Recensioni

5.5

Un disco che pesa per i suoi artefici, This Mirror Weighs A Ton, registrato nella propria New York, ma per la prima volta nello studio del produttore Andrew Wyatt (ROSALÍA, Charli XCX e già nel giro degli Interpol per il side-project Banks & Steelz), nel Lower East Side di Manhattan, con il successivo mix di David Fridmann (Sleater-Kinney, MGMT). Insomma, tra il recupero del passato, delle origini, e un presente orientato in ottica più accessibile, con una copertina tecnologica che, invece, sembra ammiccare al futuro e cattura subito l’occhio: è un’opera di Addie Wagenknecht, attualmente nella collezione permanente del Whitney Museum of American Art. Più che al futuro, però, vuole riferirsi al controllo sociale e al monitoraggio di massa che contraddistinguono le nostre agende: nonostante il titolo dell’intero lavoro alluda al lavoro di introspezione che è guardarsi allo specchio, l’influsso del mondo là fuori – lì dentro – è inevitabile. Un’introspezione utile a inquadrare sotto una luce diversa fogge in precedenza familiari e che ha guidato persino la composizione, con un processo di improvvisazione vocale che ha fruttato melodie e parole in simultanea.

Una decina di giorni fa, tra l’altro, si celebrava il ventiquattresimo anniversario dell’uscita del capolavoro d’esordio Turn On the Bright Lights, da sempre apice ineguagliato nella discografia di Paul Banks e soci. Nelle prove successive, nei decenni 10-20, ci si è più o meno barcamenati tra (pochi) momenti di invariata intensità e momenti di mestiere, da valutare sul piatto della bilancia anche in base alle proprie inclinazioni personali. Ecco, This Mirror Weighs A Ton, a inaugurare la partnership con Partisan Records, è nel bene e nel male un reale punto di svolta per la band statunitense, persino nelle ambizioni alla luce dei suoi cinquanta abbondanti minuti di durata. Pur preservando il suo notturno stile wave, l’introduzione di «archi, strumenti a fiato, armonie vocali stratificate, chitarre acustiche e soluzioni di sound design sperimentali», oltre a sintetizzatori e percussioni, spinge definitivamente il risultato verso una dimensione maggiormente cantautorale, più vicina all’indie rock dei The National che non al (revival del) post-punk di cui si continua tuttora a parlare. Un processo avviato in fondo nel precedente The Other Side Of Make-Believe del 2022, con episodi inusuali come Toni per dirne uno, che si manteneva però nel complesso più sanguigno…

Banks, Daniel Kesskler e Sam Fogarino si sono poi fatti ritrarre in un inedito assetto a cinque, completato dal tastierista Brandon Curtis e dal bassista Brad Truax, da tempo parte della line-up dal vivo, sebbene solo il secondo abbia partecipato alle incisioni. Un allargamento dell’organico che può ricordare la parabola dei Franz Ferdinand, per nominare un altro gruppo, pur orientato verso altri lidi geografici e sonori, che tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000 aveva contribuito a sdoganare il revival di cui sopra. Un revival, mutatis mutandis, che si è rinnovato con Fontaines D.C. e affini, ma per arrivare al livello di Turn On the Bright Lights o di Is This It o dell’omonimo debutto degli scozzesi, eh, ce ne vuole…

Prendiamo le prime tre canzoni qui in scaletta, quelle che sono state scelte come singoli di presentazione. La title track galleggia in atmosferica sospensione vagamente sulla linea di Nick Cave & The Bad Seeds, con i cori angelici della moglie di Banks, e See Out Loud, screziata di nuance che vorrebbero affacciarsi sulla modernità tanto nel sound quanto nel testo («I start to feel pixelated»), diventa una sorta di variante più tesa ed elettrica dei R.E.M., con la partecipazione al microfono di Kessler, che non si cimentava in tal senso dalla PDA del succitato Turn On the Bright Lights. L’elegante riflessione di Iron City può riferirsi sia alla città natale della compagine, richiamata dal riferimento iniziale a Central Park, sia alla freddezza disumana e disumanizzante dei centri abitati governati dalle AI.

Il resto si mantiene su un medesimo registro dalla matura compostezza formale, alla lunga abbastanza monocorde, non riuscendo a imprimersi nella memoria né a scaldare, neppure con l’1-2 apocalittico di Wounded Soldier – «And I dream violence» – e Wings On Fire, collegate tra loro nell’immaginario lirico. A poco servono i vari accorgimenti di arrangiamento, dall’evolversi orchestrale di Ever The Actor al pastiche di trame acustiche e tasti digitali di So Rides The Reindeer, dalle quattro corde di pulsante ritorno 80s di Darling Thoughts alla sveglia funky-disco fuori posto di Wake Up, dal pianoforte dolente della ballad Enemy – di nuovo con quei cori femminili un po’ stucchevoli – alla progressione cinematografica di Bird And The Serpent e alla chiusura noir pop di Sudden. Alla fine, è assurdo che gli Interpol siano diventati di se stessi quasi una versione da ChatGPT, per l’appunto: se il prompt può essere ormai eterogeneo, la risposta che ne esce in sommo controllo è una copia sbiadita del modello originale. 

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