Recensioni

7

Dopo la parentesi Universal suggellata da un Alone efficace nel trasformare in folk elegante un songwriting crepuscolare e da sempre attratto da un'intima ricerca di sé, Paolo Saporiti ritorna con un disco che va nella direzione esattamente contraria. Anche se, in realtà, L'ultimo ricatto non è una rivoluzione copernicana per il musicista milanese, piuttosto un accondiscendere certe attitudini in odore di minimalismo da sempre presenti nella sua poetica e forse messe un po' da parte nelle ultime uscite discografiche.

La novità è uno Xabier Iriondo a far da musicista aggiunto, arrangiatore e agitatore, quest'ultimo già collaboratore di Saporiti ai tempi dell'Ep Just Let It Happen e qui fondamentale nel dar sostanza a un disco dall'approccio quasi concettuale: suono destrutturato dai trattamenti rumoristi del chitarrista degli Afterhours, estetica ridotta all'osso, indole cantautorale comunque presente. Le cose migliori si ascoltano quando le ruvidezze avanguardiste di Iriondo abbandonano il descrittivismo da fondale entrando prepotentemente nella struttura dei brani. Quel che accade in una Sad Love/Bad Love che dal binomio banjo-voce passa nel finale a un crescendo orgiastico e acuminato o a una War (Need To Be Scared) che ricorda Tim Buckley in un'alternanza di chitarre elettriche e archi, nelle ingerenze free che sfilacciano We're The Fuel o nel blues urticante di Stolen Fire.

L'idea alla base del disco è affascinante, i risultati incoraggiano: e se questo fosse soltanto il primo step di un connubio capace di regalare ulteriori gradi di compenetrazione stilistica? 

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette