Recensioni

È una verità universalmente riconosciuta che ogni donna ha avuto una Barbie da bambina (citazione a Orgoglio & Pregiudizio voluta, ci torneremo). Le ha collezionate, ci ha giocato fino allo sfinimento, o magari ha rifiutato di averne una. Anche il solo fatto di aver detto “no” alle Barbie, o di averne ricevuta una in regalo e di averla abbandonata, ha avuto un significato nella sua vita. È proprio questo il punto di partenza di Barbie, la pellicola con cui Greta Gerwig ci porta nel mondo colorato, zuccheroso, magnificamente pop di Barbieland. Un luogo dove le Barbie sono le leader assolute, occupano posti di potere, vincono Premi Nobel e i Ken sono solo…Ken. Accessori. La protagonista (Margot Robbie), tuttavia, sente qualcosa spezzarsi dentro di sé. Qualcosa che la porterà fuori da quel mondo fatato.
Partiamo da un presupposto: parlare di questo film dovrebbe essere facilissimo. Eppure non lo è, perché mentre in sala la gente ride e applaude, online il discorso si polarizza. Barbie non ha la pretesa né di essere il nuovo manifesto femminista, né di darsi un tono autoriale (per quanto in sceneggiatura troviamo due pezzi da novanta, ovvero Gerwig e Noah Baumbach). Anzi, il film è a prova di idiota, nel senso che urla a caratteri cubitali ciò che vuole trasmettere, lo ripete continuamente, anche in maniera didascalica. Viene il dubbio, dunque, che chi ci trovi un sottotesto anti-maschio o si senta offeso dalla rappresentazione dei Ken, o che in generale pensi che il film mandi dei messaggi sbagliati lo faccia in cattiva fede. Aggiungici pure che una pellicola diretta da una donna, di questi tempi, non può concedersi il lusso di essere una cosa frivola, divertente, con un messaggio profondo sì ma che scelga di aprirsi alle masse, un film di una major come tanti altri insomma, senza che si porti con sé il peso di dover essere per forza qualcosa di più, di avere chissà quale missione.
Barbie, come già scritto, non è un film perfetto. Sceglie di giocare secondo le regole di Barbieland, ossia puntando su una comicità slapstick, su dialoghi semplici (come se fossero filtrati dalla mente di una bambina che in quel momento sta effettivamente giocando con le bambole), buttandosi a capofitto nell’intento pedagogico nonostante la pellicola non sia proprio per i più piccoli. Il problema non è tanto il suo essere didascalico, ma in alcuni passaggi che a volte sono frettolosi o non approfonditi a dovere.
Un esempio lampante è Sasha, l’adolescente umana (lei e le sue amiche sono un rimando alle competitor Bratz) che rifiuta il modello capitalista e patriarcale alla base del mondo di Barbie e dà della fascista alla protagonista; nel giro di poco, pochissimo, ne viene sedotta senza che vi sia un arco narrativo (una dialettica, uno scontro) a giustificarlo. Altrettanto velocemente si risolve la diatriba finale e il dissidio interiore di Ken, il cui ruolo è fondamentale nella storia nonostante il suo carattere accessorio e Barbie-dipendente.
Il Ken di Ryan Gosling merita tutte le lodi del caso: attore incredibile, divertentissimo, perfettamente calato nella parte anche nella comica performance di Just Ken in cui si prende gioco di boy band e, in particolare, NSYNC. A differenza di quel che si possa pensare, grazie a Ken questo film parla tanto alle donne quanto agli uomini: la sua crisi di identità è una crisi della mascolinità odierna, degli uomini cresciuti – negli USA in particolare – in quello che è tuttora un Man’s Man’s Man’s World ma che hanno imparato, o meglio stanno imparando, ad essere consapevoli di tutto questo. Gerwig ricorre ancora una volta al formulaico scegliendo dei simboli fissi che tornano praticamente per tutta la metà del secondo film, come i cavalli e le birre.
Non a caso a Ken basta sfogliare qualche libro e osservare di sfuggita il mondo reale, tra uomini che fanno catcalling, soldi, muscoli e tutta una serie di immagini che si rifanno all’immaginario degli anni ’90. Le atmosfere di questo decennio pervadono tutto il film, non solo per gli outfit o la musica degli Aqua ma soprattutto perché è in quegli anni che i giovani adulti, gli uomini di oggi, sono cresciuti e hanno assimilato pratiche sociali e costrutti mentali, e questo implica tutta una serie di istanze politiche. Se il film fosse stato ambientato in Italia, al posto del presidente Clinton sarebbe apparso Silvio Berlusconi, per intenderci.
Ma il centro di Barbieland, il centro della storia, alla fine, restano loro: le Barbie, le donne. E chi sono queste donne? La regista cerca di essere il più intersezionale possibile ricorrendo, ancora una volta, al linguaggio della Mattel stessa, ossia sfruttando i vari tipi di bambole messe in commercio dalla sua nascita. La carrellata presentata è una gioia per “i nerd” del mondo Barbie: modelli fuori commercio, modelli storici e meno conosciuti, edizioni limitate. Un esempio tra tutti è Allan, il miglior amico di Ken, messo fuori produzione (interpretato da Michael Cera). È tornato poi negli anni ’90 come marito di Midge (nel film, la “Barbie incinta”).
