Indicibili futuri. Intervista a Marco Passarani
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Daniele Rigoli
- 13 Gennaio 2023
Marco Passarani, tra i pochi, se non l’unico, elettro-hero italiano a mantenere uno standard qualitativo di eccellenza pur verticalizzando su più piani, dall’idm all’electro, passando per house, techno e ambient, accaparrandosi release di pregio per Peacefrog, Numbers, Rephlex e Running Back, giusto per dirne un paio, senza scomodare il riuscitissimo progetto post-(italo)disco Tiger & Woods.
Con tanto di remix di lor maestà Autechre da appendere in sala trofei e il rispetto reciproco di Detroit e Londra, il producer capitolino, autore di quel capolavoro dal titolo Sullen Look (2005), dagli inizi negli anni ’90 ha via via scalpellato su marmo e circuiteria le fattezze di questa creatura sonica mutante e tentacolare, imprigionando nell’ambra un suono liquido ma dalla struttura solidissima, visionario quando vuole e funzionale quando serve.
Per mettere in piedi questa intervista, in prossimità dell’uscita del sesto album The Wildlife of the Quieter Ones pubblicato lo scorso maggio, l’ho rincorso per diversi mesi, ma di mezzo c’erano mille cose da fare, in primis un lungo e traumatico trasloco nel nuovo studio assieme al socio storico Valerio Delphi. Allo scoccare del nuovo anno, proprio tra le mura della sua seconda casa, finalmente ce l’abbiamo fatta. Ed è una bella chiacchierata, come quelle che ti fai con chi solitamente parla poco. Anzi, come dice lui a più riprese, un lungo ragionamento ad alta voce.

Partiamo subito da The Wildlife Of The Quieter Ones. W.O.W. nasceva su esperimenti con macchine e circuiteria, con un tempo prestabilito e con determinate condizioni tecniche e di spazio, per certi versi anche come una forma di semi improvvisazione. Il nuovo album invece, come prende vita?
Per quanto riguarda W.O.W., nello studio vecchio a un certo punto io e Valerio abbiamo deciso di separare le stanze, in modo che ognuno facesse un brainstorming delle sue cose e iniziasse a tirare fuori idee a profusione, per provare a prendere strade nuove. Io feci un esperimento con un numero molto limitato di macchine, non c’era un concept dietro, semplicemente l’idea di provare a testare cosa potesse uscire fuori da un setup limitato, anche nell’ottica di provare a trasformare dei brani in ottica live in maniera più rapida.
Questo nuovo album, invece, nasce in un momento in cui lo studio non c’era, dunque a casa. In più, è figlio di una serie di sessioni fatte sulle macchine – poche anche stavolta – non per scelta, ma poiché nell’attesa di avere uno studio nuovo non avevo proprio spazio dove ricreare il mio setup. Si tratta di una serie di sketch e idee buttate giù per AIMI FM, sistema di AI che chiedeva agli artisti coinvolti di essere fedele ognuno alla propria musica, non scrivendo materiale pensando a come l’algoritmo l’avrebbe riarrangiato. Per cui mi sono lasciato andare, e da lì a dare forma ad un nuovo album, il passo è stato piuttosto breve.
Avevi (hai) un’idea di fondo sul concept dell’opera?
Non c’è un messaggio univoco. Essendo figlio di AIMI, c’era sicuramente l’idea di utilizzare tutta la mia palette di suoni, dunque il solito mischione di elettronica, techno, house e italo per creare quel mondo colorato che piace a me. Ci sono pezzi che potrebbero fare parte della mia fase idm – come Dial 101, dove ho usato solo l’SH 101 e un campionatore – o un pezzo ambient nato come un esercizio su un iPad durante il tour in America. Volevo che l’AI si confrontasse con le mie idee, in sintesi è una accozzaglia di me. Poi mi sono reso conto che tutte quelle cose assieme potevano avere un senso, come se risentissi tutti gli anni della mia musica in un colpo solo.
Nella mia recensione parlo del disco come di «una trama sconosciuta e dagli infiniti risvolti, che trasuda dolore e speranza, occhi lucidi, cadute rovinose e spensierati salti nel vuoto». Sei d’accordo? C’è stato un mood generale a coprire e accompagnare la stesura dell’opera, oppure hai attraversato più fasi?
[ride, ndSA] Non so che dirti Daniè, è una visione tua… Ti dirò, io non sono un gran comunicatore, preferisco esprimere i miei stati d’animo attraverso la musica, ma probabilmente lì dentro ci sono delle cose che hai citato che di certo posso risentire nelle tua definizione, soprattutto ripensando agli ultimi 2-3 anni, un periodo spaventoso, con un futuro incerto, dove perdi le tue certezze. Quindi ecco, se tu le tiri in ballo, io ce le sento. Ma che io abbia consciamente riversato quelle emozioni su quei brani, direi di no. Semmai può essere l’inevitabile e inconscia espressione dei miei sentimenti su quel materiale lì, quello sì, ci può stare. Sono sempre molto incuriosito da come le persone interpretino i dischi. Non mi piace parlare di musica, amo farla e ascoltarla, non vivisezionarla. Credo che la musica sia un linguaggio che va oltre le parole, è questione di ciò che c’è dentro le persone. Ma a volte mi piace vedere le mille sfaccettature dell’interpretazione. Perché poi ecco, se mi trovo in questa situazione dove parlo con te di certe cose, e mi sforzo di ragionarci, in effetti penso che paura e speranza possano essere parte del disco, visto il periodo in cui è stato creato.
