Recensioni

Muta nella sostanza e pure nella forma, il Moritz Von Oswald Trio che dal guru tedesco della techno dub prende natali ed energia: sei anni fa, nel 2015, era stata la volta di quel Sounding Lines impreziosito dalle ritmiche di sua maestà Tony Allen e che virava forte – guarda un po’ – su territori afro-jazz dopo gli episodi precedenti propulsi invece dalle percussioni di Sasu Ripatti. Questi i prodromi dunque. Dissent si presenta con un nuovo cambio di terzetto, che insiste sulla deriva jazzistica con Heinrich Köbberling alle pelli e arruola ai tasti la camaleontica Laurel Halo.
È un disco che gioca sui movimenti (denominati chapters, nel testo sonoro) in senso concertistico: tracce orchestrate in fase di editing sviluppate da jam avvenute a Berlino nell’autunno 2020 (pandemia, confinamento, sospensioni ecc. sono sempre sullo sfondo). È in effetti la natura improvvisata che, anziché donare leggerezza e spontaneità, si tramuta in una stanchezza atavica di cerchi che non si chiudono, di zenit irraggiungibili. Nonostante, di per sé, questa approssimazione potrebbe persino funzionare – lo hanno fatto, restando nelle ampie maglie del tessuto jazz/elettronica, Pharoah e Floating Points nel loro Promises – i due musicisti e il deus ex machina faticano ad andare oltre schizzi impressionistici. In questo senso, che è poi quello di un vago space-jazz dai suoni tanto psichedelici quanto eterei, liquidi pad (chapter 4 un esempio) accarezzano la techno detroitiana e la sua passione verso lo spazio e l’afrofuturismo di Sun Ra, il mellow bass di epoca Rhythm & Sound (chapter 8) fa da propellente diesel. Da metà scaletta in poi arriva il charleston e si fa spazio sia dell’house jazzata (chapter 5), sia della techno di stampo nineties altezza Drexciya e Model 500/3MB (chapter 6) che tuttavia, oltre a coagulare un’anima sfocata intorno a desideri danzerecci, non fanno molto altro. Halo, dal canto suo, si trova più che a suo agio in un contesto simile, avendo alle spalle esperienza in un progetto jazz ai tempi dell’università e diverse collaborazioni con Eli Keszler (a proposito, la succitata chapter 4 è un ideale trait d’union proprio con l’ultimo disco del – verrebbe da dire ex – «disintegratore di ritmi e frantumatore di tempi», nelle parole di Stefano Pifferi); e tuttavia non riesce fino in fondo a declinare quella techno a suo modo evasiva e spirituale toccata con mano in dischi come Chance of Rain.
Non si arrende mai a scivolare verso territori più tangenti l’ambient, Dissent, come avevano invece fatto Sanders e Floating Points, e gliene va dato atto: il gran maestro di cerimonie, Von Oswald, ha ben chiaro il senso di un disco che vuole connettere terra e cielo, sudore jazz e spiritualità ritmica versus orizzonti cosmici e psichedelia, ma come in una fuga verso l’orizzonte che non arriva mai si va via via rallentando, così che l’epilogo da live house band (epilogue) risulta perfino più superfluo di quanto non sia. Capita che l’amalgama non funzioni, soprattutto quando non si seguono ricette prestabilite e i Nostri, nonostante le influenze plurime, cercano “altro”. Faticando a trovarlo.
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