Recensioni
Quanto si è abusato e quanto ancora si abuserà delle contingenze pandemiche per offrire (da parte di chi li fa) o trovare (da parte di chi ne parla) chiavi di lettura ai dischi; d’altronde questo è il tempo che attraversiamo, questi gli eventi spropositati, imprevisti, drammatici ma anche ontologicamente stimolanti da un punto di vista creativo. Il disco che Eli Keszler ha pubblicato per la LuckyMe, inserendosi nel medesimo contesto, ha come ulteriori motivi di interesse tutto l’hype creato dai precedenti lavori e, soprattutto, la curiosità di conoscere in che modo la sua musica molto legata allo spazio e ai luoghi abbia impattato con le restrizioni e i confinamenti. Ce lo racconta lui stesso, in sede di presentazione: Icons è nato nelle notti di una Manhattan sigillata e silenziosa, una città che ha costretto Keszler a un’immobilità inedita (dice che erano anni che non restava nello stesso posto per più di un paio di settimane).
Di tutto il bello e il buono che su di lui si è detto (e sulle nostre pagine nelle due recensioni dei precedenti dischi ne trovate esempio, oltre a una biografia minima che aiuta a incorniciare l’artista) questo album conserva soltanto residui frammentati. Quasi come fossero venuti meno i pretesti ispiratori del suo drumming, Keszler restituisce in questo lavoro un’atmosfera più compassata seppur non carente del tutto di tensioni. Increspature che si manifestano non tanto sul consueto piano (poli)ritmico e corporeo, quanto piuttosto come lampi (o sirene) che illuminano un paesaggio altrimenti meditabondo come mai prima.
Sono le strade piovose, brulicanti ma quasi mute e retro-futuriste di Blade Runner quelle che percorriamo (All The Mornings in the World) per raggiungere un jazz club immaginario dove non ci sono assoli ma soltanto divagazioni, in perenne espansione, ognuna irrimediabilmente a tirare dalla propria parte (The Accident è un gustoso downtempo – lui sì – bello movimentato sulle pelli ma al tempo stesso mellifluo e perturbato). Nel lavorare di lima che è questo disco, in cui contemporaneamente si semplifica l’anima parossistica e anche primitiva del percuotere come atto e si aggiungono strati di narrativa melodica, quel che risulta è una colonna sonora vera e propria di un presente che è sì universale, ma ha tutta l’aria di essere anche un esercizio quasi esorcistico delle preoccupazioni, delle inquietudini, della realtà personale attraversata da Keszler, che infatti si insinua qua e là, lo dicevamo, sotto forma ad esempio del vociare indistinto nascosto tra ritmi analogici e sintetici (Static doesn’t exist).
Icons, in definitiva, segna un parziale cambio di vocabolario, più vicino all’ambient che al free jazz cosmico e sperimentale a cui ci aveva abituati il percussionista statunitense. Un linguaggio che sotto molti aspetti è più comprensibile rispetto al passato, ma che sacrifica non poco proprio quell’istintualità imprevedibile, cifra stilistica tutt’altro che arida o meno interessante. Keszler si dimostra dunque senz’altro ancora prolifico e curioso, ma sulla lunga distanza perde mordente, appiattendosi (con le dovute virgolette) forse eccessivamente su un impressionismo ridondante. Resta un ascolto, come mai prima, piacevole: ma, ecco, è proprio la sfidante difficoltà delle sue precedenti prove che, finita la tracklist, ci troviamo a rimpiangere.
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