Recensioni

Lo diciamo subito: Back to Black non è un bel film. Le critiche, del resto, la regista Sam Taylor-Johnson se le era attirate già dalla diffusione delle prime immagini: i biopic suscitano facilmente giudizi negativi, e raccontare una storia come quella di Amy Winehouse è una responsabilità non da poco. E allora, di chi è la colpa? Dell’impianto linguistico dei biopic, ormai un genere/non genere che dice tutto e nulla, o della regia? Le due cose, chiaramente, sono interconnesse.
Il film inizia con una Amy Jade Winehouse giovanissima: ha 18 anni, nata e cresciuta a Londra da una famiglia di origini ebraiche, figlia di genitori divorziati. Ha una passione smodata per il jazz, la sua icona di stile è la nonna Cynthia, ex cantante professionista. A dare un volto alla cantante scomparsa prematuramente nel 2011 è Marisa Abela, che sicuramente resta una piacevole scoperta (le esibizioni canore sono tutte sue, una scelta che restituisce una certa verosimiglianza o comunque uno sforzo artistico, a differenza del terribile lip-synch di Rami Malek in Bohemian Rhapsody). Poco può fare però un’attrice, se la sceneggiatura è didascalica e si muove per tappe obbligate.
Anche se, tutto sommato, Marisa Abela evita un effetto troppo macchiettistico, il suo volto non restituisce i tormenti interiori della protagonista. Una scelta forse voluta, visto che l’intenzione del film era evitare il ripasso dettagliato e macabro dei dolori vissuti dall’artista, così come già fatto nel docufilm Amy (2015) di Asif Kapadia. Una decisione che è senz’altro nobile, ma l’effetto è troppo “pulito”. Back to Black accarezza appena la superficie di un personaggio così complesso ed è troppo indulgente con alcuni personaggi (un esempio: suo padre, Mitch Winehouse, viene rappresentato come un uomo preoccupato per sua figlia, si sorvola sulle colpe di una macchina che ha influito sulla salute mentale della protagonista).
Sulla carta, Sam Taylor-Johnson vorrebbe raccontare Amy Winehouse attraverso le sue canzoni. La sua musica invece sembra semplicemente incastrarsi al momento opportuno nella narrazione, che procede in maniera banale e ripercorre, sommariamente, vita, carriera e autodistruzione. Paradossalmente funziona più la musica di contorno, che porta la firma di Nick Cave e Warren Ellis e sottolinea gli aspetti fanciulleschi della persona Amy Winehouse, la sua giocosità, la sua ricerca di una propria identità. I due hanno composto anche un pezzo inedito per il film, Song For Amy, un brano intimista ma dall’arrangiamento lussuoso per piano, basso, flauto e archi.
Non è chiaro, insomma, che cosa volesse raccontare la regista di Nowhere Boy, film sulla giovinezza di John Lennon riuscito sicuramente meglio (sarà che è figlio di un’epoca in cui i biopic non erano così inflazionati). Sappiamo che il materiale della sceneggiatura scritta assieme a Matt Greenhalgh (Control) è tratto dalle interviste e dalle parole stesse di Winehouse, senza fare affidamento a materiale pubblicato postumo senza il suo consenso. Lo ripetiamo: intento nobile, ma se l’idea era di restituire un ritratto positivo che non sottolineasse solo i “demoni” dell’artista, purtroppo quello che ne è uscito fuori è una storia piatta.
In cui, a dirla tutta, Amy Winehouse è definita principalmente dal suo rapporto con gli altri, primo fra tutti il marito Blake Fielder-Civil. La scena del primo incontro con l’uomo al “The Good Mixer” di Camden Town è quello in cui si assiste a un guizzo creativo in più, l’unico forse di tutta la pellicola: il pub diventa un palcoscenico che mette in mostra tutto il mondo interiore della protagonista ma che anticipa anche la relazione tormentata che sarà quella tra Amy Winehouse e Blake Fielder-Civil, interpretato da Jack O’Connell. I loro sguardi si desiderano ma al tempo stesso sono appannati dall’alcool, c’è tensione, c’è la musica, ci sono gli elementi giusti. Poi torna tutto sui binari soliti del biopic.
Back to Black è insomma la dimostrazione plastica che, per raccontare un artista, bisogna uscire dai canoni. C’è bisogno di reinventare il genere, non proseguire con la produzione in serie di questo tipo di racconti. Cambia la musica, cambia il nome, ma la storia è sempre la stessa. Sarebbe bello se da questo fenomeno potessimo imparare qualcosa di interessante, tipo che l’animo umano sotto i riflettori e il giudizio altrui è destinato a dissolversi in una spirale di autodistruzione. E invece no, per lo più ne ricaviamo fuori noia.
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