Insomma, la platea di Barbieland è vasta, ma per la sua protagonista Gerwig ha scelto la più classica di tutte, la Barbie Stereotipo. Sulla bambola più “neutra” è più facile dipingere le piccoli crisi che Barbie si ritrova ad affrontare, del resto. Crisi che, anche stavolta, hanno una formula: Barbie depressa che scrolla sette ore su Instagram e guarda Orgoglio e pregiudizio della BBC, Barbie pensieri di morte, Barbie cellulite ecc. E se lei è la più pura delle Barbie, ancora più facile è veicolare attraverso di lei i messaggi che il film vuole trasmettere, sottolineati anche dai commenti fuori campo della narratrice Helen Mirren, in uno stile che avvicina il film un po’ al Non ho mai… di Netflix.
Se non è bastato ripetere le stesse formule all’interno del film, Gerwig aggiunge benzina sul fuoco con il monologo finale di Gloria (America Ferrera), che deve aiutare le Barbie a riprendersi dal delirio collettivo che è diventato “KenDom”, il regno di Ken, un Ritorno al futuro – Parte II in cui i ruoli tra Barbie e Ken si sono ribaltati. Messaggi chiari, già ripetuti nel corso del film. Forse il meno riuscito dei monologhi delle pellicole di Gerwig (come quello di Piccole Donne, per citarne solo uno),ma comunque trascinante. Da quel punto in poi la trama preme sull’acceleratore e forse la cosa si risolve troppo in fretta, ed anche la dinamica potrebbe sembrare un po’ sbrigativa ma nasconde comunque un messaggio molto bello.
Tutte le Barbie, infatti, scoprono che incitando le proprie compagne con monologhi femministi, si “risvegliano” e capiscono la trappola in cui sono cadute, e così vanno a soccorrere altre bambole. Il senso è che il percorso femminista è un percorso di autocoscienza, intimamente politico, che non può essere fatto da sole, ma va fatto in rete, in dialogo, anche in conflitto con le altre donne come nel caso dello scontro generazionale tra Sasha e Gloria. Il senso è che noi donne, senza le altre donne, non siamo niente e, al contempo, siamo tutte “just Barbie”, senza un Ken o una società che ci normi e definisca, da fuori. “Just Barbie” che, nel mondo reale, non sappiamo per cosa siamo state fatte. What Was I Made For?, si domanda infatti Billie Eilish nella canzone che a quel punto del film parte in sottofondo.
Barbie non sarebbe mai arrivata alla sua evoluzione senza il confronto con loro ma soprattutto con Ruth Handler, la creatrice della Barbie, un momento coronato da un montaggio di videoclip di vita vera (appartenenti alle donne della crew del film) con bambine, madri, zie, nonne, sorelle, amiche insieme nei momenti più semplici della vita. Forse il momento più emozionante della pellicola.
I momenti tristi o commoventi rappresentano però solo delle digressioni in un film che vuole soprattutto far ridere, proponendo anche una satira pungente come nel caso della dirigenza Mattel, composta (guarda caso) da soli uomini, ispirata alla filmografia di John Landis e alle commedie degli anni ’80. L’ironia è nelle espressioni di Ryan Gosling, negli scambi veloci, nei protagonisti che scoprono le contraddizioni del mondo reale con l’ingenuità di un bambino. Ancora, Gerwig cita e si prende gioco dei film che, nell’immaginario dell’Internet, appartengono alla categoria “bro” (ovvero i super classici di una cinematografia prettamente “maschia”), quali 2001: Odissea nello spazio e Il padrino. Le citazioni sono anche il modo che il film ha di essere estremamente pop, al di là della musica, della moda, ecc.
E in tutto questo, dov’è la voce di Greta Gerwig? È nel racconto di formazione, nella donna in cerca della propria identità (cosa che segna praticamente tutta la sua filmografia, sia come regista che come sceneggiatrice), nell’attenzione alla regia, alla scenografia, alla fotografia che rubano a mani basse dall’immaginario di Jacques Demy (Les demoiselles de Rochefort e Les Parapluies de Cherbourg soprattutto).
E cosa resta di questa esperienza? Perché sì, Barbie non è solo un film. Barbie è anche la campagna pubblicitaria martellante, l’aver svelato molte clip in anticipo, una mossa che, inevitabilmente, ha rovinato la visione. Ma tante altre cose belle non erano mai state mostrate, per fortuna. Barbie è l’arrivare in una sala completamente piena, a luglio, entusiasta e vestita di rosa. È da ipocriti veicolare messaggi femministi in un blockbuster frutto del capitalismo più sfrenato?
La verità è che al sistema in cui viviamo non possiamo sottrarci, ben venga chi sfrutta le regole del gioco per raccontare cose buone (non rivoluzionarie, ma buone). Sono questi i prodotti che, in fondo, contribuiscono a tenere in piedi un’industria mal messa, ma che oltre ai film per le masse come un Marvel o DC sa produrre pellicole che certi messaggi li approfondiscono anche meglio, ma non sono accessibili a tutti. Sarebbe bello vivere in un mondo dove i film di Mia Hansen-Løve arrivano anche in provincia, ma purtroppo così non è, e questo non è un mondo di soli cinefili. Per fortuna.
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