Sarà anche il fatto che in quel periodo abbiamo avuto modo di sentirci: confrontandomi con quell’album da semplice ascoltatore, credo di aver percepito qualcosa in più rispetto a W.O.W. Mi è sembrata davvero una faccenda di cuore…
C’è da dire che sicuramente l’ascoltatore ci mette un bel po’ di suo. Se ci pensi bene, la pandemia è stata un’occasione davvero unica, tutti vivevamo la stessa identica situazione, gonfi di paura e speranze. Di certo non parliamo di scienza quindi non può esserci una risposta univoca, per cui su un disco effettivamente “romantico” e pieno di melodia, credo sia ovvio che possa esserci un’interpretazione a seconda di chi lo ascolta. Poi ovvio, io e te ci siamo sentiti quindi ne abbiamo anche parlato di queste cose. Ma sì, mi piace sentire le interpretazioni che possono starci.
A tal proposito, leggi recensioni e commenti sulla tua musica?
Sì, quando mi capitano a tiro leggo sempre, ovviamente non è che vado a cercarle tutte: certe cose le ho scovate per caso anni dopo. Vado a spiare! [ride, ndSA] Mi incuriosisce molto leggere le interpretazioni più folli: mi è capitato con Resident Advisor, che parlava del mio album come di un disco italo… Ok ragazzi, allora qui o non c’ho capito un cazzo io, oppure non c’avete capito niente voi… Oppure, è tanto l’amore dentro che ho per quelle cose, che anche quando lavoro su materiale non italo la gente trova comunque la connessione. Queste cose sono utili per darmi una prospettiva, soprattutto perché essendo io una persona che tende a chiudersi nel suo mondo, mi stuzzica leggere opinioni esterne.
Tra l’altro proprio Resident Advisor, sulla recensione del vostro album A.O.D. firmato Tiger & Woods, per quanto ne so scrisse cose non del tutto esatte, parlando di campionamenti che non erano presenti…
Ma certo… Come dicevo prima, la recensione passa anche per l’esperienza personale, per cui se tu hai un qualsiasi tipo di pregiudizio, è probabile che influenzerà ciò che scrivi. Se quello che tu fai di base non piace al recensore, è ovvio che non avrà la capacità di interpretare al meglio il messaggio. Mi piace ascoltare le opinioni degli altri, ma se tu mi dici che il disco è tutto campionato quando invece non è così, tranne forse un rullante e un paio di casse, magari l’interpretazione non è del tutto corretta ed è viziata da un pregiudizio sul mio modo di lavorare. Succede, è normale, e di certo ognuno è libero di pensare ciò che vuole. Facendo le cose pubblicamente, ti esponi e quindi ti tieni anche le opinioni più strane.
Però parlare di cosa è campionato e cosa no, non è opinione, è un fatto oggettivo…
Ma infatti se hai certi pregiudizi, sarebbe meglio evitare di parlare di una certa cosa così nello specifico. Se pensi di poter giudicare con cognizione di causa “un’esperienza italiana” dopo aver fatto una vacanza qui, per me non ha molto senso: è come se io parlassi della cultura americana dopo una settimana a Miami… Ma vabbè, fa parte del gioco… Anzi, a volte una recensione estremamente contraria o fuori fuoco, può dare stimoli. D’altra parte, anche quelli che ti fanno complimenti a priori servono a poco.
Soprattutto nel tuo caso, visto che indubbiamente sei molto rispettato da critica, addetti ai lavori e ascoltatori nella maggior parte dei casi, è davvero complicato trovare voci fuori dal coro…
Ci sono, ci sono, non ti preoccupare, e fanno bene per la tua crescita, per osservarti da un punto di vista diverso dal tuo. Se uno si congratula di continuo con te, finisci per rilassarti, mentre una critica può aiutare a porti delle domande, paradossalmente anche quella davvero fuori fuoco come quella di Resident Advisor di cui parlavamo. Evidentemente quella persona non ha compreso cosa fosse A.O.D., ma ci ha aiutato a ragionare sul nostro limite nella comunicazione: non siamo in grado di esprimerci bene e dunque diamo adito a certe interpretazioni. Per cui ci siamo detti, “o smettiamo di comunicare, oppure proviamo a farlo meglio”, dandoci occasione per guardare indietro al nostro percorso. Ecco, una recensione di quel tipo può essere uno stimolo.
