa per i fan della prima ora.
Parliamo di questo nuovo album, Terra: dove, come, quando, perché…
Terra segue sempre il concetto generale che sta proprio nel progetto L.U.C.A. Ne I Semi Del Futuro si parlava già del rapporto tra uomo e natura: in quel caso era più legato all’inizio della vita su questo pianeta, partendo dunque dalla natura fino al momento in cui l’uomo inizia ad abitare il posto. Su Terra invece, diciamo che si tratta di un discorso più attuale, in questa sorta di fase finale che stiamo vivendo, con la consapevolezza della difficoltà di riuscire ad immaginare un futuro per tutti quei motivi che conosciamo bene. Nasce dunque l’esigenza dell’uomo di andare alla ricerca di altri luoghi o dimensioni, non per forza fisici, per spostarsi con la mente: luoghi, insomma, da raggiungere col pensiero, dato che col fisico, purtroppo, non c’è più tempo. Il mondo sta finendo. È diventata più una questione di fantascienza, e il prossimo capitolo sarà ancor più focalizzato su questo lato della faccenda. Terra è la fase precedente, ecco.
Dunque parliamo di una trilogia già pensata ai tempi de i Semi Del Futuro?
Non del tutto. Mentre lavoravo a I Semi Del Futuro sapevo ovviamente che faceva parte di un discorso più ampio che prevedeva altri capitoli, e sapevo anche che la questione avrebbe potuto prendere la dimensione fantascientifica di cui abbiamo appena accennato, ma essendo Terra un disco nato 4-5 anni dopo, nel tempo ha preso una piega più decisa come tema e argomento. Non a caso ho lavorato su Terra nel periodo lockdown, il che mi ha dato una grossa mano a immedesimarmi in tutto quel tipo di discorso. In realtà ho iniziato da quello che sarà il prossimo capitolo, ma era già troppo avanti, per cui ho optato per un prequel e un punto di passaggio tra il primo e terzo disco.

L’album è poi diviso in due parti ideali, Consacrazione e Coscienza…
Soprattutto quando lavoro sugli album, ma è un discorso piuttosto generale nel mio caso, ho sempre un’idea molto cinematografica della mia musica, essendo io un grandissimo fan di cinema, per cui molte ispirazioni provengono da quel mondo lì. Quando compongo musica ho sempre un immaginario, e ho una visione di quel pezzo, come se fosse un video o un film. Ad esempio ho iniziato da Cities, e avevo in mente di raccontare questo mondo composto da città divenute ormai un vero e proprio disastro, immaginando Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio, un film documentario degli anni ’80 che racconta di un progresso che porta alla distruzione del pianeta. Mentre compongo ho sempre un’idea visiva, e i capitoli mi servono per spiegare meglio le varie fasi che l’uomo attraversa per entrare in questa idea mistica. Il disco, infatti, andando avanti con l’ascolto si fa più mistico: Cities racconta una cosa, e procedendo man mano prende forma l’idea della mente che immagina di spostarsi altrove.
Che si parli di musica, cinematografia, e arte in generale, oggi appare quasi scontato parlare di utopie e fughe immaginifiche, come se venissero a mancare capacità e strumenti per immaginare un futuro lontano dal dolore e dalla distopia. Questo escapismo è l’unica chiave di racconto possibile?
Sicuramente sono stato influenzato da ciò che vediamo tutti, ma in effetti viene automatico ragionare nel modo che dici. Ho iniziato a lavorare sul disco due anni fa, ma mi è capitato di vedere film che trattassero lo stesso argomento: è un pensiero piuttosto comune, per cui effettivamente questa cosa si sente. Penso sia del tutto normale una sensazione del genere, negli ultimi tempi abbiamo vissuto cose – per l’appunto – da fantascienza, per cui è stato normale tornare indietro a certi temi raccontati negli anni ’70 e ’80, ma probabilmente già nei ’50. È un po’ come quando eravamo piccoli e pensavamo “da grandi ci sarà il futuro”, e siamo giunti invece ad una fantascienza assolutamente catastrofica. Credo che nell’arte sia del tutto naturale esprimere quel tipo di sensazione, ed è normale che gli artisti percepiscano una certa aria e che vogliano parlarne.
