Recensioni

Tra i tanti motivi che hanno portato Master of Puppets qui con la nomea di album fondamentale del metal tutto, ne sceglieremmo almeno tre. Partiamo dai fattori contingenti e commerciali, ovvero il fatto che nel 1986, in ambito estremo, esisteva solo il thrash metal. La N.W.O.B.H.M. era ormai metabolizzata e in quell’anno dava alle stampe album tutt’altro che indimenticabili come Turbo dei Judas Priest o il discreto ma non troppo Orgasmatron dei Motörhead, nel quale tra l’altro pare essere stato immortalato anche il buon Lars Ulrich mentre vomita su se stesso. Lo ha dichiarato lo stesso Ulrich, noi nelle foto non l’abbiamo visto, ma andiamo avanti. L’hardcore punk? Finish: nell’86 salutano e si sciolgono i Black Flag e di lì a poco anche Discharge, tanto per citare due pesi massimi. Il black metal? Beh nel 1985 esce The return… dei Bathory, il primo vero disco black, ma ancora non c’è traccia di nuove ondate alle porte. Il grunge e il post harcore? Ancora troppo presto. In Inghilterra covano i Napalm Death ma Scum è del 1987. Dunque nel 1986 abbiamo i seguenti titoli: i Metallica con Master of Puppets, gli Slayer con Reign in Blood, i Megadeth con Peace Sells… But Who’s Buying? e mettiamoci pure i Kreator con Pleasure to Kill. Qualsiasi ipotetica concorrenza è spazzata via 100 a 1, con relativi vantaggi in termini di visibilità mediatica.
Il punto due invece è che Master of Puppets non è semplicemente un disco thrash, soprattutto se confrontato con Reign in blood. Ci sono due visioni che non sembrano nemmeno lontane parenti: gli Slayer hanno ancora un legame forte con la violenza dell’harcore punk, sono molto più dritti e aggressivi, i minutaggi sono sempre sulla soglia dei due o tre minuti, in definitiva loro sono l’estremo. I Metallica invece avevano già abbandonato quel tipo di approccio dopo Kill ‘em All. Non è un caso che proprio nel 1986 Hetfield e Burton diano vita agli Spastik Children, band hardcore punk che non registrò mai niente e fece solo qualche concerto, ma indicatrice di come quel tipo di energia meritasse già uno spazio altro rispetto ai Metallica. Certo rimangono le cavalcate speed, ma l’aggressività è molto più ragionata e strutturata: Ulrich non sembra nemmeno lo stesso batterista di Kill’em All, tanto cambia stile o meglio tanto impara a suonare la batteria, stessa cosa per la voce e i riff di Hetfield, che riprendono e ampliano le suggestioni di Ride the Lightning. Cambi di tempo, poliritmie, continui stop & go, assoli e riff complicati in cui si cimenteranno tutti quelli che nei Novanta avranno una chitarra, perché in fondo Master of Puppets diventa metal a tutto tondo e quindi anche metal da camera: c’è il gusto per il tecnicismo da provare e riprovare, l’headbanging autistico e quel minimo di orecchiabilità rock non ancora sbrodolata dalle tentazioni di MTV.
Terza questione: Master of Puppets è il cuore della loro produzione e della loro carriera. C’è chi dice che i Metallica siano morti dopo Kill’em all (gli oltranzisti), chi con il Black Album, chi con Load. Giusto, in fondo tutto dipende dalla scala di rock a cui uno appartiene, perché per un certo periodo di tempo i Four Horsemen hanno goduto un processo evolutivo costante: non si trova un album uguale, da Kill’em All a Load, l’ultimo in cui i quattro provano a stare un passo avanti al loro pubblico, anche se in direzione easy money. Però è innegabile che il loro marchio di fabbrica si forma in questo periodo, quello che parte dal trittico-capolavoro Ride the Lightning, From Whom the Bells Tool e Fade to Black del precedente Ride The Lightning, fino a Master of Puppets e il gemello …And Justice For All, che esalta ancora di più il tecnicismo di cui sopra con derivazioni prog. In più, come se non bastasse, c’è anche la morte di Cliff Burton a suggellare una sorta di prima e dopo, il bassista che qui ha scritto metà del disco e che con la sua dipartita, durante il tour di Master of Puppets, ha spaccato la discografia dei Metallica in modo molto più netto di quanto fece l’uscita di Dave Mustaine. Ma occhio a non fermarvi troppo sulle sempre puntuali timeline di wikipedia: quello che conta veramente è che qui hanno suonato generazioni e generazioni, senza tante distinzioni di genere.
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