Sempre nell’articolo, metto in risalto la tua capacità narrativa sul formato lungo (Sullen Look è a tutti gli effetti un grande classico), cosa che, ad esempio, penso manchi a diversi tuoi colleghi, anche molto quotati, più legati magari alla dimensione singolo ed EP. Di album, ormai, ne hai pubblicati diversi: guardandoti indietro, come descriveresti quel determinato percorso della tua discografia?
Non so che risponderti… Non sono molto amante dei miei album. Di certo, per quanto riguarda la “bravura” nei diversi formati, c’è chi è un velocista, chi un maratoneta. Ognuno ha le sue caratteristiche.
Tu sei un mezzofondista?
Penso di sì, dai. Poi diciamocelo, sono diversi anni che faccio sto lavoro e di album ne ho incisi: in molti casi l’album non serve a molto, se principalmente è di natura dance. Se hai qualcosa in più da raccontare, allora sì. Di certo è cambiato molto il mondo, un album non ha più tutto questo senso di esistere, figurati il mio che è così lungo. Lo faccio perché è pura masturbazione e frustrazione, perché amo raccontare con la mia musica, facendo, alla fine dei conti, un monologo. Però ecco, a pensarci non so se la mia musica si sposi bene con un formato lungo. Detto questo, non penso di essere un velocista, quindi sì, andata per il mezzofondista!
Nell’intervista a te e Valerio dell’estate 2019, si parlava di quanto fosse cambiata l’esperienza di fruizione dell’ascolto, sia casalingo che da club. Solo qualche mese dopo sarebbe successo quello che è successo, e l’onda è stata purtroppo devastante per molti. Come ne esci da questa situazione tu e poi, un po’ in generale, tutto il comparto? Sono cambiate nuovamente le regole del gioco?
Stiamo ancora capendo, di certo c’è stato un cambiamento nel fruitore, come se a un certo punto una buona parte delle persone si fosse estinta e fosse stata rimpiazzata da altre. C’è stato un refresh degli utenti, che già prima avevano una soglia dell’attenzione breve e che consumavano tutto sempre più velocemente. Questo già accadeva prima della pandemia, e non credo che con quest’ultima abbiamo fatto cambiamenti in meglio o in peggio. La tendenza era ed è quella lì, anche grazie alla quantità di musica che ognuno di noi ha nelle proprie tasche con tutti i vari servizi di streaming. Aumenta la musica ma il tempo per ascoltarla no, e difatti non c’è più molta pazienza nel sentire un album di un artista solo, per ricollegarsi al discorso precedente. L’ascolto è più isterico e veloce, ma accadeva già anche prima della pandemia. Nelle serate che ho avuto modo di fare, ho notato che il pubblico si è rinfrescato, con tutta una fascia di età, e parlo dei trentenni in su, che sembra in netta diminuzione. È una cosa sempre successa, ma in maniera più lenta, stavolta invece il cambiamento mi è parso molto più veloce. Mi sembra che si sia creato un mondo dove i più piccoli non vedono i più grandi e viceversa, come se due generazioni di distanza fossero diventate improvvisamente dieci.
Io avrei detto il contrario, e cioè che i giovanissimi vanno sempre meno nei club…
Non sei il primo che me lo dice, e questo avvalora la mia tesi che la situazione è molto confusa, e dipende molto dal contesto dove ti trovi. Poi ad essere onesto non credo di essere la persona adatta per risponderti, visto che non sono ancora rientrato del tutto nel giro. Vivo ancora una realtà troppo frammentata. Non sarei riuscito prima a darti un giudizio, figurati oggi… Mi piace fare musica e non il sociologo.
È un irreversibile piano inclinato verso la catastrofe o ci sono ancora vie di fuga?
Di irreversibile c’è solo la morte. Il discorso è che il mondo intero cambia, si modificano contesti, piattaforme, e oggi dalle “piazze virtuali” e dalla loro frequentazione puoi delineare una sorta di confine… i più vecchi stanno su FB, i più pischelli su TikTok (credo!). Penso che la classica e sana rottura tra generazioni questa volta sia accaduta alla velocità della luce. Quindi ecco che per uno come me, per cui il tempo è relativo, e non lo dico per fare il figo ma proprio perché vivo in una bolla, la velocità del cambiamento ha cominciato a farmi notare queste differenze. Prima non me ne accorgevo! Su dai, è successo qualcosa di traumatico, e due anni a casa, in effetti, lo sono. Un mondo completamente identico e diverso allo stesso tempo. Comunque le regole del gioco mi sembrano sempre le stesse. Se prima della pandemia non scrivevi sui social, ti credevano morto. Oggi è lo stesso.
