Recensioni

Sono passati tre anni da quel Bisognava dirlo a tuo padre che a fare un figlio con uno schizofrenico avremmo creato tutta questa sofferenza, disco ruvido e carnale, per certi versi oscuro, in cui i temi ricorrenti della poetica di Paolo Saporiti (l’amore genitoriale, quello dei figli, quello sensuale) venivano attraversati con toccante e calibrata brutalità, in omaggio a uno stile riconoscibile e personalissimo. Con questo Acini si ha come la sensazione di un deliberato abbassamento nei toni, che però non pregiudica l’efficacia e il fervore lirico. Un disco delicato e sentito, il cui titolo (e forse l’intero concept) s’ispira a un romanzo inedito del padre del musicista (Acini d’uva), una figura la cui assenza sembra essere la chiave della nostalgia e della dolcezza che permeano ciascuna di queste dieci ballate in perenne dissolvenza. Anche quando si parla d’altro, anche quando non v’è traccia di autobiografismo, è il senso di perdita, smarrimento o abbandono più meno consapevole, ma anche la ricerca di una qualche forma di tregua interiore, a liberare le suggestioni evocate.
Occasionali barlumi elettrici (Profumo di te, Cambieremo il mondo) interrompono il mite andamento folk dell’impianto complessivo, dove gli arpeggi acustici e gli echi pianistici creano il lieve tappeto di suoni accarezzati dalla voce di Saporiti, che sfiora le note con sospensione quasi lunare. Arrivederci Roma, uno dei brani più immaginifici, nonché primo singolo estratto, traccia con commovente delicatezza una figura materna che parla in prima persona e riflette su se stessa. Tra gli episodi più “irregolari” e ricchi di pathos, i tempi scomposti di Amica Mia (secondo singolo, il cui video è stato pubblicato pochi giorni fa in esclusiva per Sentireascoltare), che comincia sussurrata e decadente per divenire elegiaca nell’apertura, come una richiesta a cuore aperto che quasi sfocia nella lacrimevole supplica («Sono una spina nel fianco alla tua libertà, non consegnarmi al tuo gelo»).
Il disco si chiude con l’incantevole flusso di coscienza de La mia Luna, una dichiarazione ebbra di romanticismo eppure lucidissima negli intenti. In una piacevole chiacchierata estemporanea, in cui ho chiesto a Paolo di spiegarmi un verso che mi aveva colpito («E per quanto riguarda tuo figlio, ho un bagaglio del meglio di me»), mi ha risposto con disarmante generosità, condividendo un pezzo della sua vita: «È una speranza e la mia realtà attuale. Vivo con Silvia, la mia compagna, da tre anni. Ha un bambino e parlo proprio di lui, di lei, della mia speranza di riuscire a dare loro tutto il meglio di cui sono capace. Vengono ai concerti e lui canta tutti i pezzi a memoria, mi guarda da lontano, prima si addormentava russando e suscitando dolcezza e simpatia in chiunque, facendo da base ai live. Ora canta a squarciagola, ovunque. Mi sorride, si imbarazza, cerca costantemente un contatto e la cosa mi emoziona profondamente. Spero di riuscire a restituirgli parte di tutto quello che lui sta dando a me da anni. Vorrei essere luce ma senza abbagliare, fonte di ispirazione ed esempio di passione per il suo futuro. L’occasione che ha un uomo come me di poter crescere un bambino da vicino, senza esserne il padre, è unica. Un dono. Credo che se c’è una speranza al mondo, sta in una nuova generazione, un nuovo modo di essere genitori, tutti, in ogni singola cosa e aspetto della vita».
La mia Luna è la chiusura perfetta di questo viaggio, una canzone d’amore che suona serena e confidente, una promessa così convinta da spezzarti il cuore, come una sorta di riconciliazione con quel qualcosa che manca, e nel frattempo abbracciare quello che c’è.
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