Recensioni

Gli album dal vivo possono essere molte cose. Celebrazioni (di un musicista, di un percorso, di una fase, di un tour, di una carriera…), prese di beneficio, puro e semplice sfruttamento della fanbase, un modo per onorare gli impegni contrattuali, l’atto dovuto come da tradizione, e via discorrendo. Oppure: gli album dal vivo possono essere testimonianze, una manifestazione sonora che non poteva accadere diversamente.
Nel caso in questione, Paolo Saporiti con Acini Live, Trio concretizza quello che probabilmente è il passo più significativo in carriera. Per un motivo semplice: è il disco che lo vede uscire allo scoperto. Negli otto album da solista (i primi cinque con testi in inglese) e nei due pubblicati come parte dei Todo Modo (trio che lo vedeva all’opera assieme a Xavier Iriondo e Giorgio Prette), Saporiti si imponeva come cantautore ora melodico e ora potente, quasi sempre intenso e spesso inconsueto. Tuttavia, adesso possiamo dirlo, confinato in un perimetro che non lo rappresentava del tutto.
Durante il tour di Acini, che lo ha visto calcare i palchi di club, teatri e locali di tutto lo Stivale assieme a Alberto Turra (chitarra elettrica) e Lucio Sagone (batteria e percussioni), si è spogliato di abiti non suoi. Di più: è come se dal suo petto fosse uscito quel mostriciattolo che dovremmo sempre avere la fortuna di incontrare in ogni concerto che si rispetti, il segno inequivocabile di una trasformazione.
Le canzoni di Acini (ben sette) e dei lavori precedenti (le restanti sei) sono state sottoposte a un lavoro di scompiglio blues-rock e dispersione folk-jazz, con particolare riguardo alle sottigliezze timbriche e alle escursioni delle dinamiche. Un processo che ha determinato una specie d’inversione polare: le strutture, così strattonate, non cambiano solo forma ma sembrano consumare una mutazione di sostanza, dove il racconto diventa groviglio, gli arrangiamenti uno stradario poroso, le melodie un trampolino, i testi una gabbia contro cui sbattere.
A dirla tutta, le canzoni di Saporiti – alcune delle quali capaci di coniugare con rara disinvoltura impeto e radiofonia, su tutte Che cosa rimane di noi – sembrano oggi persino inadeguate rispetto a una calligrafia che pare muoversi verso dimensioni più libere, disarticolate, slogate. In grado perciò di richiamare alla memoria riferimenti abbastanza disparati, come i teatrini lancinanti dei primi, indimenticabili Marta Sui Tubi (Gelo, Io non ho pietà), le escursioni rapsodiche di un Mark Lanegan in fregola Tim Buckley (A due passi dal cielo) così come il lirismo incandescente del Buckley figlio (Nel mio nome, Amica mia), o ancora il languore spaesato d’un Vincent Gallo (ravvisabile nei contorni languidi di La mia falsa identità e della peraltro melodicissima Arrivederci Roma), mentre i Radiohead vengono omaggiati assieme al fantasma di De André altezza Amico fragile (Sangue Street Spirit).
Ha tutta l’aria insomma di un disco spartiacque per un musicista la cui carriera potrebbe prendere una piega ben più interessante di quanto non fosse lecito supporre finora. Staremo a sentire.
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