Mi piacerebbe che mi dicessi la tua anche sul sistema che gravita attorno alle serate, dunque il ruolo sempre più marcato delle agenzie, i cachet sproporzionati da una parte e tutta una guerra al ribasso dall’altra, ma anche una gestione spesso “clientelare” tra i dj stessi…
Non ho un’opinione in merito, credo solo che siano aspetti amplificati dai cambiamenti che stiamo vivendo. Punto. Il marketing è sempre stato importante, nel 1978 come oggi. Sono solo cambiati i media. Oggi se hai una presenza social forte è più probabile che un’agenzia o un manager vogliano lavorare con te. Proprio come prima, dove ci si basava su altri parametri al posto dei social. Tutto nella norma.
Però se penso a Tiger & Woods, nel 2017 o 2018 avevate un certo numero di date, oggi invece mi sembra ce ne siano meno…
E infatti torniamo alla percezione del tempo. T&W è un progetto che ha 12-13 anni, per cui credo sia fisiologico un calo di popolarità. Ha funzionato anche grazie ad una campagna di marketing involontaria molto forte, ovvero quella dell’anonimato. Di colpo ti ritrovi invece in un mondo dove se sei silenzioso sei morto, per cui la nostra parabola può essere spiegata così. In più, c’è da dire che anche noi abbiamo rallentato un po’, dedicando più tempo alle cose soliste. Abbiamo mantenuto la parabola in buona direzione fin troppo a lungo e senza scendere a compromessi di nessun tipo. Abbiamo fatto un progetto esattamente come volevamo che fosse, senza management che ci forzassero in giri dove non ci saremmo sentiti a nostro agio. Abbiamo fatto il cazzo che ci pareva, abbiamo mantenuto a lungo il tiro e di certo non è finita, è soltanto una fase evoluta e naturale. Non c’entra nulla la pandemia, ma il tempo passa, dunque la trasformazione è fisiologica.
E invece il Passarani solista?
Io sono morto tre volte Daniè… Ci sono stati tanti momenti in cui le cose sembravano finite, ma mi sono reinventato con progetti nuovi, ecc. C’è sicuramente un problema di comunicazione e quindi la gente può pensare che tu non esista più. Se sei forte, bravo, non serve a molto se non sai comunicare… Se una cosa non viene vista o sentita, sarà per sempre un best kept secret, per cui solo te che ti ascolti e valuti sai se vali o meno. Ti ripeto, c’è chi è incompatibile con quel chiacchiericcio social, e io sono uno di quelli. Anzi, fin troppo mi sforzo di comunicare qualcosa, perché altrimenti sarei dichiarato “disperso”. E una scarsa presenza social si aggancia a quello che dici tu, che oggi vedi poche date di T&W, è normale. Mi è capitato di incontrare qualcuno che mi dicesse “ma te ancora fai ‘sto lavoro? Non ti vedo mai, non scrivi mai niente”… Avessi saputo di essere diventato agente di marketing, mi sarei buttato su un altro campo più remunerativo, visto che, con tutto il rispetto, con questa musica tutti questi soldi non li fai…
Per l’appunto, chi ha fatto un determinato tipo di lavoro mediatico sotto pandemia, con il mondo fermo, ora è più probabile che ne stia raccogliendo i frutti, mentre altri ne escono con le ossa rotte. Per questo dico, T&W risente sì fisiologicamente degli anni sul groppone, ma di certo gli ultimi hanno influito non poco…
Certo, se hai una spiccata capacità comunicativa, soprattutto in un periodo come quello, dove l’unico confronto era quello social, ne esci vincente. Ma d’altronde, ognuno è quello che è. Io sono troppo grande per seguire ogni puttanata social che esce fuori, e troppo giovane per rifiutarla. Consciamente la rifiuto, ma ne riconosco il potenziale e quindi ci sto in mezzo. A me e Valerio è sempre piaciuto suonare al buio, non me ne frega niente di farmi vedere, sono davvero poco interessante da quel punto di vista. Devi sentirmi. Ma se l’obiettivo è comunicare, sono perdente in partenza. Per vincere devi essere figo o avere centomila cose di cui parlare: io non c’ho un cazzo da raccontare ad un grande gruppo di persone che non mi conosce nel privato, o perlomeno non è interessante per molti di loro, per cui ti parla la mia musica, l’unica cosa che sono in grado di fare. Sono nato per fare quello, dalla mattina alla sera. Un cantastorie di ritmiche, bassi e altre cazzate. Quello faccio.
Un progetto come T&W che nasce su quello, mandando in giro la foto di un leopardo al posto di una tigre, chiedendo di spegnere le luci durante i set per far cadere inibizioni, per creare un clima dove tutti possano divertirsi e fare festa, invece di assistere un concerto/star system style, in un contesto di cambiamento come questo, è sconfitto.
