Recensioni

Che la musica di Paolo Spaccamonti sia molto “visiva” non è una nostra particolare intuizione, ma la semplice constatazione di quanto abbia sempre suonato cinematografica. Post-rock dalla densità quasi metal, antico amore per il torinese, e dalle dinamiche “in movimento” da cui l’idea, dapprima teorizzata, poi applicata dallo stesso Spaccamonti alla colonna sonora (I Cormorani) o alla sonorizzazione tout cour (insieme a Julia Kent e Stefano Pilia, Ramon Moro e Ben Chasny/Six Organs Of Admittance, per fare dei nomi), che le immagini filmiche fossero il contraltare perfetto per le sue musiche. Ora le cose si complicano, o si alleggeriscono, dipende dalle prospettive, con questo lavoro di nuovo per Die Schachtel e di nuovo in una edizione arty (termine che vuol dire tutto e niente e che qui utilizziamo per sottolineare il pezzo d’arte che è la versione vinilica e boxata di questi “movimenti liminali” e del book fotografico che ne è parte integrante) dopo lo splendido Ifigenia/Oreste. A supporto del torinese troviamo sì, il sodale Gup Alcaro all’elettronica, ma soprattutto l’altra metà del progetto, ovvero le immagini di Pino Musi. E qui si dovrebbe aprire un’altra parentesi piuttosto ampia non per contestualizzare quello che è uno dei più ispirati fotografi di paesaggi urbani e architettonici d’Italia, quanto per riflettere sulla matericità, densa, granulare, tangibile, di uno sguardo rigorosamente in scala di grigi (per non abusare qui del solito riferimento al b/n) e dalle metafisiche e visionarie aperture geometriche.
Senza dilungarsi troppo in analisi che probabilmente non ci competono, e limitandosi soltanto all’apprezzamento estetico, le 24 immagini selezionate dall’idea curatoriale di Bruno Stucchi “sono” le musiche che Spaccamonti e Alcaro hanno sonorizzato pensandole come fotogrammi in movimento (sketch da 1’ e 40 secondi per ogni immagine finalizzate a formare una suite da 40 minuti) e le musiche dei due “sono” le immagini con cui Musi ha indagato le sue “zone di risonanza”, ovvero “spazi mentali e percettivi in cui il visibile sembra sempre sul punto di trascolorare in qualcos’altro”. La densità visiva e quella sonora si compenetrano, dialogano per sottrazione o alterazione, creano tensione e rilascio, instabilità e rudezza, vuoti e pieni a seconda che l’immagine salti all’occhio o che la musica raggiunga l’orecchio, in una vertigine sensoriale, ripeto, materica e tangibile. Non un disco in senso stretto quindi, ma neanche un album fotografico, quanto una compenetrazione quasi metafisica tra astrattezza e concretezza che genera qualcosa di altro, liminale e familiare ai due mondi ma al contempo alieno ad entrambi. Chapeau.
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