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7.3

Nella centrifuga revivalista che caratterizza il pop-rock degli ultimi anni – e che gira forte soprattutto in questo 2026 – tocca anche agli Afghan Whigs cimentarsi con quello che potremmo considerare il vero hard problem contemporaneo: recuperare il passato senza suonare soltanto celebrativi, mantenere la presa sul senso e sul presente – sul senso nel presente – mentre sembrano impegnati a spolverare il monumento a sé stessi. Diciamo subito che la band di Cincinnati ha azzeccato la chiave giusta, dopo aver saputo mantenere alta la temperatura post-reunion (correva l’anno 2011) grazie a quattro album – Do to the Beast (2014), In Spades (2017) e How Do You Burn? (2022) – forse non memorabili però come minimo dignitosi.

Certo, molto si deve al carisma di Greg Dulli, che non ha mai smesso di proporsi come quel tipo poco raccomandabile che conosce il modo per raccontarti una situazione incasinata e spingerla oltre l’orlo del baratro. Comunque: quarant’anni sono passati dalla nascita dei Whigs, ciò significa che in termini di longevità rock possono dirsi arrivati al punto di non doversi più preoccupare di sopravvivere alla propria leggenda. Casomai (altra versione del suddetto hard problem) il punto è capire come continuare a essere gli Afghan Whigs senza trasformarsi in una cover band degli Afghan Whigs.

Soft Control, il loro decimo album, si porta dentro viva e pulsante questa contraddizione, ma dimostra di avere imparato come domarla e metterla all’angolo. Dulli ha oggi 61 anni e sembra aver finalmente raggiunto quella posizione esistenziale che per decenni ha voluto differire: non tanto una sorta di pacificazione, ma una redenzione armata con vista sulle macerie del passato. È questa un’angolazione cruciale per un autore che ha strutturato il proprio linguaggio sulla frizione tra desiderio e colpa, sesso e potere, fede e dannazione. Vale a dire: proprio come il primo Dulli sembrava impegnato a rappresentare il sentimento come la culla di un crimine potenziale, quello di oggi pare più interessato a registrare le conseguenze del danno compiuto, a togliersi dalla linea di tiro del giudizio per calcolare il peso specifico e le ricadute tossiche del tempo (quel malefico bastardo).

Ciò non deve autorizzare a parlare di un ammorbidimento. Gli Afghan Whigs non hanno smesso di essere una band ruvida, sensuale, soul fino al midollo e rock dalla punta delle dita alle capriole nel cervello. Ma hanno smesso di voler fare di ogni inquietudine un ordigno esplosivo. Soft Control vive infatti di una tensione paradossale: è spesso placido, talvolta persino elegante, ma dentro cova ancora quella vecchia materia oscura che ha reso riconoscibile il gruppo fin dagli esordi. La rabbia insomma non è vaporizzata, ma ha imparato a ribollire sotto la superficie, a levigare il furore fino a renderlo – addirittura – accogliente.

Col non trascurabile aiuto di ospiti come Petra Haden (al violino) e Bo Koster dei My Morning Jacket (alle tastiere), il disco mette in fila dieci tracce per appena 37 minuti, che potevano essere molti di più. Pare infatti che il quintetto abbia registrato ben 22 brani, di cui però ha poi fatto una selezione spietata proprio per rispettare la rigorosa asciuttezza che intendeva applicare all’architettura del lavoro. È una scelta, come dire, emblematica: meno esibizione, meno bisogno di occupare spazio sul proscenio e più desiderio di dare un peso al focus espressivo.

Quel che ne esce è (quindi?) una struttura bifronte. La prima parte si impegna a inseguire immediatezza, groove, sensazione, mentre la seconda si ritira verso una dimensione da ascolto notturno, dove impeto ed elettricità fanno un passo di lato lasciando nel cono di luce languori soul e R&B, pianoforte, archi, fiati e insomma una certa idea Americana della malinconia. In tutto questo, gli Afghan Whigs restano del tutto riconoscibili, nella forma certo ma soprattutto nel metodo. La loro musica continua a funzionare proprio perché non hanno mai considerato il soul un genere da citare e il rock uno stile da suonare: entrambi sono casomai e piuttosto materiali con cui costruire un teatro morale, un luogo dove i personaggi arrivano già colpevoli e non si fanno illusioni sulla possibilità di essere assolti.