Insomma, la realtà ha superato la fantascienza, senza dubbio…
Assolutamente. Durante il lockdown non avevo voglia di creare qualcosa di “normale” o di dance. Con il mondo fermo, sospeso, avevo bisogno di lavorare sull’ultraterreno.
E la Terra come te la immagini tra 50 anni?
Ah no, cinquanta sono troppi… ma mica per me eh, proprio per il Pianeta. Anzi, lui c’è sempre stato e ci sarà anche dopo di noi, continuerà a vivere. A mio avviso bisogna cercare di comprendere meglio questo discorso della natura, a volta sottovalutato, a volte invece il contrario: la Natura in qualche modo sta sicuramente riprendendo in mano il controllo, ma detta così sembra come se parlassimo di una entità che ci sta distruggendo. In realtà si tratta di un percorso logico e scientifico. Credo sia impossibile parlare di futuri, e dopo quello che abbiamo passato, forse il presente è l’unica cosa da vivere con felicità. Non penso molto a quello che verrà dopo, pensiamo ad oggi, che è meglio…
Se ne I Semi del Futuro c’era una influenza forte su tutta la colonna sonora da spaghetti western, una soundtrack dai toni seppiati, nel nuovo disco sembra guidarti un mood più spacey e visionario, con raga e sciamanismi vari. Quali ascolti ti hanno guidato?
Quando ho intrapreso L.U.C.A. venivo da tutta una serie di ascolti di tutta la colonna sonora italiana degli anni ’70 principalmente, dunque Morricone, Cipriani, Nicolai, Umiliani, tutti… è stato inevitabile avere quel tocco, vedi la chitarra acustica o l’armonica utilizzata per ricreare quel mood nel primo disco. Sì, c’è sicuramente l’aspetto western, unito alla musica hippy prodotta in quel periodo dagli italiani. In più, avevo un set-up di strumenti molto ’70. Quel set-up è simile anche in Terra, ma per l’occasione avevo bisogno di qualcosa di più attuale che richiamasse un futuro più prossimo. Certamente quel feeling ’70 mi serviva ancora, ma più come richiamo verso quel mondo ed estetica new age.
Da MAT101, passando per Jolly Music e Francisco, L.U.C.A rappresenta forse la visione di un Francesco De Bellis più rotonda e mentalmente aperta a tutta una serie di influenze, che se prima erano appena accennate – per quanto ovvie – con questo alias diventano colonne portanti…
Hai ragione. Va beh, Jolly Music è terminato per questioni burocratiche legate all’utilizzo del nome e anche al trasferimento di Mario Pierro in Svezia, ma l’idea della prosecuzione di quel progetto sarebbe stata certamente molto vicina al mondo L.U.C.A., senza campioni e più legato alla colonna sonora. Quindi sì, L.U.C.A. è sicuramente un’evoluzione di ciò che, in maniera diversa, era presente in Jolly Music.
Io lo vedo come un naturale approdo, che dagli inizi più electro e – in un certo modo – giocosi, dall’immaginario da videogioco, fino a L.U.C.A., che amplia lente e fascinazioni. Come vivi questo switch dalla dimensione “dance” a quella più “suonata” e “lavorata”?
Per me era inevitabile. Di dance, soprattutto con Francisco, ne ho fatta tantissima, e ad un certo punto avevo la necessità di fare altro. Da giovanissimo pensavo che la dance fosse la musica più “aperta” per un’artista, mentre invece ha una infinità di regole. A volte il supporto creativo, all’interno di un pezzo dance, non è così necessario. Cercavo quindi qualcosa di diverso, più legato alla composizione, ed essendo un patito del cinema italiano – soprattutto b movie e materiale poco conosciuto – andavo pazzo per la musica di quelle pellicole. Volevo capire se fossi in grado di poter lavorare su qualcosa del genere, con il vantaggio di avere totale carta bianca: posso fare un pezzo come Cities, e subito dopo un pezzo dallo stile diverso.
