Recensioni

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Stando ai numeri, per i Dinosaur Jr. questo There Near è l’album numero tredici in discografia, e più precisamente il sesto dal 2007, cioè da quando J Mascis, Lou Barlow e Murph hanno ricostituito l’alleanza originale prendendo definitivamente le sembianze di quello che, di fatto, è un legacy act – o, se preferite, un monumento vivente a se stessi (e all’indie rock in generale). Questo significa ulteriori diciannove (!) anni di attività grossomodo celebrativa, a fronte degli appena cinque in formazione storica (più i circa sette della conduzione semi-autarchica a trazione Mascis dei ’90); messa così fa un certo effetto, ma a ben vedere la contabilità è l’unico, veniale effetto collaterale del tempo che passa.

Per noi, forse; dacché per loro, come siamo tutti perfettamente consapevoli, si è congelato già col primo lavoro post-reunion, Beyond, che pareva riprendere senza colpo ferire da dove Bug aveva interrotto, proponendo della sua classica graniticità una formula che non ha davvero senso toccare, se non concedendosi qualche minima variazione sul tema, giocando con l’intensità (I Bet On Sky), magari con la complicità di qualche ospite illustre (il discepolo Kurt Vile nel precedente Sweep It Into Space), comunque tenendo sempre l’ispirazione quel minimo al di sopra della soglia dell’accettabilità.

Tutto questo per dirvi esattamente ciò che vi aspettate, cioè che questi undici nuovi episodi, registrati nel solito Bisquiteen Studio ad Amherst durante l’ultimo anno, non sono che l’ennesimo pretesto per incarnare ancora una volta un’essenza inafferrabile e inimitabile, fatta di pura espressione e suono. Quel suono, così come lo conoscevi e lo ritrovi già nelle prime battute dell’iniziale Several Got Away (stesso tiro del singolo post-reunion Been Here All The Time), o ugualmente nella successiva cavalcata Crazy Horse No Friends o nella melodia esplosiva di Take Me With You; quella mistura di watt, distorsioni, impeto, scazzo e indolenza al servizio di hook semplici ed istantanei, insomma.

L’idea di suono stavolta è talmente centrale che Mascis, mettendo in pratica una massima di Rick Rubin secondo cui bisogna sempre tornare ai suoni del primo disco, ha perseguito procurandosi lo stesso modello di Mesa Boogie adoperato nell’esordio del 1985 (in effetti il timbro perfora timpani degli assoli sembra proprio quello); di conseguenza, sul fronte di approccio e scrittura si viaggia su coordinate più dirette, monolitiche e meno varie rispetto al predecessore, privilegiando alle sfumature l’impatto e l’assalto sonico (eccetto forse il blues in minore di Put It Down e i due contributi d’ufficio a firma Barlow, Blowin’ Up e No One’s Ready, che peraltro presentano nelle liriche gli unici, labili segni di contemporaneità anti-trumpiana).

Dettagli che alla fine non compromettono anzi garantiscono l’esito finale; d’altronde, come un buon piatto cucinato dal vostro chef preferito (o da vostra mamma, che è lo stesso), un disco dei Dinosaur Jr. non si rifiuta mai.

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