Recensioni

Pubblicato il 27 agosto 1996 – a cinque anni esatti di distanza dall’esordio – No Code dei Pearl Jam è stato il KID A del grunge (?). Può sembrare una boutade da bar, ma in una vecchia recensione uscita su The Quietus per il ventennale del disco si azzardava davvero questa ipotesi con forte convinzione e cognizione di causa. Per quanto il paragone tra Pearl Jam e Radiohead possa sembrare fuori luogo dal punto di vista delle sonorità, in realtà, da quello delle “intenzioni” i due dischi in questione sono molto simili e al momento della loro uscita c’erano già diversi punti di contatto tra le parabole artistiche delle due band. Innanzitutto, entrambe avevano esordito con un disco rock di stampo canonico, contenente alcuni dei loro singoli più celebri, rovinati soltanto dal fatto di essere stati ascoltati fino alla nausea: Alive per quanto riguarda i PJ di Ten (1991) e Creep per i Radiohead di Pablo Honey (1993). Con i due album successivi le due band hanno poi cercato di evolversi verso un sound più complesso, spostandosi sempre un passettino più in là nella ricerca di nuovi suoni: prima con Vs (1993) e The Bends (1995) – i loro dischi più “incazzosi” – e poi con Vitalogy (1994) e Ok Computer (1997), dove le sperimentazioni si sono fatte più concrete e invadenti, riuscendo tuttavia a mantenere ancora il giusto equilibrio tra la ricerca sonora e l’appeal “alternative-mainstream” delle canzoni.
No Code e Kid A, invece, rappresentano il punto di rottura. Entrambi i dischi sono stati accolti con forte diffidenza da parte del pubblico perché troppo distanti dalle aspettative. La differenza è che Kid A col tempo è riuscito a farsi apprezzare comunque, raggiungendo lo stato di nuovo classico, mentre No Code è rimasto nel limbo di quei dischi rivalutati e apprezzati fino in fondo soltanto da una sparuta minoranza. Sono certamente due album molto diversi nel sound (i Pearl Jam non avrebbero toccato l’elettronica nemmeno con un bastone), ma in un certo senso condividono la stessa “attitude” nel volersi “nascondere dal successo”. Come sottolinea JR Moores nell’articolo sopra citato, sono due album che per certi aspetti “cercano attivamente di non piacere”.
La motivazione è semplice: entrambi i loro leader – Eddie Vedder e Thom Yorke – ne avevano avuto abbastanza del successo di massa e nessuno dei due voleva fare la fine di Kurt Cobain. Yorke, dopo essere caduto in uno stato catatonico, verrà aiutato a risollevarsi da Michael Stipe dei R.E.M., mentre Vedder, già da qualche anno, stava cercando di farcela da solo, mettendo in atto dei meccanismi di autoprotezione. Alla luce di ciò, entrambi gli album possono essere interpretati come un desiderio di allontanamento da tutto: nella musica, ma soprattutto nei testi si coglie una forte volontà di sparire, nascondersi, auto-oscurarsi fino a svanire nel nulla. Basti pensare alla somiglianza ideologica tra un brano come How To Disappear Completely scritto da Thom Yorke per esorcizzare un’esperienza extracorporea di spaesamento e solitudine, vissuta sul palco durante un concerto – “io non sono qui / questo non sta succedendo” – e Off He Goes, il brano simbolo di No Code sullo sdoppiamento di Vedder e sulla sua vita da adulto costantemente in fuga (“si è fatto carico di troppe cose, e se ne va via / Con i suoi vestiti perfettamente trascurati… ecco che va”). “To Go Off”, tuttavia, non vuol dire soltanto “andarsene”, ma in alcuni contesti gergali può significare anche “spegnersi”, nel senso di distaccarsi mentalmente: «In NO CODE tutto stava nel riguadagnare la giusta prospettiva», ha detto l’interessato, poiché qui – come ha sottolineato Simone Dotto nel suo imprescindibile libro sui testi dei PJ commentati – “Quel che può apparire un gioco di raro egotismo come sdoppiarsi è in realtà solo un altro modo per rimpicciolirsi, relegarsi al margine dal quadro fino a scomparire”. Scomparire completamente appunto. Per farlo Vedder non poteva che scegliere una lunga ballata acustica di 6 minuti che poco ha a che fare con le scariche di adrenalina a cui la band ci aveva abituato in passato. Ed è questo il mood dominante dell’album – il più introspettivo, riflessivo e jazzato che la band abbia mai prodotto (nonché il motivo principale per cui il disco è generalmente meno amato rispetto ai suoi tre predecessori).
