Recensioni

La storia di Maccio Capatonda, al secolo Marcello Macchia, non inizia dalla sua partecipazione ai programmi della Gialappa (Mai dire…), bensì, come da lui stesso raccontato più volte, da quando vide per la prima volta al buio di una cinematografica a 7 anni Ritorno al futuro. La folgorazione fu talmente potente che il piccolo Marcello portò i genitore a rivedere quel film altre due volte. Era il 1985 e l’unico modo per rivedere un film era al cinema (quando ancora in programmazione). L’alternativa era aspettare la sua uscita in home video (un tempo per questo passaggio bisognava aspettare anni) o un suo passaggio in chiaro in televisione. Il Marcello Macchia di 10 anni aspettò la messa in onda del cult di Robert Zemeckis con Michael J. Fox per registrarlo in VHS e riguardarlo tutte volte che voleva (pare una volta al giorno per più di un anno). La visione di quel ragazzo rimasto intrappolato nell’epoca in cui i suoi genitori avevano la sua stessa età grazie o per colpa di una DeLorean fu la scintilla che scatenò in Marcello il desiderio di voler appartenere a quel mondo, il mondo del cinema.
Negli anni, matura anche la passione per il cinema horror e si diletta nella realizzazione di film amatoriali con gli amici, ma pare riuscisse a ottenere involontariamente un effetto comico anziché procurare terrore negli spettatori. Inizia così a realizzare finti reality (nell’epoca in cui il fenomeno esplose e si diffuse a macchia d’olio su ogni rete televisiva) e la costruzione di alcuni personaggi e macchiette che avrebbero contraddistinto anche il suo esordio nella squadra della Gialappa’s Band, con figure quali Maccio Capatonda o Mariottide. Nascono anche i finti trailer, nei quali Maccio (che ormai ha assunto il nome d’arte del suo personaggio) critica sia la tendenza tipicamente americane nel fabbricare trailer stupefacenti anche per i film più innocui, sia le più dissacranti abitudini dell’italiano medio (proprio il finto trailer di Italiano medio diventerà lo spunto per il suo esordio alla regia nel 2015).
Come molti grandi comici usciti dallo spogliatoio della Gialappa (pensiamo ad Aldo, Giovanni e Giacomo, Fabio De Luigi, Paola Cortellesi) i tempi sono maturi per un passaggio alla sala cinematografica ma anche a causa del successo della precedente serie Mario, il nostro fatica a scrollarsi di dosso le macchiette e le gag che lo hanno reso popolare fino a quel momento. Anche la seconda regia, Omicidio all’italiana, dove stavolta l’oggetto della critica è certa becera tv del dolore, vedono protagonisti i fratelli Peluria, già portati al successo negli sketch televisivi. In questo senso, Il migliore dei mondi è – come già era stato Chiedimi se sono felice per AGG – il primo vero film di Maccio Capatonda slegato dalla schematicità di quei personaggi che lo avevano caratterizzato in precedenza.
Ennio Storto è un esperto di tecnologia che recensisce prodotti in streaming e la cui vita è perfettamente organizzata dalle tecnologie più all’avanguardia. Ha una casa completamente automatizzata, si appoggia totalmente al navigatore quando è al volante, alle app di incontri per la vita sessuale e per ogni nuova esperienza calcola una precisa percentuale di rischio. La sua realtà, però, va in frantumi quando a causa di un cortocircuito si ritrova catapultato in un 2023 alternativo in cui la tecnologia si è fermata al 1999, l’anno del Millennium Bug. Da quel momento in poi, ogni avanzamento tecnologico è stato messo al bando: non esistono navigatori, non esistono smartphone né tantomeno app di incontri. C’è ancora internet, ma è ferma ancora al sistema dei vecchi modem a 56k. Ennio scoprirà così che un mondo più analogico non è poi così male come pensava, anche se non rinuncerà a tornare alla sua realtà.
Ancora prima che essere molto divertente, per trovate narrative, battute e situazioni (pura genialità il fatto che il fratello di Ennio, Alfredo, interpretato da Pietro Sermonti, sia “disgestico”), Il migliore dei mondi è senza dubbio un bel film di fantascienza, dove alla trovata che dà il via alla narrazione viene aggiunta una sana dose di riflessioni su una realtà che ogni giorno ci vede immersi – chi più, chi meno – nella tecnologia e senza per questo rinunciare minimamente (ed è una gradita novità) al gusto per scene d’azione dosate e messe al posto giusto per tenere fede a quell’entertainment figlio (o nipote) proprio di un cult come il Ritorno al futuro di cui parlavamo poc’anzi.
Il film è anche la perfetta sintesi della comicità “weird” e surreale del suo autore. L’Ennio Storto di Maccio non uscirà da questa storia con un odio verso la società iper-tecnologica odierna, poiché ne fa pienamente parte (e d’altronde è anche un pensiero dello stesso Maccio Capatonda, che senza quel tipo di tecnologia non sarebbe mai emerso), e va pure alla ricerca di quella persona che pensa abbia tutte le risposte per farlo tornare indietro (in una sequenza che parodizza il finale di Yesterday di Danny Boyle), bensì con una comprensione di quanto l’uomo possa sempre intervenire per bloccare certe derive fin troppo distopiche di una vita sempre più dominata da algoritmi. Il tutto agevolato da una storia sentimentale perfettamente inserita nella narrazione e mai posticcia (un plauso va alla giovanissima Martina Gatti, una vera scoperta).
Allora, il migliore dei mondi non è né quello in cui la vita degli essere umani appare come perfettamente programmata né quello in cui una società liquida e digitale debba essere considerata il male assoluto; il migliore dei mondi è quello in cui l’umanità di ognuno di noi emergerà sempre per interrogarsi sui vantaggi e i pericoli di ogni avanzamento, in cui il dubbio non limiterà le nostre scelte future ma sarà in grado di agevolarle con una maggiore consapevolezza di dove ci stiamo dirigendo in qualità di specie.
Amazon
