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C’è una Sicilia nascosta, dimenticata tra le pieghe del tempo, sepolta nei ricordi ormai sbiaditi dei centenari, sopravvissuta solo in parte, in forme e narrazioni giocoforza normalizzate, globalizzate, rese innocue a uso e consumo dei forestieri trallallleru-lallà. La Sicilia che Ignazio Buttitta invece cercò di preservare, entrando anche in aperta polemica con Pasolini; che il maestro Vittorio De Seta immortalò nel dopo guerra nei suoi documentari; e di cui Rosa Balistreri, con l’incoraggiamento di Dario Fo, fu protagonista in prima persona, testimone e ambasciatrice ancora che interprete. La Sicilia dei contadini, dei pescatori, dei lavoratori delle miniere e delle saline, degli ambulanti, dei carcerati, degli ultimi, degli sfruttati, degli emarginati, di quel popolo che non era ancora né cartolina né astrazione borghese, ma realtà fatta di carne, sangue e miseria. E canto.
Come a suo tempo Noi siamo nell’inferno carcerati (Cetra, 1974), capolavoro altrettanto nascosto e dimenticato della cantastorie di Licata, il senso dell’operazione Lero Lero, collettivo palermitano guidato da Fabio Rizzo (musicista, produttore e discografico di lungo corso), Alessio Bondì (cantautore ma, ancora prima, interprete vocale dialettale originalissimo) e Donato Di Trapani (già collaboratore, tra gli altri, di Colapesce Dimartino e Paolo Nutini), cui si aggiunge Giovanni Parrinello alle percussioni, è (ri)portare alla luce quella Sicilia e farla tornare ad essere materia viva, esposta, oggetto di esplorazione musicale e sperimentazione, mantenendone intatto lo spirito ancestrale, il messaggio ora disperato, ora rassegnato, ora pieno di sentimento e di speranza del suo canto.
La base di partenza sono nove estratti dall’Archivio Sonoro Siciliano del Novecento (in capo alla Fondazione Buttitta, che per la Trinacria fu quello che Alan Lomax fu per gli States), riletti, trasformati e trasfigurati alla luce di una modernità folk, blues, elettronica, transmediterranea (no, non usiamo il termine world, per carità), che ancorché coprire di una patina appetibile ne vuole far riemergere l’essenza. tra pulsioni tribali, litanie da muezzin (ogni siciliano sa bene che la differenza con gli abbanniatura, i venditori ambulanti, è inesistente), strumenti a corda microtonali, synth a fare da ponte tra antico e – possibile – moderno.
E così, un lamento di lutto per la perdita di una madre (Com’haiu A Fari) si trasforma in un canto polifonico a cappella che mette insieme il Jeff Buckley innamorato di Nusrat Fateh Ali Khan e la lezione dei Fratelli Mancuso; un canto d’amore (Cuori ri canna) e un’abbanniata (Ova nichi) assumono le fattezze pop del Battiato più classico; il canto di un carrettiere (Franculina) si sporca di elettricità paludosa (rispolverando quel mix di folk, blues ed elettronica che Rizzo fece suo in tempi non sospetti producendo Il Pan Del Diavolo) ed echi tuareg (vedi anche Monrealesi); la voce che fu di un carcerato (Bedda Ca Cantari A Mia Sintisti, documentata a Palma di Montechiaro, nell’agrigentino) e un canto di sdegno (Aieri Ci Passava) diventano blues sintetici alla Violator; una ninna nanna tradizionale (U Viersu) viene restituita in tutta la sua dolcezza accostando idealmente la Avò di Rosa con i Radiohead di Amnesiac (chiudendo il cerchio aperto dallo stesso Yorke, monrealese di adozione e recente scopritore della Balistreri in alcune playlist), che riecheggiano anche in Salinai.
Tra ricerca etno-antropologica, esplorazione libera e rielaborazione talentuosa, un’operazione di assoluto fascino e valore, che ci auguriamo soltanto al primo capitolo.
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