E infatti chi voleva sapere chi si celasse dietro quella sigla, poteva benissimo venirne a conoscenza. Voi non nascondevate niente, semplicemente non lo strillavate al mondo…
Nei primi giorni di urlo collettivo sui social, noi scegliamo il silenzio. Il nostro tra l’altro era un nome anche difficile da cercare su Google, visto che ovviamente usciva sempre fuori il famoso golfista. Fu una mossa suicida, ma a suo modo vincente, e all’epoca ha pagato. È stato tutto inconsapevole, poi ovviamente noi ci abbiamo giocato su e abbiamo cavalcato l’onda. Oggi valgono quasi più 5 righe scritte che un disco intero, e un singolo ha la stessa longevità di un album. Dunque perché dovrei rompermi il culo per sei mesi per fare uscire musica che dopo una settimana è vecchia? A ‘sto punto mi gioco un singolo dietro l’altro, così ne ho altri dodici (numeri a caso) da utilizzare.
È diventato problematico, e per gente come noi che parla solo attraverso la musica, è un disastro. Non sono intrattenitore, se non attraverso una consolle e un impianto. Guarda questi nuovi DJ Instagram-popolari, tutti a fare balletti… Regà, io metto e faccio i dischi, sono cresciuto con Beat Street, e ne vado orgoglioso. Per me fare il DJ è prestare un servizio per regalare un mondo a qualcuno… La sera che suono sono semplicemente un impiegato del pubblico e del club, niente di più. Poi ovvio, non voglio essere ipocrita, il DJ genera soldi, anche io voglio la mia parte, ma è un mestiere, non una sfilata di moda.
E che valore dai al fatto che una persona ti contatti per un’intervista?
È importante confrontarsi, soprattutto quando uno non parla mai, e io difficilmente esprimo un pensiero pubblicamente, se non con la musica. Parlare ed esaminare le cose ha un senso, fino a che non diventa un vizio. Il problema è quando si parla di qualsiasi cosa, quello sì che per me diventa inutile.
Parliamo di Unrelatable. Dopo gli importanti capitoli Final Frontier, Pigna ecc., ti sei ributtato nuovamente sul capitolo label personale. Mi racconti cosa c’è dietro la scelta di aprire nuovamente un’etichetta tutta tua? È la torre d’avorio per quel “primo contadino su Marte”?
Non c’è una scelta. Noi che facciamo musica, abbiamo bisogno di output. Non puoi sempre rendere conto alle etichette di altri, ogni tanto vuoi fare come ti pare. Io chiaramente ho un vizio di forma dato che per tanto tempo ho prodotto etichette, e questo gioco mi mancava. All’epoca ho dovuto lasciar perdere perché mi sono rotto l’osso del collo economicamente, ma ho voluto riprovare l’ebbrezza di pubblicarmi da solo. Insomma, Unrelatable non è un’etichetta, sarebbe un insulto alle etichette vere. È un semplice marchio, una piattaforma per pubblicare cose tue quando non hai voglia di confrontarti con l’esterno. È uno sfogo che va a coprire una cosa che non facevo da anni, per divertirmi un po’ a fare il label manager di me stesso. Avevo un paio di persone che volevano uscire su Unrelatable, ma ho fatto capire che non era nelle mie possibilità andare in quella direzione. Almeno in questo momento. È semplicemente una scusa per pubblicare ogni tanto cose mie dall’hard disk, per non dover star dietro alle tempistiche sempre più lunghe della filiera. Tra l’altro è un po’ che non pubblico niente lì, ora valuto.
Quindi, lanciamo un appello. Niente promo a Marco Passarani per Unrelatable!
No, sbagliato! Mandate tanti promo che volete farmi suonare!
A inizio intervista hai parlato del progetto AIMI. Pensi che ci sia un futuro importante dell’intelligenza artificiale all’interno della musica oppure resterà, sostanzialmente, un affare da “nerd”?
Penso che nel bene e nel male, l’AI avrà un ruolo fondamentale nella società, figurati nell’intrattenimento. Di recente ho visto una specie di fake di Tom Cruise ricostruito con un sistema AI. È il futuro e quindi anche la musica dovrà farci i conti. Poi io sono molto critico ma essendo un appassionato di tecnologia ne sono attratto, perlomeno nel capire di cosa parliamo. Di AIMI mi interessava vedere cosa riuscisse a creare con la mia musica senza sostituirmi, ma collaborando. In ogni caso, la direzione è quella lì, e penso sia molto spaventosa. Poi ad essere onesto, vista l’età non credo avrò problemi di quel tipo. Quando le macchine prenderanno il controllo del Pianeta, non sarò più qui.
Restiamo sul punto. Quanto, in generale, la tecnologia ha cambiato i paradigmi di questo “gioco”?
