Recensioni

4.5

Da ormai svariati anni, Sanremo ha perso la sua connotazione primigenia. Da “Festival della canzone”, pian piano la rassegna si è trasformata nel “Festival dell’artista”, con tutte le conseguenze del caso. E in tempi in cui la musica è ovunque senza mai andare da nessuna parte, Olly — ovvero il vincitore dell’ultima edizione — raffigura al 100% l’andazzo dell’industria discografica italiana, di cui ormai la kermesse è completamente in ostaggio.

Fin dall’annuncio del cast, il nome dell’artista è sempre rimbalzato (insieme a Giorgia, poi vincitrice morale) nella rosa dei papabili vincitori, senza in realtà una motivazione apparente, se non quella di un fisiologico impatto positivo da parte di un profilo in quel momento molto ben posizionato e pronto a capitalizzare quanto costruito nei mesi precedenti. Fatto sta che buona parte della stampa — dodici mesi prima quasi all’oscuro del successo di un colosso come Geolier — ha dato quasi per scontato il trionfo, dopando le pagelle dai pre-ascolti in poi con voti ben al di sopra della media, lontani anni luce dalla reale qualità di un brano, Balorda Nostalgia, che porta in seno una sostanza pressoché nulla.

Un’allucinazione collettiva — a volerla vedere senza malizia — provocata dalla bravura della ormai nota Marta Donà, vera fuoriclasse che ha costruito una narrazione da manuale intorno al suo assistito, gestendola e spingendola durante i giorni caldi del Festival (ci si ricorderà, tra le altre cose, dell’endorsement pubblicato dall’account X dell’Empire State Building). Insomma, un sacco di energie spese per il raggiungimento del risultato, al netto di un prodotto che però gravita, come prevedibile, nella pura mediocrità.

A dimostrarlo è Tutta vita, secondo album in studio del cantante genovese, interamente prodotto da Jvli. Pubblicato lo scorso autunno e poi chiaramente riproposto nella versione sanremese, l’album è composto da tredici racconti di (usurata) quotidianità, che evitano l’ispirazione tipicamente itpop (genere molto legato alla causa), attingendo a piene mani dal modo di fare di Blanco ma anche di Max Pezzali, senza lesinare alcune reference prelevate dall’universo di Vasco Rossi. Il tutto riletto con il filtro di TikTok, linfa vitale degli adolescenti di oggi.

Perché, in fondo, almeno per il momento, Olly è semplicemente un teen idol: il classico belloccio un po’ bad boy, un po’ cuore d’oro, che piace alle figlie ma anche alle mamme e che spara perlopiù lentoni, la maggior parte sulla stessa wave (per non dire identici) del pezzo festivaliero (Devastante, A noi non serve far l’amore, Quei ricordi là).

Le (poche) eccezioni alla regola si palesano nel folk sommario che contraddistingue È festa e la coda di Squarciagola, oppure nello scialbo inno generazionale Noi che, in cui emergono proprio quelle inflessioni alla Blanco riversate in un’anonima cassa dritta. Sicuramente più interessante, almeno a livello di ispirazione, La lavatrice si è rotta, chiaro omaggio al Blasco più scanzonato.

E se Per due come noi (con la socia di management Angelina Mango) bacia in fronte il target di riferimento in modo inappuntabile, lo stesso non si può dire di Sulla stessa barca, duetto con Enrico Nigiotti che rimarca superficialmente la (banalissima) differenza che c’è tra la Gen Z e i cosiddetti “altri”, senza però mai scavare realmente a fondo.

A conti fatti, Olly offre un’alternativa alla trap, proponendo uno stile più classico e pulito. Ma manca completamente d’incisività. E anche senza la santissima trinità fatta di soldi-droga-puttane e con più sentimento emotivo, all’ascolto non rimane comunque niente. È semplicemente un’altra faccia dello stereotipo, solo più family friendly.

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