Recensioni

6.5

Anno 1996; tranquillamente seduto sul divano, accendo MTV prima di coricarmi: mi appaiono dei personaggi che non mi sono nuovi. Non riesco a capire chi siano, hanno capelli corti e smalto alle unghie nero. Potrebbero sembrare uno di questi gruppetti alla Placebo, un po’ wave un po’ emo-paraculi, ma la voce mi dice e mi ricorda ben altro. Appare il nome in sovraimpressione e costoro sono i Metallica, e la canzone è Until it sleeps. Eh sì, durante l’era Load i Metallica erano praticamente un gruppo post grunge, o comunque tendente a quelle lande (all’epoca ammettevano candidamente di essere anche fan degli Oasis), addirittura più leggeri dei già edulcorati Therapy?. Addio chiome fluenti, addio suoni duri, addio tutto: per molti in quel momento i Metallica sono definitivamente morti e sepolti. Certamente l’impressione è quella di un declino inesorabile: una band che ha fatto la storia di un genere innovativo prima inesistente in natura, il thrash metal, torna indietro di mille anni a un hard rock incartapecorito che strizza l’occhio alle nuove tendenze alternative di facile e largo consumo. I diretti interessati si difendono parlando di “sperimentazione”, “evoluzione”: senza dubbio il cambiamento è stato netto e forse anche telefonato, ma dello spirito dei Metallica non è rimasto quasi nulla. Anzi, non proprio netto: perché l’inizio della fine è probabilmente nascosto sotto la copertina nera di quello che è l’album della discordia, quello che ha rappresentato un giro di boa: l’omonimo Metallica del 1991.

Ora, parlare di questo disco oggi è fin troppo facile: trovargli le magagne è inevitabile, visto il tempo che passa, così com’è anche facile dargli il merito di aver sdoganato un genere per renderlo a tutti gli effetti mainstream. Sempre se merito vogliamo chiamarlo: perché è vero che fare discorsi di nicchia non è sempre costruttivo, ma la normalizzazione (quando si tratta di generi, attitudini, ecc.) non è mai augurabile a nessuno, pena l’annientamento dell’individuo. A causa della sua copertina venne presto battezzato come Black Album: beh sappiamo che l’unico vero Black album è quello di Prince e che, in realtà, il disco presentava sulla cover dei simboli, tra i quali quello di una delle prime bandiere degli Stati Uniti. Ovvero un serpente a sonagli (anzi i sonagli non si vedono, forse per ammorbidire il concetto) con sotto scritto Don’t tread on me, che è anche il titolo di una canzone del disco: simbolo che caratterizza anche alcuni movimenti di estrema destra americani e che rappresenta comunque – anche non volendo – una svolta nazional/campanilista dei Nostri.

I Metallica realizzano il sogno del self made man americano, che prima critica aspramente un sistema che di fatto nega l’umanità altrui, ma soprattutto ne nega l’autodeterminazione, poi però nel sistema cade con tutte le scarpe: perché in certi soggetti la libertà può tranquillamente essere confusa con il successo personale. E infatti una volta che la band assapora la meraviglia di essere amata, di girare in tour in un’America che gli apre le porte e gli dà grosse pacche sulle spalle, chiaramente trasfigurata dai loro occhi iniettati di ambizione, ecco che tutto l’apparato politico di …And justice for all, tutta quella giusta accusa al sistema, si trasforma in versi come «Se vuoi la pace sii pronto per la guerra», che cozzano duramente con cose di vecchia data come Fight fire with fire.

I Metallica vogliono essere musicalmente più semplici, asserendo, a posteriori, che non avevano alcuna intenzione di strizzare l’occhio alla radiofonia quanto cercare di cambiare: ma questa presa di posizione (anche ingenua) su un’identità nazionale di balocchi e maritozzi è anche e soprattutto musicale. Nello specifico è accettare che un certo tipo di ignoranza, un certo tipo di approccio consumista, sia in fondo l’opportunità di un paese meraviglioso. Che in fondo il McDonald è buono perché semplice in quello che ci offre: grassi che vanno direttamente a soddisfare il cervello, salse che artificialmente sballano i sensi, un pane che pare morbido come la gomma.

Da un altro punto di vista, ricapitolando step by step la storia della band da quella pietra miliare che è stata Master of puppets, il disco sembra sinceramente teso alla sintesi, ma non tanto per questioni stilistiche, quanto per stanchezza. I Metallica sono effettivamente provati: quasi tutti i membri hanno attraversato divorzi, la morte del bass hero Cliff Burton non è mai stata superata del tutto, tanto da portare la band a comportamenti inconsulti quali tenere il basso del neo arrivato Jason Newsted quasi inascoltabile nel mix di …And justice For All. E a tutto questo s’aggiunge Bob Rock, produttore scelto per il sound approntato a Dr. Feelgood dei Mötley Crüe, che gli fa ri-registrare i pezzi in continuazione, manco fosse Martin Hannett, mettendo alla prova i loro nervi.