Terra è un album che mi permette di raccontare tante cose, sia come musica che come argomenti. È volutamente fatto per avere creatività allo stato puro. Soprattutto, è ispirato al mondo delle library, con quei compositori liberi di fare tutto ciò che volevano. Per loro sarà stato sicuramente un periodo artistico particolarmente interessante, passando dalla sperimentazione totale a un mood più giocoso. Avevano meno restrizioni. Ovviamente se scrivi un pezzo per Mina sai che in quel periodo lei deve comunque andare a Sanremo, passare per radio, ecc. per cui hai delle regole. Poi chiaramente moltissimi pezzi di Mina, lavorati da Ferri o Morricone, avevano delle orchestrazioni pazzesche, ma alla fine della giostra avevi pur sempre dei paletti. Pertanto, prendendo spunto dalle library, L.U.C.A. ha quel tipo di approccio, molto aperto a livello creativo.
Ascoltando il primo pezzo dell’album, Cities, mi è piaciuto molto sentire la mano del producer dietro, con un approccio che mi ricorda molto l’ultimo Ron Trent. Nell’opera ci sono diversi musicisti coinvolti: come ti muovi all’interno dello studio in queste situazioni? Abbiamo il De Bellis ferreo direttore d’orchestra o lasci molto spazio di manovra ai collaboratori?
Non avendo spesso persone presenti in studio, il grosso dei pezzi lo compongo e lo completo io, scrivendo una linea guida che poi il musicista va ad eseguire. A volte, invece, lascio un po’ di spazio. Dipende dal momento in cui incontro il musicista e lo stato di avanzamento del brano. Se mi trovo avanti, so esattamente cosa deve fare il chitarrista, se mi trovo ad uno stato meno avanzato, magari vedo se siamo in grado di dare un’altra forma alla musica. Lavorando da solo, la traccia, i cambi ecc. sono tutto materiale mio, ma ovviamente se il musicista riesce a tirar fuori qualcosa che sia coerente con la linea guida, ben venga.
Riesci ad immaginarti in un processo di scrittura più condiviso?
Con L.U.C.A. ho ormai dato per assodato che devo essere essere il regista, e certamente vorrei molti più musicisti al mio fianco per poter sviluppare meglio ciò che ho in mente. Come facevano tutti i grandissimi, tipo Morricone, che non suonava mica la chitarra. Un conto è scrivere e un conto è suonare, se ti arriva uno che suona male, il pezzo esce brutto. Sicuramente i musicisti ti permettono di arrivare dove vuoi tu. Tra l’altro alcune chitarre – se semplici – le suono io stesso, ma per avere un risultato più professionale ho bisogno, per l’appunto, di professionisti. A volte sì, soprattutto su L.U.C.A., vorrei più musicisti a fianco a me, ma piano piano iniziamo a conoscerci. Poi su Terra, purtroppo, la pandemia ha influito particolarmente nel lavorare più in solitaria rispetto all’album precedente.
La tua musica, che come detto a più riprese attinge a piene mani dal mondo delle colonne sonore, trasuda molto un savoir faire di suoni e immagini profondamente legati al Bel Paese. In una vecchia intervista, Lory D afferma che nel pensiero comune Roma è vista una come città molto solare, mediterranea, tralasciando spesso invece il fatto che si tratti anche di una «metropoli gotica, scura, piena di energie negative… Probabilmente è per via di tutti i roghi che abbiamo avuto ai tempi dell’inquisizione, qualcosa deve essere rimasto!». Qual è il ruolo di Roma nella tua musica?
