Recensioni

A tre anni da Fetch, secondo dei due album live finora pubblicati, e a quattro da Horizontal Structures, secondo album in studio, Moritz Von Oswald ritorna in studio con un trio rinnovato e il consueto focus su un sound reiterato, attento tanto alle timbriche quanto ai calibrati innesti.
Al posto di Ripatti, alle percussioni del nuovo episodio troviamo Tony Allen, icona dell’afrobeat, collaboratore di Damon Albarn (e musicista molto attivo anche in proprio), a spostare l’impatto ritmico della tracklist. Passiamo dunque dalla sparse ritmiche di Ripatti a un drumming autenticamente jazz e a nuovi sapori dal continente nero nelle trame del trio, con Loderbauer, al solito, ad aggiungere tocchi space e psych alle tastiere (bazzicati anche con gli Ambiq, che abbiamo recentemente intervistato) e Von Oswald a lavorare in cabina di regia per conferire al sound quell’invisibile ma decisivo tocco su volumi, echi e bassi.
Il mood complessivo del Mortiz Von Oswald Trio si mantiene in rigorosa duttilità, fedele a una precisa idea di spazio e con un perenne lavorio ai fianchi del ritmo. Nelle angolazioni di basso di una Sounding Line 7 vengono in mente certe evoluzioni mutanti della no wave, come anche certe sperimentazioni ambient-etniche di Bill Laswell, citazioni del Brian Eno di My Life In The Bush Of Ghosts o i quartomondismi di Jon Hassell, tutto già ampiamente detto in sede di una precedente recensione assieme all’interessante ascendente esercitato da Miles Davis sull’intero progetto. Coerentemente e differentemente, nei nuovi episodi il trio sviluppa la componente afro jazz, ed è materia trasfigurata, nervosa ma anche evanescente e sinistra, lontana dunque dalla psichedelia ariosa dei precedenti lavori (la più grossa novità sta qui) e distante rispetto al ripensamento delle coordinate techno dub di Vertical Ascent, che a differenza di quest’ultimo – e in parte del precedente – era tutto in 4/4.
Le tracce migliori del lotto sono le più lunghe: i 10 minuti di marcetta percussiva per contrappunti ritmici (che mimano gli hi hat dell’house) di Sounding Line 1 e la più dilatata Spectre, la cui idea di exit music ricorda il Brian Eno di The Drop. Interessante anche quando il trio modella il funk rasandolo a zero (Sounding Line 6) o reimmaginando i 70s (Sounding Line 7), quelli ripescati in ogni salsa africana e non da Strut Records.
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