La tecnologia è un processo irreversibile, a meno che una guerra nucleare non ci riporti indietro di 500 anni. Facciamo esempi banali: un DJ trent’anni fa prendeva i dischi, li passava e andava avanti. Oggi puoi avere stems scomposti, detector di tonalità (mixing key), tutto in real time. È successo, succede e succederà ancora. Ucciderà ovviamente tante skills. Pensa a quanto il telefonino e la sua rubrica hanno ucciso le tue capacità di memorizzazione, io non conosco il numero di mia madre… Ovvio, a guardare the big picture è un male, ma non credo ci sia niente da fare. Perfetto, boicottiamo l’intelligenza artificiale, siamo io, te e altri tre stronzi: e ora che succede? Penso solo che finché si riesce a piegare questa roba a proprio vantaggio, ok. Poi per me è anche una questione di divertimento nel fare le cose. Mi annoia utilizzare un sistema che ascolta le tonalità al posto mio. Ma per uno di 14 anni che inizia domani, magari è fondamentale e gli apre nuove strade. In sintesi, per me di base potenzialmente è un male, ma forse siamo ancora nella fase in cui possiamo conviverci.
Dunque niente eterna, annosa e boriosa diatriba tra chi è più DJ dell’altro perché suona solo vinili…
Ma sì dai… A me è sempre stato sul cazzo quello più grande che aveva da ridire a te, giovane, su come facevi le cose, perché magari utilizzavi una trovata tecnologica del ’91. Figurati se ora ho da ridire su chi lo fa in altro modo. Il big picture è spaventoso, magari sulla musica ancora no (però forse perdi un po’ del “mio” tipo di divertimento). Ma va benissimo così. Se mi metti musica col computer, che mi frega, basta che mi fai divertire. Poi ovvio, io faccio come mi pare e come mi diverte, dunque in altro modo. Ma non critico nessuno. E giusto per concludere, io non suono vinile da 17 anni più o meno… ma allo stesso tempo ci tengo a stampare i dischi in quel formato. Fate quello che volete e pensate alle cose che contano!
Sei sicuramente tra i pochi in Italia ad esserti mosso con una certa agilità e autorità su più fronti musicali. Pensi che ci siano ancora pagine da “inventare” oppure tutto è già stato scritto? Quanto spazio di manovra c’è ancora nel lavorare sulla materia sonora senza suonare derivativi? La techno ha perso del tutto l’idea di futuro?
La techno è diventata molto conveniente, così come tutta l’elettronica che è diventata compiacente. Ma è normale, sono 30-35 anni che c’è in giro la stessa struttura musicale, anche se sono nati nuovi generi. Musica che si fonda sugli stessi principi, dunque l’evoluzione si è abbastanza fermata. Coprendo più o meno tutti gli spettri, si è fatto il rumore totale, e così anche il silenzio. Con tutto il rispetto per la tua domanda, credo sia un po’ pretenzioso rispondere a un quesito del genere. Posso dirti che a me piace un mondo a colori, dunque amo vedere e sentire più sfumature possibili. Sono una grande amante della techno intesa come filosofia e concetto, dunque attratto dalla tecnologia, nuove macchine ecc., ma mi sembra che anche con strumentazioni più moderne non si sia inventato più nulla, continuiamo a fare più o meno le stesse cose.
Da quando ho iniziato ad oggi, non mi sembra sia cambiato molto. Chiaramente in questi 35 anni ci sono sfumature che creano spaccature tra generazioni, ma parliamo pur sempre della stessa cosa. Tipo, esce fuori la trap, ma sempre ha a che fare con la 808 come il vecchio hip hop. Si usa il pianoforte da centinaia di anni… Eppure, penso sia pretenzioso credere che sia terminata l’innovazione o meno. Come dicevo prima, amo vedere più colori possibili, ma possiamo dire che c’è molta staticità se andiamo strettamente nel tecnico.
Nel tuo caso, che tipo di approccio hai alla materia, senti di provare a sperimentare inconsciamente?
Non mi sono mai considerato uno sperimentatore, zero proprio. Dico solo che parlo una lingua nata diversi anni fa, che chiaramente si evolve col tempo o con gli umori. Io racconto cose utilizzando un codice preciso nato nell’85 circa, ancora vivo, e questo faccio. Non sono per niente uno sperimentatore.
Ma sicuramente in Italia sei stato tra gli interpreti più illustri di quel codice, o perlomeno un punto di riferimento. Parlando del tuo EP di debutto, Alan Oldham scrisse che all’epoca a Detroit non stavano lavorando su nulla del genere…
Semplicemente l’ho fatto prima di altre persone perché sono più grande anagraficamente, tutto qui. Così come c’è gente più grande di me che ha fatto altre cose molto prima. Prendi Lory D, che ha scritto pagine davvero innovative. Io ho la capacità di raccontare attraverso una certa lingua, quella elettronica con colori dance, chiamala come vuoi. È un linguaggio, e mi sento di dire che magari dopo tutti questi anni sono abbastanza bravo nel parlarlo, ma mi viene davvero difficile dire di essere stato un punto di riferimento. Chiaro, ho fatto certe scelte in certi momenti, anche venendo preso per il culo da certe persone e in certi ambienti, quindi forse sì, magari per qualcuno sono stato un riferimento. Però boh, ma che ne so io, sono ancora vivo, faccio ancora le mie cose e non penso a quello che è successo nel ’91.
