Recensioni

La capacità innata di Spaccamonti è quella di travisare la realtà da visione e di trasformare la visione in realtà, e/o viceversa, e/o entrambe le modalità simultaneamente. E questo, molto probabilmente, è retaggio del suo aver trafficato spesso con le musiche da film, veri (I Cormorani, condiviso con Ramon Moro) o immaginari, o da sonorizzazione (teatrale, ma non solo). Quindi in quello che è a pieno titolo il suo disco più intimo e personale sia per le modalità – il disco è completamente autoprodotto, neonata etichetta compresa – che per i contenuti (molto del vissuto del chitarrista torinese è riversato dentro questi solchi, in maniera maggiore rispetto al passato), è un disco che, al netto della brevità (sei tracce per neanche mezz’ora), va letto in un continuo rovesciamento di prospettiva, tra ciò che l’artista vive e sente, soffre e percepisce e quello che filtra e rende di pubblico dominio, che riveste in forme artistiche, che rende, in poche parole, universale partendo dal (proprio) particolare.
Nelle tracce di Nel Torbido, quindi, ritroviamo la sapiente chitarra del torinese, abile a muoversi con nonchalance tra fingerpicking faheyiano e benchasnyiano (il pacificato abbozzo di No blues), densità (quasi)metalliche (il pachiderma doom-western di L’amore che strappa), iridescenze cinematiche e solipsismi evanescenti ed eterei (I sogni non servono, ovvero come se una formazione spettral-ambient si cimentasse con la colonna sonora di, chessò?, Blow Up o con qualche horror psicologico dei ’70 italiani), orchestrazioni mini-massimaliste a metà tra lo chiesastico e l’ambientale (una Ha ragione la notte che vive delle stesse commistioni con la contemporanea di Spiralis Aurea del sodale Pilia) e una suite, la title track, che è un po’ la summa di tutto e insieme un prisma di possibilità, presenti e future.
Ma queste tracce, tutte come al solito prive di parole, ci forniscono ulteriori dettagli e tratti di quella commistione realtà/visione di cui si parlava in apertura, una serie di cerchi concentrici ed eccentrici che ci aprono al vissuto dell’artista, alle traiettorie personali, ai ripensamenti, ai dubbi, ai legami affettivi, alla mutabilità e al riassestamento in cui tutto è apparentemente slegato per essere poi, magicamente, tutto un insieme inscindibile: titoli di canzoni, atmosfere, sfera famigliare, scelte stilistiche, ecc. ecc.; tutto ha un senso e un significato per chi è in grado di mischiare realtà e visione e creare mondi altri. “Nel torbido”, dopotutto, “si pesca meglio”, Tony Curtis dixit, e Spaccamonti ce ne ha fornito molto di torbido.
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