Beh Roma ha tanta musica, e quando eri piccolo la vivevi moltissimo. C’erano studi di registrazione, la Rai, dunque tutto un insieme di fattori che anche in maniera inconsapevole avevano un certo effetto su di noi. Lo sentivi nell’aria. Io poi sono cresciuto in un periodo di particolare fermento, quindi capisco bene quella sensazione di musicalità. Certamente Roma è anche molto gotica, Lory ha ragione. Se ti capita di vedere un vecchio sceneggiato, Il Segno Del Comando, ti rendi conto che è molto legato alla Roma esoterica, piena di fantasmi. E forse si respira anche quello. Quei film che vedevo li associò alla mia città, e anche nell’ascolto delle vecchie colonne sonore vivo pienamente Roma. Se ascolto Piero Piccioni è ovvio che immagini subito Sordi, il collegamento è immediato. È un feeling che sento, anche inconsciamente, fin da quando ero piccolo. L’impatto fu pazzesco proprio perché il cinema era a Roma, punto.
Continuiamo a parlare di Roma: che tipo di città è oggi? I tempi della Capitale centro nevralgico della musica elettronica d’Europa – Sound of Rome in primis – paiono lontanissimi. Che aria tira in città?
Non è un buon momento. Sicuramente il ciclo ogni tanto ti porta ad avere momenti bui, e questo sicuramente è uno dei più duri. Indipendentemente dal periodo rave che citi, negli anni ’90 qui c’è stato molto altro, vedi festival ed eventi come Dissonanze ed Enzimi che rispecchiavano un gusto generale piuttosto elettronico. Ricordo che quando artisti del giro Warp, come Plaid e Autechre, che in Inghilterra avevano un certo seguito, quando venivano a Roma si trovavano davanti a numeri di pubblico pazzeschi, anche duemila persone. Loro stessi faticavano a spiegarsi un ambiente del genere, ovviamente ogni artista conosce il proprio tipo di musica e a chi è rivolto: di certo non è che esce Terra e mi aspetto di finire in classifica o andare a Sanremo.
Questo per dire che Roma ha avuto periodi davvero buoni e ora non è nel momento positivo del ciclo. Sicuramente ora Milano, che ha avuto i suoi periodi di noia, ha uno stato di forma migliore. Non so dal punto di vista delle serate, ma dal punto di vista artistico Napoli è riesplosa. A Roma al momento non c’è un grande zoccolo duro di appassionati, mi sembra tutto piuttosto casuale. Un evento in città può sicuramente andare bene, ma non è detto che sia accaduto perché la gente era davvero interessata a quel tipo di situazione, forse si sono ritrovati tutti sul posto per caso.
Parliamo di una città che riparte senza un club di punta come il Goa, eventi di qualità sempre meno presenti. Spesso decidere cosa e dove andare a ballare a Roma è un problema…
Parliamo anche di un discorso politico, non solo di disinteresse del pubblico. Pensiamo a Enzimi: la presenza di quegli eventi presupponeva la possibilità di organizzarli. Oggi non si può. Magari c’è un evento con Carl Cox, ma non festival di più giorni. Mancano fondi, e la possibilità di creare interesse. Se non crei quello, manca il pubblico. In passato c’erano soldi anche per la cultura, anche per quella non propriamente popolare. Enzimi faceva 4.000 persone con artisti di nicchia: c’erano gli Underworld, ok, ma anche Broadcast, per esempio. C’era di tutto. In passato si osava un po’ di più anche perché potevi permettertelo. Non andavi fallito.
Forse è cambiato anche l’approccio di chi fruisce degli eventi. In passato era tutto un po’ più in target, mentre ora il venerdì magari vado al centro sociale, il sabato sera vado a ballare reggaeton e la domenica aperitivo nel locale fighetto del caso.
