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5.6

Nel film di Wolfgang Becker, Goodbye Lenin, una donna, che aveva vissuto con convinzione ed entusiasmo le idee politiche della DDR, si risveglia dal coma dopo un bel po’ di anni, ritrovandosi, a seguito della caduta del muro di Berlino, in uno Stato completamente diverso, nel quale non si riconosce per niente. Mettiamo il caso che la stessa cosa succeda ad un metallaro convinto, un thrasher della prima ora, cresciuto a pane, Slayer, Metallica e Anthrax, che, dopo vent’anni di coma e ancora con il ricordo di dischi monumentali della sua band preferita, come Master Of Puppets e …And Justice For All, si risvegli e si ritrovi tra le mani Death Magnetics. A parte la comprensibile fatica a far funzionare il lettore cd (per lui, abituato ancora al vecchio vinile), probabilmente non resterebbe sconvolto e sconcertato, come la protagonista del film di Becker, da vent’anni di cambiamenti musicali. Anzi, forse dopo un po’ di sudore freddo, nell’attesa di un impatto traumatico con i nuovi Metallica (conservatore com’è), ne sarebbe anche confortato, sentendo di non essersi poi perso molto. Almeno per una decina di minuti, salvo poi ricredersi e cominciare a tremare, realizzando più concretamente il passaggio del tempo e toccando con mano la decadenza, improvvisamente concreta e reale, di uno dei suoi miti indiscutibili.

Lasciando da parte il nostro metallaro sconvolto, credo che anche i metallofili meno radicali e più critici avrebbero pressappoco la stessa reazione a quest’ultimo lavoro di Hatfield e compagni, che, un po’ per necessità revivalistiche e un po’ per riparare ai danni fatti negli ultimi anni dopo il Black Album, hanno deciso di cambiare rotta e tornare, almeno sulla carta, ai fasti di una volta, chiamando in camera di regia Rick Rubin (il celebre produttore di album già “storici” come di Reign In Blood degli Slayer, Blood Sugar Sex Magik  dei Red Hot Chili Peppers e Licensed To Ill dei Beastie Boys), uno che dei “gloriosi tempi andati” del thrash metal ne sa abbastanza. E la sua mano è fondamentale a rendere concreto questo malinconico tuffo nel passato, già abbastanza lontano, dell’apice creativo della band. In Death Magnetic ci sono tutti gli ingredienti che, verso il finire degli anni ’80 diedero vita a quella sorta di prog-thrash che ancora adesso, nonostante quindici anni di passi falsi, continua a rappresentare il Metallica-sound per eccellenza: brani lunghi e dalla struttura complessa, costanti variazioni ritmiche, riff di chitarra graffiati e dilatati, batteria alternativamente veloce come ai tempi degli esordi e lenta ai limiti del doom.

Ma anche il supposto passo indietro revivalistico è un fuoco di paglia, che si spegne dopo i primi due brani della tracklist, affogando in ballatone noiosissime, ancora legate agli schemi di Fade To Black (The Day That Never Comes) e grottesche riproposizioni (The Unforgiven III !), per poi tornare a salvare la baracca dei ricordi con brani che non avrebbero sfigurato come outtakes ripescate dopo vent’anni (Cyanide; Suicide & Redemption; The Judas Kiss), ma che, in quanto brani “nuovi” (cioè letteralmente e unicamente, di recente composizione), assumono il sapore della farsa.

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