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Quando, nel 1977, Ettore Scola si intrufolò all’interno di un caseggiato popolare nei primi minuti de Una giornata particolare, lo fece in maniera lenta, calibrata, mostrandoci i dettagli della casa della protagonista, il risveglio della famiglia, le prime faccende domestiche, la colazione, tutti quei riti che, nella loro semplicità, sanno raccontare tantissimo: la gerarchia familiare, i ruoli di potere che da un nucleo intimo sono trasferibili su un piano sociale più grande, gli usi e costumi di un’epoca lontana. Forse Paola Cortellesi aveva in mente la sua lezione quando ha girato il primo atto di C’è ancora domani, l’opera prima dell’attrice romana che ha tutto l’entusiasmo di un debutto cinematografico.

L’ambientazione è simile: le vicende del film di Scola prendono luogo nella Roma fascista, quelle della Cortellesi nella capitale alla vigilia del referendum costituzionale. Ciò che cambia, però, è l’immediata entrata in scena, con la quale Cortellesi intende mettere subito le cose in chiaro: nonostante il bianco e nero e il contesto di povertà, il suo film non vuole essere una mera imitazione dei maestri neorealisti, ma qualcosa di più. Un film “fa ridere ma anche riflettere”, per usare un nostro luogo comune cinematografico. Infatti Delia (interpretata da Paola Cortellesi stessa), al risveglio riceve come prima cosa uno schiaffo immotivato dal marito (Ivano, Valerio Mastandrea), più per routine che per altro. Un inizio d’impatto, dunque, il cui effetto però non è drammatico.

Sarà l’unico schiaffo che vedremo per davvero, perché tutti gli altri episodi di violenza saranno mascherati da dei passi a due su note romantiche degli anni ’40 e ’50. È questo il tema portante del film: la violenza domestica che Delia soffre come moglie, la preoccupazione che sua figlia possa affrontare lo stesso destino. Ma anche il diritto alla studio, le piccole e grandi libertà conquistate dalle donne nel corso della storia. Il tutto raccontato con uno spirito moderno e buffo, che cerca di alleviare la drammaticità del personaggio di Delia ma senza renderlo ridicolo.

Quello di C’è ancora domani è un microcosmo di maschere e caricature, in cui ognuno gioca un ruolo ben definito: la figlia maggiore insofferente, il suocero burbero e volgare, il marito orco, le vicine chiassose, l’amica del mercato e così via. Ad essere caricaturali sono soprattutto gli uomini, in particolare il marito-padrone, e ciò forse non è il risultato di una scrittura pigra, ma una scelta ben precisa: se da un lato emerge che anche lui è “vittima”, in un certo senso, dell’educazione di un uomo ben radicato nella cultura patriarcale, dall’altro è chiaro che l’interesse di Paola Cortellesi non è esplorare le radici di una violenza sistemica, ma i suoi effetti. È porre l’attenzione sulle vittime, insomma. E, a ben pensarci, è anche il modo di evitare un approccio che, al netto dello spirito leggero del film, rischierebbe di rendere Ivano una figura quasi simpatica. Questo pericolo è largamente evitato, perché il personaggio di Mastandrea ne esce fuori come un uomo sentimentalmente analfabeta e fuori controllo, come l’ostacolo che l’eroina deve superare verso la sua meta finale. E qual è questa meta? (Attenzione, seguono spoiler).

Ad un certo punto, Delia riceve una misteriosa lettera. Chi è il mittente o di cosa si tratta resterà un mistero fino alla fine del film, quando, tra ostacoli e amori platonici pronti a partire per il Nord (Nino, il dolce meccanico con cui condivide una barretta di cioccolata) finalmente scopriamo di cosa si tratta: dopo averci lasciato intendere, sottilmente, che Delia stava tentando la sua fuga, in realtà la protagonista voleva semplicemente andare a votare. Per la prima volta nella storia, infatti, le donne sono chiamate alle urne per scegliere tra la monarchia e la repubblica. Nella sequenza finale, quando Delia viene scoperta dal marito dopo aver votato, un momento musicale dà piena dignità all’importanza di quel momento, al senso di sorellanza tra tutte le donne presenti, alla voglia di rivalsa che no, non porta definitivamente via Delia da quella prigione domestica (o almeno, noi non lo vediamo). Ma il senso di vincita c’è comunque, per fortuna. In questo senso, sarebbe stupido criticare il film perché politicamente non radicale: è vero, non aggiunge nulla di nuovo a ciò che sappiamo noi gente del ventunesimo secolo, ma bisogna contestualizzare il periodo storico. Ahimè, non è bastato il diritto al voto per liberarci dell’oppressione delle donne. Parafrasando una famosa citazione: è un piccolo passo per la donna, un grande passo per l’umanità.

Il plot twist finale, l’emozione delle donne al voto, i rossetti che sporcano le schede elettorali: la chiusura di C’è ancora domani fa dimenticare quei momenti con un pizzico di frettolosa retorica che rende imperfetto il film,  come l’escamotage del soldato americano che aiuta Delia a fermare il matrimonio della figlia, Marcella. La ragazza è infatti fidanzata con Giulio, giovane rampollo di una famiglia benestante, ma se c’è una riflessione ricorrente nel film è proprio questa: il sessismo trascende la classe sociale, possono cambiare le forme di potere che si esercitano sulle donne (economico, fisico…) ma non cambia il fatto che si tratta di un fenomeno sistemico. Delia capisce subito infatti che Giulio, una specie di Solara di ferrantiana memoria, non è poi così diverso da Ivano, e che la figlia andrebbe incontro a un matrimonio simile al suo, in cui verrebbe regolarmente vessata e umiliata. E così chiede aiuto a un soldato americano, nero, che mette una bomba nel bar di famiglia di Giulio. Loro perdono tutto, Ivano fa cancellare il matrimonio: tutto risolto in un minuto.

Come già scritto, C’è ancora domani ha tutto l’entusiasmo di un’opera prima (ingenuità comprese), tra ispirazioni artistiche e voglia di giocare con diversi linguaggi cinematografici. Leggero e commovente, una ricetta di evidente successo, visto i numeri impressionanti al box office. Il segno, questo, che forse il pubblico italiano non vuole solo “staccare” al cinema: c’è ancora tanto bisogno di commozione, e di belle storie al femminile.

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