Io sono per tornare un po’ a certe “tradizioni”. Ovviamente non parlo delle divisioni nette (paninaro, dark, rockabilly, ecc.), ma un certo tipo di “separazione” aveva un suo senso. C’era chi andava al centro sociale e seguiva un certo tipo di musica, e chi andava al Gilda. Avevi perlomeno la certezza che chi era venuto nel tuo ambiente in linea di massima cercava proprio quello e sapeva a cosa andava incontro. Ora invece è tutto mischiato, tutto va bene e lo zoccolo duro non lo avrai mai. Ma non è colpa solo di chi fruisce, ma anche della proposta. Un cane che si morde la coda. Penso che un po’ di separazione non faccia male, come quando i mods erano rivali dei rockers, o il movimento britpop. In un certo senso crea fermento e appartenenza. Poi ovvio, non è che bisogna diventare un tutt’uno con l’ambiente, ma una linea deve comunque esserci.
Con tutti i distinguo del caso, diciamo che se ballo l’house non posso andare a ballare la commerciale, o perlomeno, se mi trovo in quel locale, non può piacermi quella musica…
C’è semplicemente disinteresse musicale. Esci, ma non per la musica. Questo porta a un pubblico che non sa davvero che cosa vuole. Te lo dico da DJ: metti un pezzo, piace a cinque persone e altri cinque si annoiano; ne metti un altro e si inverte tutto. Chiaro, da DJ uno poi tiene una linea, ma sembra quasi che bisogna accontentare chi viene a ballare. Non funziona così. Come fai? Ad ogni pezzo cambi stile e genere? Non ti dico poi cosa ti viene a chiedere la gente… Questa cosa prima non accadeva, ora invece ti chiedono tutti i generi del mondo.
Il giorno dopo l’ultimo Discopanettone al Lanificio 159, dove suonavi anche tu, Delphi mi raccontava di un tipo che è arrivato fino alla consolle per chiedere un pezzo di Eros Ramazzotti…
È questa la cosa assurda. Sei in un luogo e senti un certo tipo di musica: come puoi pensare che lui metta Ramazzotti? A me hanno chiesto Enrique Iglesias.
(Rido, ndSA) E tu ce l’avevi nella pennetta USB?
Assolutamente sì, ma non gliel’ho messo. A parte gli scherzi, la cosa più bella è che fosse un rugbista, era enorme. Gli ho chiesto: ma come puoi tu, rugbista enorme, chiedere Enrique Iglesias? Non è possibile. Manco il padre di Iglesias se lo ascolta… forse è il motivo per cui hanno litigato… Tra l’altro, ho un aneddoto a riguardo: ai tempi di Jolly Music campionammo un pezzo di Julio Iglesias per inserirlo su Jolly Bar (Joollyo), e visto che entrambi lavoravamo per Sony, l’etichetta aveva pensato di farlo cantare proprio su quel brano, con tanto di volo organizzato per Miami per andare in studio a registrare. Il giorno prima della nostra partenza, ha avuto un ictus… Ovviamente non se ne fece più niente.
Abbiamo parlato di chi organizza, di chi balla, ora parliamo di chi suona. Durante la pandemia si sono sprecati appelli di unità, serrare le fila, ripartire dai local. Come procede?
Stiamo peggio di prima. Io sono sempre per la collaborazione, nel mio mondo qualcosa c’è sempre stato. Anche in Terra, una parte di missaggio è stata fatta a Napoli dai ragazzi di Periodica, Mystic Jungle, Whodamanny. Parliamo di una collaborazione tra persone che stimo, per cui sì, a me piace lavorare con altri. C’è un pezzo con il basso di Daniel Monaco, che fa sempre parte di quel giro di crew. Mi piace lavorare anche con Quiroga, per dirne uno, e infatti il disco – pubblicato poi su International Feel – inizialmente doveva uscire per la sua Really Swing. In generale, comunque, non c’è stata una particolare unione, ma credo sia normale. Io non c’ho mai creduto.
Manca qualcosa alla base?
