Recensioni

Ci sono dischi che suonano come se fossero l’approdo di tutto ciò che li ha preceduti. Lo snodo alla fine di una strada. Il raccolto. È il caso del nuovo album di Paolo Saporiti. Il percorso del milanese è stato peculiare: si è diramato a partire da un cantautorato irrequieto, intriso di turbe rock debitrici dei primi Novanta, quelli del grunge, certo, ma anche sbilanciati su versanti più anomali, che non a caso lo hanno portato a incrociare la strada di Teho Teardo nonché di Giorgio Prette e Xabier Iriondo nel trio Todo Modo.
L’ultima incarnazione solista di Saporiti lo ha visto muoversi su una linea d’ombra tra rock d’autore e slanci destabilizzanti grazie all’ottimo Acini, album i cui esiti venivano ulteriormente sviluppati nel conseguente tour, immortalato in Acini Live: in questo emergeva una progressiva astrazione delle forme, il fulcro espressivo puntato su un territorio cedevole e (ma) perciò libero di arrampicarsi e precipitare, con modalità che rimandavano neanche troppo vagamente ai Buckley (padre e figlio), al Vincent Gallo inafferrabile e allucinato di When, a un Mark Lanegan in sbandata controllata Radiohead.
A tre anni di distanza da tutto questo, con una pandemia consumata in mezzo, Saporiti torna con un doppio album che fa i conti con tutto il pregresso, risalendo e scavando i motivi del suo fare musica. Il centro di gravità del lavoro va individuato nel bisogno di rievocare l’episodio tragico che colpì la sua famiglia nel lontano 1956, quando un ex-dipendente del Panificio Saporiti di Busto Arsizio uccise i bisnonni di Paolo, Agostino e Carlotta Saporiti, nonché il loro figlio Renzo. L’assassino si tolse la vita non prima di avere ferito altre sei persone e colpito a morte un carabiniere. Angelo, fratello di Renzo e nonno di Paolo, scampò alla morte perché quel giorno rimase a casa, a studiare.
Questo trauma familiare viene rievocato nel video di animazione che accompagna Sei bellissima/La dignità di Elena, una sorta di mini-suite dalle ascendenze folk-rock attraversata da tremori cameristici e intrisa di umori onirici/irrequieti 70s. Come molte tra le venti tracce in scaletta – nove nel Capitolo 1, intitolato Lo sfratto, e le restanti nel Capitolo 2, La zattera – è una ballata ariosa e a cuore pieno, ma in questa e nelle altre vibra comunque un’insidia, uno squilibrio di forze interiori, qualcosa sul punto di esplodere. Come se fossero argini frapposti alla costante possibilità del tracimare.
È un gravitare in (dis)equilibrio tra stasi e incendio a produrre la tensione che sostiene e sostanzia tutti i pezzi. E che emerge con forza nei ritornelli tumultuosi di Lettera dal Plotone e So navigare benissimo (dopo strofe trattenute su un recitato-cantato a fior di pelle), così come nel valzer vertiginoso di Muore un’altra balena. Ma, come già detto, anche nelle canzoni apparentemente più quiete avverti comunque un formicolare di materia dirompente, talora in filigrana (vedi le suadenti tessiture d’archi di L’autobomba e Il bacio di Giuda, o il malanimo obliquo di Grandi verità) o ben più tangibile (nelle increspature elettriche di La versione di Penelope, nel valzer palpitante di Mio figlio e il rallentatore di passi).
La lotta coi mostri interiori avviene a ondate, modulando l’intensità dello scontro, scoprendo la guardia nel mid-tempo pescato in una risacca grunge di Vince lei (il cui relativo clip è come minimo emblematico), angolando tempi e timbri nella sardonica Le cicatrici dell’imperatore, inseguendo lirismo androide Radiohead e autodafé spirituale Jeff Buckley in Be Your God, smazzando inquietudine scorticata e astrazioni bucoliche in Lucciole, infine gettando l’ancora nel caracollare smanioso – come potrebbe un Marco Parente in fregola Benvegnù – della title track.
È un disco insomma che raccoglie umori, intuizioni e meditazioni di lungo corso, nel quale emergono le molte anime/identità di Saporiti, gli studi di psicologia (abbandonati), i suoi trascorsi teatrali, l’oscillare tra strutture consuete e devianti, esplorando con lucidità l’intero arco sonoro (acustico, elettrico e digitale). C’è di buono che nel momento stesso in cui sembra voler raggiungere una sintesi definitiva, suggerisce l’instabilità della formula, il suo slittare altrove. Questo disco potrebbe essere un punto di arrivo per Saporiti, ne ha la statura e lo spessore, ma non sembra volerlo essere davvero, non pare ancora disposto a mettersi in posa.
La fotografia esce mossa. L’identità è inafferrabile. L’arrivo è una partenza.
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