Recensioni

Arrivata al terzo album in studio, Jorja Smith ha capito che era arrivato il momento di unire, finalmente, i binari. In dieci anni di carriera, l’artista britannica è sempre stata in grado di proporre uno stile ben definito, fluttuante tra un r’n’b soffice mischiato a pop e qualche sfumatura jazz, con altri episodi più decisi, spesso al di fuori del proprio progetto. E’ successo ad esempio nell’estate del 2021 con la chicca All of this, passaggio amapiano orchestrato da GuiltyBeatz, ma anche in tempi più recenti con The way i love you, singolo dello scorso anno a forte trazione UK garage particolarmente apprezzato da aficionados e non. Ora con la nuova fatica What are the odds, la nativa di Walsall ha fatto quadrato, pubblicando il lavoro più consistente della sua carriera.
Interamente prodotto da P2J (che aveva già collaborato con la nostra, vedi il banger Little Things), il disco mantiene quell’imprinting vellutato nell’uso della voce ma, allo stesso tempo, rinuncia alle ballad sposando tappeti sonori decisamente più elettronici ed incisivi che si palesano fin da subito nell’ottimo opening For life, probabilmente già peak di tutto il progetto tra 2-step e funky, con tanto di linee orchestrali annesse.
Se è vero che nelle undici tracce rimanenti non si ritrova la stessa perfezione, è altrettanto vero che non si percepisce un vero e proprio calo, con nessun pezzo davvero evitabile e tanti invece godibili: vedi l’afro-house elegantissima di I lied, you lied, la rhumba di Dancing e l’afrobeat di Alive, brano condiviso con Wizkid, unico ospite insieme a Devlin (This city) al netto però di un appiattimento evidente nella seconda parte.
Certo, non può rimanere inosservato che l’operazione schiacci l’occhio anche ad un trend molto in auge in terra d’oltremanica – vedi l’ultimo Emotional Junglist di Nia Archives – ma What the odds rimane un album solido, che proietta l’artista in una direzione che, forse, doveva già prendere tempo addietro.
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