Bene, visto che tu vuoi parlare di futuro, io torno ancora sul passato…
Ma quale futuro, io voglio parlare del presente. Il futuro è ignoto! [ride, ndSA]
Ci arriviamo, tranquillo! Il 2022 ha segnato il trentennale della mitica Artificial Intelligence. Tu come sei arrivato a quei suoni, cosa ti trasmettevano? Sei partito proprio da quella raccolta o magari da Poligon Window, ecc.?
Ti dirò, è passato talmente tanto tempo che ovviamente non so darti una cronologia degli eventi. Chiaramente all’epoca, tra collaborazioni con le radio e il mio lavoro da Remix il sabato pomeriggio, arrivavano i pacchi coi dischi e li ascoltavo, tipo μ-Ziq e ovviamente le cose di Aphex Twin. Poi gli si è dato un nome grazie al lavoro di Warp su questo genere molto libero, senza differenze tra ambient e dance. All’epoca, ascoltare quella musica, mi diede uno schiaffo incredibile, tanto che dal ’93 al ’97 mi allontanai dal mondo techno, house e compagnia bella, tanto mi avevano dato alla testa quei suoni lì.
Togliendo Richard D. James, che all’epoca non era neanche affiliato Warp quando si firmava Analogue Bubblebath ed è in ogni caso fuori competizione, direi che proprio μ-Ziq [Mike Paradinas, ndSA.] nel mio caso è stato un nome davvero importante, come un passaggio di apertura mentale che mi fece comprendere cosa volevo fare e rappresentare in quel momento… Daniè, sono passati trent’anni, è difficile ricostruire, anche se per me il passato è sempre roba di soli cinque anni prima, ma questo è un mio difetto. Mi sembra che ogni evento sia successo massimo cinque anni fa. Posso comunque dirti che era una sensazione di futuro e libertà…
Era oppure è?
Parlavo di allora, percepivi un senso di futuro, libertà ed espressione futuristica. Trent’anni dopo ovviamente non è più così, parliamo comunque di un codice alla fin fine ripetitivo su certe cose. Secondo me, il discorso non è neanche tanto da legare ad Artificial Intelligence, ma da associare a quel momento generale in cui tutto era, lo ripeto, libero e incosciente. Anche la stessa techno lo era. Avevi in mente un’idea appena standardizzata del suono di Detroit, di quello belga ecc., poi arriva improvvisamente questa roba che ti fa fare un salto in avanti e pensi che sia più futuro di quello che ascoltavi un giorno prima.
Era una sensazione molto viva, ora chiaramente un po’ meno. Ma ci sta, come dicevo prima c’è stata molta evoluzione ma siamo rimasti un po’ fermi sul posto. Quella roba è futuro ancora oggi, parliamoci chiaro, sia quella fatta allora che quella di allora fatta oggi, scusa il giro di parole. È ancora un suono che ha immaginazioni e visioni di futuro, ma allo stesso tempo “cantiamo” ancora lo stesso tipo di “canzoni”. È una visione del futuro che è passata, ma sicuramente ancora più futuro di tanta altra roba. Vedi la techno, che è diventata molto più utilitaristica e funzionale, con meno immaginazione e più risultato: dinamica, impianto, effetto sull’acustica della stanza, ecc. Prendi i primissimi dischi techno, c’era un racconto di futuro, mentre oggi questo aspetto pare venir meno. Sembra che la macchina abbia preso il sopravvento.
Definitivamente?
Quando una cosa diventa utilitaristica, vuol dire che è principalmente usata dalla macchina. Sono pochissimi gli uomini che sono riusciti a piegare le macchine su una narrativa umana, per esprimere sentimenti, vedi gli Autechre con LP5, esempio autentico. La techno ha perso tanto da quel punto di vista, è un dato di fatto.
…Però, allo stesso tempo, perché ci chiediamo queste cose? Perché ora sto dicendo tutto questo? In fin dei conti la techno serve anche per ballare, dunque è normale che sia utilitaristica. Lo era anche un brano acid nell’89, capisci cosa intendo? Ha una funzione, farti ballare. Per cui ecco, credo si cominci a fare confusione quando si parla di certi argomenti, io stesso sto avendo difficoltà, anche se stiamo semplicemente ragionando a voce alta.
Chiaramente una cosa nasce con quel proposito, essendo una costola di quella musica elettronica dove si univa un po’ di racconto del futuro e musica da ballare. In quel futuro ci siamo quasi arrivati. Raccontavi certe cose nell’87 e oggi sei qui… ok, non ci sono le macchine volanti, ma siamo comunque molti avanti. Per cui, che necessità c’è di continuare a raccontare il futuro? Ce l’hai fatta, sei arrivato alle macchine che quasi parlano da sole…
Per cui ecco, ho detto tutto e il contrario di tutto!
Proprio questo è il bello, ma se vuoi ti chiedo “quali sono i tuoi prossimi progetti?”