A Roma, per esempio, è stato sempre così, tra egocentrismo e paura. Perché di paura, in fin dei conti, parliamo. Se al mio fianco ho un’artista bravissimo, può solo essere un valore aggiunto, non qualcuno che oscura la mia figura. Tanto, il mio approccio alla musica è mio e basta, non deve temere che qualcuno possa rubarmi qualcosa. La paura, che in molti artisti è presente, allontana altri come se ci fosse il rischio di essere scavalcati o cose del genere. Io non ho proprio problemi di questo genere, tanto non è che faccio musica che deve finire in classifica. Ripeto, è semplicemente un miscuglio tra egocentrismo e paura.
E per quanto riguarda altri addetti ai lavori come organizzatori, agenzie, ecc?
Guarda, quello è un discorso talmente lungo… io sto sempre dalla parte degli artisti, perché è ciò che sento più vicino a me. Come ti dicevo, ho un approccio in cui i numeri contano zero, ma solo il valore artistico. Il discorso vale anche per la mia etichetta Edizioni Mondo. Non è che quando ho contattato i Tunder Tillman, che firmano l’ultima uscita della label, sono andato a controllare i numeri di follower. Mi interessava la musica, stop. È un modo di pensare che non mi appartiene proprio, non so spiegarmelo. Se fossi un organizzatore chiaramente chiamerei a suonare chi mi piace musicalmente. Ovviamente è un modello molto poco legato al business, ok, ma se avessi voluto fare altro nella vita sarei andato a lavorare alle Poste. Se voglio vivere nel mondo nell’arte voglio stare dove mi interessa, non dove mi funziona.
A proposito di modelli di business, non posso che fare un collegamento con Jolly Music e il fatto che all’epoca un colosso come Sony prendesse sotto la sua ala un progetto del genere..
Guarda, ti faccio un esempio che mi è venuto in mente stamattina. Ieri, al Magick Bar, suonava The Hacker, e c’era anche il tipo della colonna sonora di Stranger Things, Kyle Dixon. Lui è stato un caso, ha avuto culo. Ma non perché non sia bravo eh, sia chiaro. Per qualche motivo, forse grazie a qualcuno vicino a lui – magari il regista, boh, o uno della sua agenzia forse amico del produttore – si è ritrovato dentro quella cosa, che poi è esplosa. In parte anche grazie alla musica, che sicuramente è un fattore importante. Nella maggior parte dei casi, ecco come funziona: chi mette i soldi, solitamente, non l’avrebbe mai preso un pezzo che suona in quel modo, perché se non l’ha già sentito da qualche parte, per lui non funziona. Nel caso di Stranger Things, uno che fa musica figa è capitato in qualcosa di più grande. Ma parliamo di un caso. Nella normalità, a meno che qualcuno non lo abbia fatto prima, un produttore cinematografico o chicchessia non sceglie quel tipo di musica. Per tanti motivi, in primis perché girano meno soldi su queste cose. Che poi vedi, alla fine è andata anche bene, per cui servirebbe solo un po’ più coraggio, credere nelle cose.
Perché hanno scelto Jolly Music? Perché all’epoca il pop elettronico funzionava, vedi Groove Armada, Röyksopp. Io non sono totalmente sicuro che loro fossero amanti al 100% della nostra musica. Sicuramente un po’ gli piaceva, ma sempre in linea con ciò che andava in Inghilterra. Funziona così, i grandi devono sempre avere qualcosa che trovano già in giro. È difficile che ci sia qualcuno che rischi così, di botto, scegliendo qualcosa che non abbia già avuto successo.
E tu come hai vissuto questo cambio di profilo? Da MTV e i videoclip a un progetto così intimo e ricercato come L.U.C.A. Certamente sono anche passati vent’anni…
Jolly Music fu un peccato, perché ti rendi conto che con un certo tipo di budget puoi fare cose pazzesche. Sempre parlando di musica eh, a me quello interessa. Se hai soldi per fare meglio la tua musica, è fantastico. Si è sempre investito su un disco, oggi invece è tutto fai-da-te. Un investimento porterebbe sicuramente qualcosa alla tua musica. È un peccato, dicevo, perché è venuta a mancare la possibilità di fare tante cose… Poi c’è ovviamente tutto un altro lato della faccenda. Parlando di major, ho avuto difficoltà a relazionarmi con loro. Loro parlano di numeri, io di musica. Anche se l’argomento è lo stesso, ognuno parla di cose totalmente diverse. Due lingue davvero opposte.