Bob ha un approccio “musicale” alla produzione, non è un fan dei Metallica e non gliene frega un cazzo del genuino rumore delle sferragliate thrash e tantomeno delle fisse di Urlich sul kick drum, tanto che, miracolosamente, riesce a far emergere il basso di Newsted in maniera netta (cosa che si credeva utopica): vuole invece dimostrare che in fondo ai Metallica alberga …Bon Jovi. Secondo il produttore, i Metallica hanno la stoffa per diventare un gruppo pop rock, uno di quelli che potrebbe davvero sbancare Billboard. E che ai diretti interessati questo dato sia accessorio, in quanto già una band sì underground ma popolare in tutto il mondo, a lui non interessa. Con gli stivaloni da bovaro texano truzzone poggiati sul bancone del mixer che gli vediamo indossare nel documentario Making the Black Album, il produttore dà ai Metallica non solo perentorie lezioni di mixing, ma soprattutto severe dritte di ascolto della serie “senti come si apre il pezzo con l’orchestra? Finalmente esce fuori la Musica”. Il che probabilmente è un discorso importantissimo quando si fa pop: ma i Metallica stavano registrando un disco pop?

Lars Ulrich nel videoclip di “Nothing Else Matters”

Ascoltando Nothing Else Matters l’idea è che Bob Rock abbia spinto sui loro punti deboli: cioè scoprendo che di base i loro miti sono sempre stati paladini di quel rock tutto sommato gradevole all’ascolto: gli Staus Quo, ad esempio, i Queen, per dire: ma anche i punti di riferimento per i testi di Hetfield sono …Bob Dylan e Bob Marley. Cose come i Misfits, da sempre faro per la loro ispirazione di thrashers, sono messe dietro le spalle: addio alle basi punk, ragazzi. Ovviamente parliamo della metamorfosi di un gruppo che da semi inascoltabile diventa una band per tutti, che del suo spirito estremo mantiene solo pochi frammenti sparsi: come resti di un mosaico antico di una chiesa (sconsacrata, ovviamente) sostituito da pezzi di plastica.

Pensate a come sarebbe potuta essere Enter sandman con una produzione meno patinata: pensate magari alla stessa Nothing else matters senza quell’orchestra che la rende praticamente la loro The long and winding road, che per lo stesso motivo Phil Spector rovinò ai Beatles. Oppure pensate a The unforgiven se non ci fosse stato il violoncello; o a Wherever I May Roam senza quella sitar guitar che sembra un omaggio agli Stones di Paint It Black, quindi al vecchio roccaccio di una volta. E questi punti deboli, ovviamente, sono quelli che hanno portato il disco a un successo planetario: va dato merito a Bob Rock di aver capito che dietro la scorza di rockers maleducati e birrofili con le donnine nude attaccate sui muri dello studio si nascondeva una fragilità che meritava di vedere la luce. Anche i thrashers piangono, anche loro vogliono semplicemente fare musica che emozioni più che andare d’impatto, e l’emozione spesso e volentieri è gioco di prestigio, illusione. Fatto sta che i brani meno popolari del Black album sono quelli in cui poter trovare una via maestra di un disco che non è stato. Of wolf and men, The god that failed sulla madre di Hetfield morta di cancro, My friend of misery, The struggle whitin sono dei Metallica che cercano di tirare fuori testi più introspettivi e qualitativamente più curati (come anche più curato è il cantato di Hetfiled, che prende lezioni di canto) in cui la semplicità non nega le origini di un sound senza compromessi e inconfondibile.

Still dal videoclip di “Enter Sandman”

Insomma la questione è che il Black album è fondamentalmente dettato dall’insicurezza dei Nostri nel sentirsi dei veri songwriter (cosa che in parte hanno ammesso): il successo dei disco ha dimostrato che – invece – erano talmente capaci che persino Dave Gahan riesce, tra le recenti reinterpretazioni del Metallica blacklist, a trasformare Nothing else Matters in un brano dei Depeche Mode come solo i classici permettono di fare (…ne hanno fatto cover anche Marco Masini e Vasco Rossi …cose che fanno riflettere). E appunto per questo il Black album è un passo indietro: i Metallica di Master Of Puppets avevano già superato questa fase narcisista, del “guardami, esisto”, del musicista che vuole esserlo a tutti i costi, che cerca la semplicità perché forse non ha nulla di nuovo da dire.

Tant’è che i Metallica post Black album sono ancora (e continuamente) alla ricerca delle loro origini, della “purezza” thrash, che – attenzione – non è sinonimo di semplicità. Non parliamo di purezze etniche o ideologiche, ma di quella scintilla “innocente” che fa della musica un’espressione primigenia senza troppi filtri: la scintilla del “gioco”. E quindi nei successivi album li vediamo cercare di ritrovare gli entusiasmi degli inizi a tutti i costi, portandosi appresso anche uno psicologo di gruppo, inventandosi soluzioni assurde tipo suonare le chitarre dentro emulatori digitali di ampli per metterci quel pizzico di novità apparente quanto improbabile. Chiaramente tutto questo avviene invano, arrampicandosi sugli specchi della fama. Tanto che lungo il percorso, come un amabile papà, torna alla produzione pure lo stesso Bob Rock per St. Anger, quando anche la strada della “canzone” sembrava oramai persa, e tale mossa strategica non gliela fa certo ritrovare.

I Metallica sono stati un gruppo che ha incarnato la sua stessa morte e risurrezione forse meglio di altri, e l’importanza del Black Album non sta nel successo discografico, né nel sound che traghetta l’heavy metal in classifica. Il Black Album è nero come una bara ben lucidata, la musica che contiene è il suo requiem. Il luogo in cui sono seppelliti eternamente i Metallica. Vale la pena, ogni tanto, portar loro dei fiori.

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