Lo si capisce fin dal brano di apertura – Sometimes – che detta il passo “felpato” del disco con una sorta di preghiera sonnolenta, che riecheggia l’Hymn di Jack Kerouac, sussurrando in punta di fioretto e chitarra, rullante delicato e basso suonato con l’archetto. È la prima volta che i PJ non iniziano un album con un pezzo che ti prende direttamente a ceffoni in faccia – vedi Once in Ten, Go in Vs. e Last Exit in Vitalogy – e la cosa non può essere casuale. È una scelta motivata, un segnale forte e chiaro nel suo essere debole e pacato: quest’album è qualcosa di diverso dal solito. Mettetevi comodi. Non è la solita bomba a orologeria pronta ad esplodere, né una macchina lanciata a folle velocità verso un inevitabile schianto, ma “un libro tra i tanti sullo scaffale”, una meditazione notturna e un dialogo costante con sé stessi e i propri limiti. Certo, qualche piccola scheggia punk impazzita ancora c’è, ma i pezzi più tirati e rabbiosi come Hail Hail, Habit e – soprattutto – la sfuriata di un minuto e due secondi di Lukin (ispirata alle serate-rifugio a casa dell’amico Matt Lukin, ex bassista di Mudhoney e Melvins) sembrano quasi essere dei rimasugli rimasti incastrati nei denti del disco per caso, dei rigurgiti involontari, sussulti residuali di un tempo passato destinato a svanire. È un po’ come se i PJ avessero capito un attimo prima che il grunge era ormai giunto al capolinea e avessero scelto di fare harakiri.

Per la maggior parte del disco Vedder non sembra più l’incosciente ribelle che saliva sulle impalcature dei palchi per lanciarsi sulla folla urlante, ma un adulto alla deriva che si erge sull’albero immaginario di In My Tree per trovare nuove strade e vedere le cose dall’alto. Cambiare prospettiva appunto. Non a caso la copertina dell’album è composta dalla bellezza di 156 polaroid che – aprendo nella sua interezza le 4 parti del packaging originale – vanno a formare un quadro più ampio, composto da un triangolo con dentro un occhio. Lo sguardo introspettivo, la ricerca di sé stessi, sono di fatto i nuovi mantra del gruppo.
Per questo gli altri due brani chiave dell’album – che insieme a Off He Goes costituiscono tre ipotetici vertici di quel triangolo presente sulla copertina, sorta di Triangolo delle Bermuda che ha inghiottito tutto il grunge – sono Who You Are e Present Tense. Due brani che si collocano tra gli apici spirituali e riflessivi dell’intera carriera della band. Il primo era stato scelto, in maniera “catastroficamente consapevole”, come singolo di “lancio” del disco – ma più che un lancio verso l’alto era stato un tuffo in profondità verso un suicidio commerciale autoannunciato. Il titolo venne anche ripreso da Rolling Stone per un famoso articolo denigratorio nei confronti di Vedder – Who Are You? – il cui scopo principale era quello di dimostrare quanto il cantante fosse poco autentico, e a cui il leader, a sua volta, rispose “io lo chi sono, ma è una storia lunga e non ci sta dentro un numero di Rolling Stone”.