Immagino riunioni in questi mega uffici ad analizzare il rendimento dell’album…
Loro parlano di numeri. «Pete Tong non ha passato il singolo quindi non va bene», «Devi stare almeno terzo in classifica», e io non so che dirti. Io faccio musica, per cui la discussione per me è senza senso. Nelle multinazionali funziona così, semplice. Lo vedi che c’è poco interesse del prodotto, ma è normale. Sony è tipo McDonald’s. Poi ovviamente ci sono anche quelli che si interessano ai progetti e ci tengono di più, ma in generale si parla solo di numeri. Per cui ecco, stare in quel mondo un po’ ti deprime, ma d’altra parte vedi che riesci a permetterti non la macchina nuova, ma sicuramente studi migliori, strumenti, l’ingegnere del suono che ti cura alcuni lati della musica. Anche perché la divisione dei ruoli è fondamentale, io non posso fare tutto nel migliore dei modi. C’è gente che ha studiato quel lavoro per anni, non è che io mi vedo due tutorial su YouTube e allora so missare un pezzo. Credo molto nel team e nei ruoli diversi dal mio. Io ovviamente sono la parte creativa, magari anche un po’ tecnica, visto che oggi devi farti un po’ tutto da solo. Ma se hai un tecnico vero e proprio, è meglio. A noi, per esempio, con Jolly Music, era capitato Steve Dubb, che lavorava con i Chemical Brothers: dai, è un’altra cosa, un altro mondo, un altro pianeta. Non puoi essere al suo livello. Quindi ecco, ci sono i pro e i contro.
Sempre parlando di lavori in tandem con Mario Pierro, in privato mi dicevi che c’è una bella novità in arrivo…
Dato che ho già iniziato il nuovo album di L.U.C.A., che in sintesi è un disastro vero e proprio, tra guerre, città distrutte ecc., una roba francamente molto impegnativa su cui lavorare in piena estate, cercavo qualcosa su cui tenermi impegnato in questo periodo, per non restare con le mani in mano. Pertanto, frugando nel vecchio hard disk con materiale di MAT101, ho ritrovato diverse tracce, spunti, idee registrate nel ’98 o giù di lì. Per cui ecco, ci ho messo mano e ne è uscito fuori un EP. Sono molto contento, e credo ci stia benissimo con ciò che accade oggi, vedi quelle sonorità electro anni ’90 o il mood electroclash che sembrano stiano tornando in qualche modo. Lo stesso The Hacker che citavamo prima sta lavorando nuovamente con Miss Kittin… Insomma, mi diverte e mi piace, a breve finirà e la manderò in stampa con la mia etichetta. Quindi sì, è in arrivo un nuovo disco di MAT101.
Effetto nostalgia?
Ma no dai. Si tratta semplicemente di tracce bellissime, quasi perse e dimenticate. Con Mario ci siamo semplicemente detti «perché non farle uscire?». E poi è la chiusura di un cerchio mio e suo su Edizioni Mondo: io ho fatto uscire l’album mio, lui come ROTLA, e allora pubblichiamo questo disco. No, non si tratta di effetto nostalgia. Neanche lavorandoci su mi ha dato quel tipo di sensazione, è stato tutto molto spontaneo. Ho solo riscoperto tracce, sotto forma di idee che sto sviluppando, che non pensavo di avere. Sarebbe stato un vero peccato lasciarle nell’hard disk.
In conclusione, visto che sei un grande appassionato di cinema, consigliaci qualcosa…
Visto che siamo in mood Terra – L.U.C.A. te ne consiglio due: Midsommer e Radiazioni BX.