Ma veniamo ai pezzi: Jungle Roux apre con un groove sinuoso, percussioni e cori femminili, senza premere sul pedale della muscolarità, quasi a voler rassicurare sul fatto che la mano è ben ferma sulla cloche, con una padronanza che può permettersi sottigliezze e freno a mano tirato. Segue quella House of I che al contrario mostra i denti di un riff tipico dei loro (al tempo stesso minaccioso e seduttivo), carburato da un tappeto ritmico tumultuoso, come se volesse gettare gli Stones di Sympathy For The Devil in uno sbattitore ZZ Top. I riferimenti alla semantica di Gentlemen si sprecano, certo, eppure non c’è spazio per qualcosa di definibile come nostalgia, sembra più una memoria muscolare che piega le vibrazioni alle frequenze di un vocabolario inevitabile/incontenibile. 

Già la successiva Duvateen si propone come un vero e proprio centro di gravità dell’album: Dulli si guarda indietro, recupera episodi dell’infanzia, ricordi apparentemente marginali, la scuola, il corpo che cambia, persino il passaggio dal tabacco ai chewing gum alla nicotina (“I want a cigarette/Fuck me twice/I’m bangin nicorette/Such a lonely way to die…”). È un’autobiografia senza monumento, dove la mortalità si posa su tutto come un crepuscolo, divorando la luce proprio come fa il particolare tipo di tessuto a cui allude il titolo. Una canzone di questo tipo è immaginabile senza la voce del Dulli anno 2026? Credo di no. La sua è una voce più matura o – se preferite – più vecchia, certo, ma si porta dentro vivo il processo che le ha consentito di metabolizzare i cedimenti e le imperfezioni, i graffi e le crepe, così come ha imparato come ricaricare la batteria frenando per poi rilasciare l’energia in un boost ringhioso. Quello che ne esce è una ballata tutto sommato semplice nel suo sfoggio di malinconia problematica, ma animata da una turbolenza che non fa prigionieri.

Per chiudere i discorsi a proposito di un lato A al limite del magistrale, bisogna citare quella My Lover che sciorina irruenza sgangherata e torbida come un Nick Cave alla terza bettola della nottata, mentre The Deepest Part of the Darkest Shadow – titolo che la band potrebbe utilizzare come epigrafe di tutto il repertorio – con la sua grammatica di fiati bruniti va a fare due passi nel lato più languido della calligrafia dulliana, declinando il soul in un crudo struggimento folk-rock (quasi fosse la cuginastra adulta di Let Me Lie To You).

Nella seconda parte aumenta se possibile la sensazione di rabbia sottoposta a una sedazione controllata, come pure la capacità di tenersi alla larga dal comfort-rock indistinto che spesso emerge in situazioni simili. L’amore rimane sospetto, la memoria diabolica, la spiritualità un sotterfugio per ipnotizzare la morte, la drittura morale un palliativo altamente raccomandabile ma ingannevole già dopo il secondo bicchiere. Vedi come Mariah Luster va a ciondolare in una dimensione cinematografica e notturna, trafficando con pianoforte, Mellotron, archi e percussioni che mentre dilatano il vecchio impasto Whigs fanno respirare al rock un’aria torrida e insidiosa. 

Discorso simile per una Memphis, Texas che sembra uscire dalla penna dello Steve Wynn imbevuto di noir e desolazione urbana, per non tacere di 77 – ironico upgrade di quella 66 contenuta in 1965? – che giochicchia col fuoco di frenesie popadeliche senza perdere il ghigno minaccioso. Su questo terreno – per così dire – ben apparecchiato si muove sbrigliata Loose Talk, portatrice (in)sana del ritornello più luminoso del disco, carburato da chitarre spinte con un entusiasmo apertamente incendiario: sembrerebbe quasi un tentativo di confezionare un hit, se i Whigs fossero interessati alla pratica.

Subito dopo – e infine – arriva difatti A Simulation, sei minuti e mezzo di sospensione amniotica e mestizia allucinata, pianoforte, Mellotron e archi a pennellare non una dissolvenza ma un lento arretramento dalla scena, come a voler enfatizzare la realtà circostante, quella che di solito sfuggiva all’inquadratura e con cui Dulli – in conseguenza di una presa di coscienza inevitabilmente più ragionata – sa di dover fare i conti.

Tirate le somme, Soft Control è un ottimo lavoro proprio perché suona come il più sereno e al tempo stesso come uno dei più oscuri album dei Whigs. E, aggiungo, uno dei più liberi: libero cioè dalla smania di trasformare ogni ferita in spinta espressiva, ogni inquietudine in una vampa elettrica, ogni ossessione in un tumulto ritmico. Per tutto ciò, contiene una musica più larga e diversamente disinvolta, come se la sua apparente (e comunque parziale) pacificazione fosse la scorza di una condanna dissimulata, un inganno necessario, levigato nota dopo nota. 

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