A Who You Are viene spesso attribuita la colpa di aver affossato fin dal principio il disco: effettivamente vendette molto meno di tutti i suoi predecessori ed è assolutamente vero che anche all’interno di un album sui generis come No Code c’erano comunque altri singoli più radiofonici su cui puntare. Su tutti una Smile debitrice di alcuni versi dei Frogs, che però non era altro che un ulteriore residuato delle esperienze musicali precedenti della band, un pezzo folk-rock da manuale, che qui quasi stona perché ha ancora appiccicata addosso la polvere e la semplicità melodica di Neil Young, con cui i PJ avevano registrato l’anno prima il sottovalutato Mirror Ball (1995). Smile con la sua armonica dylaniana che fischia nel vento e il ritornello da singalong avrebbe avuto molto più successo come primo singolo, ma non sarebbe stato altrettanto rappresentativo della nuova svolta musicale della band. Who You Are, invece, era ed è tuttora perfetto perché ha quel giusto tocco spirituale che attraversa tutto il disco, ma anche qualcosa di strano ed esotico, figlio in parte della collaborazione con Nusrat Fateh Ali Khan di Vedder, che qui suona il sitar elettrico come un George Harrison indiano e – in misura minore – del lavoro di Jeff Ament col suo side project “mistico” Three Fish. A tenere tutto insieme (o a sbrindellare il suono ancora di più, a seconda dei punti di vista) ci pensa la batteria poliritmica di Jack Irons, entrato in pianta stabile nei PJ direttamente dai Red Hot per sostituire la furia adrenalinica di Dave Abbruzzese con un drumming più articolato e vario – tra il funky e il jazz – qui ispirato a qualcosa di Max Roach che aveva sentito da piccolo.
Il terzo e ultimo vertice del disco è Present Tense: rivalutata di recente grazie al suo utilizzo nel documentario su Michael Jordan The Last Dance, è un’altra ballata introspettiva che sfiora i 6 minuti e ti entra sottopelle lentamente, prima di scatenarsi in una jam session arrembante che si chiude riportandoti a casa con l’arpeggio iniziale. Sia musicalmente che liricamente rappresenta la metafora della nuova vita della band, come un ramo che si contorce per prendere la luce del sole e rimanere in vita: “Vedi il modo in cui si piega quell’albero? / Ti ispira?”.
A contorcersi in No Code non è solo il suono di una band che aveva segnato un genere fin dalla sua nascita, ma anche la voce del suo leader che non voleva più essere scambiato per la voce di una generazione. Se Thom Yorke in Kid A si è nascosto all’interno delle sue stesse canzoni, alterando la voce con il maggior numero di effetti possibili, in No Code Vedder tenta di fare qualcosa di simile, cambiando il suo caratteristico modo di cantare in maniera del tutto analogica: il suo famoso e pluri-imitato “vocione del grunge” viene sostituito da un più ampio repertorio vocale con cui Vedder sussurra, borbotta, gracchia, sbiascica, geme, parla, fa lo scream e accenna lo jodel. Lascia addirittura cantare al chitarrista Stone Gossard la parte solista di Mankind, uno degli ultimi brani in scaletta, che non a caso è una sorta di invettiva contro i primi imitatori del grunge. Quelli che avrebbero poi condotto all’ascesa della cosiddetta scena post-grunge di fine anni ’90, inizio 2000, con band quali Creed, Nickelback, Puddle Of Mudd, Staind, 3 Doors Down, ecc. Il successo in classifica di queste band derivative si spiega forse proprio con la spaccatura-voragine creata dai Pearl Jam di No Code e col fatto che il ‘96 è stato anche l’anno in cui molte altre band della scena (come Soundgarden, Alice In Chains e Screaming Trees) pubblicarono il loro ultimo album. Nella terminologia medica “no code” è un ordine che impone di non praticare la rianimazione cardiopolmonare su un paziente. È noto anche come ordine DNR (Do Not Resuscitate): “Ho pensato che fosse simbolico della situazione in cui ci trovavamo come gruppo” – ha detto Vedder – “se stiamo morendo, lasciateci morire. Non cercate di salvarci. Non vogliamo vivere come vegetali”.
In conclusione, è quindi vero che No Code può essere considerato il KID A del grunge: un disco che ha posto la parola fine al genere in senso stretto, con cui i PJ hanno cercato di intraprendere una nuova strada per sopravvivere al proprio successo, continuando a fare musica senza essere più il centro del mondo. A differenza dei Radiohead ci sono riusciti: da questo punto di vista No Code rappresenta, quindi – ancora oggi – lo splendido e avventuroso “fallimento positivo” dei Pearl Jam.
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