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6.7

Furèsta segna il ritorno di La Niña, alias Carola Moccia, con un intento chiaro: destrutturare le narrazioni folkloristiche convenzionali e inoltrarsi in un territorio sonoro primordiale, viscerale, capace di evocare un Mediterraneo atavico e fuori dal tempo. Prodotto insieme ad Alfredo Maddaluno, il disco rappresenta un’evoluzione rispetto a Vanitas (2023), riaffermando la volontà di esplorare le radici della musica popolare senza limitarsi a un semplice omaggio alla tradizione.

Pur facendo un uso estensivo del dialetto napoletano, La Niña guarda oltre la città, risalendo a un paesaggio rurale in cui la cultura e il suono si sono formati prima di essere inghiottiti dall’urbanità. Il titolo stesso, Furèsta – che richiama l’idea di selvatico, libero – ridefinisce un racconto musicale corale, svincolandolo dagli stereotipi consolidati.

Come ha dichiarato la stessa Moccia, il suo percorso di ricerca affonda nelle radici più remote della tradizione campana, non solo napoletana, fino ad arrivare al Quattrocento e al Barocco. Il lavoro di La Niña va oltre la semplice ripresa scavando nelle opere originali che hanno influenzato persino Mozart, in quelle canzoni intrise di contraddizioni, con testi che inneggiano all’amore su ritmiche inquietanti, capaci di innescare emozioni totalizzanti.

Fado, pulsazioni elettroniche, stratificazioni vocali e percussioni arcaiche si intrecciano in dieci tracce che si muovono tra sacro e profano, tra ricerca e istinto puro. Guapparia, brano anticipatore, ne è un esempio: è una tarantella che incorpora il sample della voce di Zia Viola, tratto dal documentario Voci del popolo contadino, Voci di tamburo di Salvatore Raiola, evocando un’eco ancestrale.

A dare corpo all’album è una stratificazione sonora che intreccia canti popolari, cori femminili, strumenti della tradizione partenopea – dalla chitarra battente al mandolino, fino ai tamburi – e collaborazioni di spessore, come Tremm’, con KUKII, cantante e produttrice egiziano-iraniana, o Sanghe, che vede la partecipazione di Abdullah Miniawy, poliedrico artista egiziano.

Le atmosfere di Furèsta sembrano volere trovare un dialogo impossibile tra l’intensità viscerale di Diamanda Galás, l’approccio sperimentale di Meredith Monk o la ricerca sul suono ancestrale di Núria Andorrà da una parte e dall’altra la spontaneità profondissima di Carosone, Di Capri e perfino Massimo Ranieri. C’è comunque un filo che unisce il lavoro di La Niña a esperienze come quelle di Lhasa de Sela o delle composizioni rituali di Giovanna Marini, con una sensibilità che richiama la nuova ondata di riscoperta del folk mediterraneo portata avanti da artisti come Maria Mazzotta e, soprattutto, Daniela Pes.

Con Furèsta, La Niña si fa medium di un racconto in cui le voci del passato tornano a vibrare in un presente in cui la musica popolare diventa, ancora una volta, il luogo dell’inquietudine, della passione e della metamorfosi. Per compiere il grande salto, Moccia deve ancora affrancarsi da alcune sonorità che talvolta sfiorano l’atmosfera della “festa di piazza”. Affinando ulteriormente la sua ricerca e mantenendo saldo il suo percorso sperimentale, la cantante partenopea ha tutte le carte in regola per costruirsi un futuro luminoso.

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