[ride, ndSA] È importante parlare di queste cose. Ma non bisogna neanche stare a disquisire sulle interiora di un pezzo all’infinito. Uno può avere mille interpretazioni, ma magari in quel momento ero pigro e ho inciso quel pezzo con quel synth perché era più vicino di quell’altro…
In un’altra intervista concessa diversi anni fa a un altro magazine, dicesti lapidariamente che rispetto ai tuoi inizi, hai ora un’idea più precisa sul suono ideale da ballare…
In quel caso non parlavo di stile musicale o di forma, ma di dinamica necessaria per far esprimere al meglio il brano che possa farti ballare. Parliamo di parametri che col tempo hai imparato a mettere sulla bilancia: suoni della cassa, vuoti, ecc. Credo che nel mio cervello sia un processo ormai più o meno automatizzato, mentre prima si andava più alla cieca. Quando ho iniziato io, non avevi punti di riferimento, mentre ora hai la possibilità di usufruire di preset vari. Posso dire di essere arrivato nella mia testa ad un suono che penso sia funzionale per il mio racconto su una pista. Anche un missaggio con una buona resa, in questo momento di utilitarismo, può fare la differenza. Se registro un disco a cazzo di cane, è ovvio che poi durante la serata nel club suona male e quindi rischia di far ballare meno rispetto a un disco che si ascolta meglio. Questo se parliamo di funzionalità pura. Prima si era più naïf, ora invece queste cose devono essere prese in considerazione per i motivi che stiamo dicendo ormai da un po’.
Pensiamo ai dischi epocali di Traxx Records…
Ecco, a meno che tu non abbia tra le mani un pubblico che in serata ti segue a prescindere, se metti uno di quei dischi che citi – che sono la dance per eccellenza – su un impianto decente, senti tutti i limiti e i difetti di quelle tracce. Prima, invece, te ne fregavi. Ripetiamo di nuovo, visto che l’utilitarismo e la funzionalità sono sempre più importanti, l’efficacia acustica ha rilevanza. Per raccontare la mia storia, devo ancora tenere conto di questa grammatica, mentre prima bastava che narrassi la storiella ed erano tutti contenti. Oggi invece devo rispettare diversi parametri, altrimenti la storia non si sente.
Questo lato della faccenda ti stimola in qualche modo?
Non me ne frega niente, sinceramente. Ho un orecchio discretamente centrato su quello che voglio ottenere, ma tecnicamente mi mancano alcune cose per raggiungere quel risultato. Ci faccio pace, e amen. Ecco, io sono ancora un po’ naïf, ma grazie ad alcuni software digitali riesco a compensare delle mancanze che ho a livello hardware, dunque a livello di effettistica e infiocchettamento del suono. Faccio fede a quello che ho, semplicemente.
In una chiacchierata che ci facemmo qualche tempo fa in privato, mi parlavi dell’importanza di affiancare alle produzioni musicali una parte estetica più curata ed efficace. Per l’appunto, nel nuovo studio avete montato postazioni dedicate alla sezione video, streaming ecc., portandomi anche l’esempio del format KEXP. Come se la musica, da sola, non bastasse più…
Ci riagganciamo al discorso di prima. È cambiata la comunicazione e come dici tu, la musica da sola, non basta più. Io, chi lavora con me e il mio mondo, non siamo arruolabili sulla comunicazione come molti artisti più giovani, e dunque si va alla ricerca di altre forme per accorciare il gap. Ovvio, per quanto mi riguarda, non è importante vedere un DJ in consolle. Ma se proprio deve essere uno spettacolo, allora posso pensare a determinati visual. Se devo sedermi e raccontarti cosa ho mangiato ieri, allora preferisco curare meglio lo spazio in cui ti racconto invece delle mie seghe mentali su cutoff o risonanza. O magari faccio un microlive e ti racconto la preparazione di un pezzo. Cerco un modo per essere presente, anche il minimo sindacale, su certe piattaforme comunicative a cui siamo forzati a prendere parte. È una necessità, c’è poco da fare. A me fa schifo ma non posso essere ipocrita, e quindi devo trovare un modo per aggirare il problema, per colmare un vuoto che la musica, purtroppo, non riempie più.
Poi ovvio, un po’ “sporco” mi ci sento, quando passo mezzora a fare editing di un post di una serata. Non chiedo ad un dentista di operarmi al ginocchio. C’è la convinzione che tutti debbano saper fare tutto, ma ognuno ha le sue competenze specifiche e andrebbero rispettate. Ti trovi invece a fare ‘sto balletto, dove magari impari a fare altre cose, ma l’obiettivo resta uno. Fare musica e, se piace, suonarla alle persone che mi chiamano per fare una bella performance. Tutto qui. Alla fine, però, sono tutti discorsi che lasciano il tempo che trovano, e anche noi in realtà ci troviamo a dover creare un post che sia il più possibile organico perdendo ore, invece di lasciare queste cose a chi magari ha studiato una vita per farlo. Si vivrebbe molto meglio, invece siamo sotto ricatto.
